Avviato il registro europeo STAR: il trattamento delle aritmie ventricolari maligne con la radioterapia

Recentemente è stato avviato il primo Registro Europeo del trattamento STAR (Stereotactic Arrhytmia Radioablation) nell’ambito del progetto europeo STOPSTORM, che mira a mettere a punto gli standard di una terapia finalizzata alla cura delle aritmie ventricolari maligne attraverso l’utilizzo della radioterapia. Al progetto partecipa anche la Cardiologia e la Radioterapia Oncologica Avanzata dell’IRCCS di Negrar
Recentemente è stato avviato il primo Registro Europeo del trattamento STAR (Stereotactic Arrhytmia Radioablation), grazie al quale il consorzio STOPSTORM – che mira a mettere a punto gli standard di questa terapia non invasiva, finalizzata alla cura delle aritmie ventricolari maligne attraverso l’utilizzo della radioterapia – può ora raccogliere i dati delle 30 strutture partner (situate in 8 Paesi europei) che hanno aderito al progetto. In seguito, il registro sarà esteso a un numero ancora maggiore di centri in tutta l’UE. STOPSTORM mira a raccogliere i dati di oltre 300 pazienti entro il 2025. Questi dati stabiliranno l’indicazione, la sicurezza e l’efficacia di STAR per il trattamento della tachicardia ventricolare.
This project has received funding from the European Union’s Horizon 2020 research and innovation programme under grant agreement No 945119
Al consorzio, coordinato dall’Universitair Medisch Centrum (UMCU) di Utrecht (Olanda), ha aderito anche l’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria con la Cardiologia diretta dal dottor Giulio Molon, in collaborazione con la Radioterapia Oncologica Avanzata, diretta dal professor Filippo Alongi. Da marzo 2020 a Negrar sono stati trattati con STAR 7 pazienti.
STAR è una tecnica di radioterapia non invasiva utilizzata per trattare un ritmo cardiaco pericolosamente veloce, la Tachicardia Ventricolare. La radioterapia da sempre trova applicazione nella cura dei tumori, mentre l’utilizzo per il trattamento delle aritmie cardiache è relativamente nuova e, sebbene i primi risultati siano promettenti, c’è ancora molto da capire sugli effetti a lungo termine del trattamento. Per questo il consorzio STOPSTORM creerà un database a livello europeo per comprendere meglio l’efficacia e la sicurezza di questo innovativo trattamento.
Per conoscere di più:
Le radiazioni che curano le tempeste del cuore
Il Sacro Cuore nel progetto europeo per cura radioterapica delle aritmie maligne
Apnee del sonno: incontro per conoscere i rischi per la salute

Sabato 26 novembre alle 10.30 presso il Centro Diagnostico Terapeutico di via San Marco 121, gli specialisti del Centro di Medicina del sonno di Negrar e l’Associazione Apnoici Italiani terrà un incontro sull’apnee notturne, fattore di rischio per le patologie neurologiche e cardiovascolari e una delle prime cause di incidenti stradali e sul lavoro
I dati del Centro di Medicina del sonno dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria parlano chiaro: su un campione di 100 pazienti, degli oltre 300 visitati nel 2019, il 66% presentava un grado moderato/grave di sindrome delle apnee ostruttive del sonno. Numeri rilevanti, ma non esaustivi di quanto incida questa situazione clinica sulla popolazione (si stima che in Italia ne soffrano 2 milioni di persone), perché rappresentano solo la punta dell’iceberg, coloro che, consapevoli del problema, si sono rivolti al medico.
Ancora troppi ignorano infatti che quel forte russamento accompagnato dalla sospensione del respiro per alcuni secondi siano fattori di rischio di patologie neurologiche e cardiovascolari e che la sonnolenza diurna dovuta al cattivo riposo sia una delle cause principali degli incidenti stradali e sul lavoro, spesso mortali.
Per sensibilizzare la popolazione sui rischi che comportano le apnee del sonno, l’Associazione Apnoici Italiani (APS) in collaborazione con il Centro di Medicina del sonno dell’IRCCS di Negrar propongono alla cittadinanza un incontro informativo che si terrà sabato 26 novembre alle 10.30 presso il Centro Diagnostico Terapeutico Sacro Cuore di via San Marco 121 a Verona (area del Centro polifunzionale Don Calabria). Si tratta di una delle tappe dell’iniziativa “Aperitivo con l’esperto” che l’APS sta replicando lungo la penisola e che si concluderà con un momento conviviale.
L’incontro vedrà gli interventi del dottor Gianluca Rossato, responsabile del Centro di Medicina del sonno, e di Antonio Corica, tecnico di Neurofisiopatologia, sempre di Negrar, che affronteranno il tema delle apnee dal punto di vista clinico. In particolare il dottor Corica fornirà consigli pratici per la gestione del CPAP (Continuous Positive Airway Pressure), la maschera collegata a un ventilatore meccanico che una volta indossata garantisce durate il sonno un flusso di aria continuo, impedendo così l’interruzione del respiro. “La CPAP è una delle ipotesi terapeutiche – sottolinea il dottor Rossato –. La presa in carico del paziente deve essere multidisciplinare, in quanto le apnee, essendo causate da vari fattori, possono trovare una soluzione anche nel calo ponderale, nel cambiamento degli stili di vita, nella chirurgia otorinolaringoiatrica e maxillo-facciale (se ci sono impedimenti morfologici) e anche nella terapia odontoiatrica”.
Al presidente degli Apnoici Italiani, Luca Roberti, e al vicepresidente, Trifone Mastrogiacomo, spetterà il compito di illustrare l’attività dell’associazione a favore dei pazienti. Sarà trattato il tema dell’idoneità alla guida delle persone affette da apnee, perché dal 2017 la normativa prevede che nel caso di sospetta o accertata sindrome il rinnovo della patente sia subordinato ad ulteriori accertamenti medici.
Il dottor Marcello Ceccaroni, protagonista del Festival del Futuro

Sabato 26 novembre alle 11, il dottor Marcello Ceccaroni, direttore della Ginecologia e Ostetricia, interverrà al Festival del Futuro che apre domani 24 novembre al palazzo della Gran Guardia (Verona). Partecipazione gratuita con iscrizione. L’intervento può essere seguito anche via streaming: ecco come
Giornata mondiale del diabete: accesso alle cure per tutti

Dal 1991, la Giornata del 14 novembre è dedicata in tutto il mondo al diabete. L’International Diabetes Federation ha scelto come tema del 2022 l’accesso alle cure per tutti, in quanto milioni di persone nel mondo ancora non riescono a ottenere le terapie disponibili. L’obiettivo è stimolare i governi a investire maggiormente nella cura e nella prevenzione e nella diagnosi precoce affinché tecnologie, farmaci e supporto siano a disposizione di tutte le persone con diabete.
Dal 1991, la Giornata del 14 novembre è dedicata in tutto il mondo al diabete, una patologia colpisce globalmente oltre 530 milioni di adulti, numero che si stima possa aumentare a 640 milioni nel 2030.
La data corrisponde a quella di nascita del professor Frederick Grant Banting, il fisiologo e endocrinologo canadese, che assieme al suo allievo Charles Herbert Best isolò l’insulina nel 1921, cambiando la storia dei malati di diabete mellito, permettendone la sopravvivenza.
L’International Diabetes Federation ha scelto come tema del 2022 l’accesso alle cure per tutti, in quanto milioni di persone nel mondo ancora non riescono a ottenere le terapie disponibili. L’obiettivo è stimolare i governi a investire maggiormente nella cura e nella prevenzione e nella diagnosi precoce affinché tecnologie, farmaci e supporto siano a disposizione di tutte le persone con diabete.
Con una prevalenza in continua crescita, il diabete viene identificato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) una priorità globale per tutti i sistemi sanitari. In Europa la malattia interessa circa 60 milioni di adulti.
In Italia, In base ai dati ISTAT 2020, si stima una prevalenza del diabete pari a circa il 6% della popolazione che corrisponde a oltre 3 milioni e mezzo di persone. ll diabete di tipo 2, detto anche diabete dell’adulto, è i più frequente e rappresenta il 90% dei casi di diabete. Il diabete di tipo 1, detto anche diabete giovanile o insulino-dipendente, rappresenta circa il 10%.
La prevalenza di diabetici di tipo 2 cresce con l’età (è il 2% tra le persone con meno di 50 anni e sfiora il 9% fra quelle di 50-69 anni). E’ più frequente fra gli uomini che fra le donne (5,1% vs 4,2%). L’86% delle persone con diabete ha dichiarato, sempre scondo i dato Istat di essere sotto trattamento farmacologico per il controllo del diabete, la gran parte (79%) con ipoglicemizzanti orali e circa 1 paziente su 4 con insulina.
Prevenire il diabete
La prevenzione primaria del diabete di tipo 2 si identifica con la promozione di stili di vita corretti finalizzati anche alla prevenzione dell’eccesso ponderale. L’adozione di uno stile di vita sano e attivo può prevenire fino all’80% dei casi di diabete di tipo 2, che, se trascurato può, causare malattie cardiache, cecità, amputazioni, insufficienza renale, morte precoce.
Nel diabete di tipo 1 la prevenzione si identifica con la diagnosi precoce. In entrambe le tipologie di malattia l’adeguata gestione della patologia da parte del paziente e del team diabetologico ne consente il controllo ottimale e la riduzione delle complicanze.
Per conoscere di più: DIabete: vita sana e controlli periodici per prevenire una malattia dalle gravi complicazioni
Piccole Suore della Sacra Famiglia: 100 anni a servizio dei malati del "Sacro Cuore"

Era l’11 novembre di 100 anni fa quando alcune sorelle dell’Istituto delle Piccole Suore della Sacra Famiglia entrarono per la prima volta, insieme ad alcuni ospiti, nella Casa del Sacro Cuore, un ricovero per anziani, primo nucleo di quella che oggi è la “Cittadella della Carità”. Da allora non hanno mai lasciato le dolci colline della Valpolicella. Non svolgono più il lavoro di infermiere, ma restano sempre accanto ai malati, donando loro conforto umano e spirituale.
Era l’11 novembre di 100 anni fa quando alcune sorelle dell’Istituto delle Piccole Suore della Sacra Famiglia entrarono per la prima volta, insieme ad alcuni ospiti, nella Casa del Sacro Cuore, un ricovero per anziani, primo nucleo di quella che oggi è la “Cittadella della Carità”. Da allora le figlie spirituali del beato Giuseppe Nascimbeni e di santa Domenica Mantovani non hanno mai lasciato le dolci colline della Valpolicella, fornendo un prezioso contributo nell’assistenza infermieristica dei malati – indimenticabili le sorelle che sono state caposala dei reparti – e, oggi, nell’ambito della pastorale ospedaliera. Attualmente la piccola comunità è formata dalla superiora madre Rosa Santina (al secolo Maria Vigolo) e dalle sorelle Bernardetta (al secolo Lucia Brunelli), Teresa Ausilia Dalla Pozza e Brandina Brunelli.
Ma la presenza a Negrar delle Piccole Suore della Sacra Famiglia risale a prima della realizzazione del Ricovero da parte del parroco di Negrar, don Angelo Sempreboni. A volerle in paese fu lo stesso sacerdote, che nel 1918 scriveva a don Nascimbeni chiedendo l’invio “di quattro sue buone suore”. Da portare avanti c’era infatti “l’asilo che raccoglie solo i bambini delle contrade vicine, circa un’ottantina ai quali somministro gratuitamente le refezione giornaliera; abbiamo già fatto acquisto di uno stabile per un ospitale ricovero, che sorgerà subito dopo la guerra. Vede che ampio terreno! Ciò però che al momento più mi preme, e più mi impensierisce, è la nostra antica e famosa Scuola di lavoro, in cui si fabbricano i più famosi merletti a punto Burano […] Nei tempi normali accoglieva circa duecento ragazze dai 14 ai 40 anni, anche ora superano le cento…” (APSSF, Lettera di Sempreboni a Nascimbeni, 2 maggio 1918)
Il 21 maggio 1918 arrivarono a Negrar le prime sorelle destinate alla parrocchia, alla scuola materna e a quella del lavoro e poi, poco tempo dopo, alla cura degli anziani e dei malati ospiti della Casa del Sacro Cuore. L’opera delle suore di Castelletto di Brenzone (il paese di origine di don Nascimbeni e dove fu fondato nel 1892 l’Istituto religioso) proseguì anche quando il Ricovero con l’annesso edificio destinato ad ospedale divenne nel 1933 della Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza.
Un carisma, quello di don Nascimbeni, che non poteva non trovare casa in una casa fondata da don Calabria, dove la cura del malato era finalizzata alla testimonianza della paternità di Dio. “Noi, Piccole Suore della Sacra Famiglia – si trova scritto nei documenti – desideriamo mostrare con i fatti che Dio è colui che provvede con sollecita cura di Padre ai suoi figli e che in Cristo Gesù, Buon Samaritano, si è fatto uno di noi, è venuto a cercarci, si è reso compagno di viaggio, ha fasciato le nostre piaghe, ha curato i nostri mali e ci ha ricondotti alla vita”. Una comunione d’intenti che portò la Chiesa universale a beatificare i due fondatori nello stesso giorno, il 17 aprile del 1988, con la presenza a Verona di Papa Giovanni Paolo II.
In un secolo sono oltre 200 le sorelle che hanno prestato servizio alla Cittadella della Carità, molte della quali provenienti da Negrar e dalle frazioni vicine a testimonianza di quanto la presenza accanto ai malati delle Piccole suore abbia avviato alla vita religiosa molte ragazze.
“A causa del calo di vocazioni che colpisce tutti gli Istituti religiosi da tempo non siamo più impegnate come infermiere o operatrici sanitarie”, afferma madre Rosa Santina, da cinque anni a Negrar. “Tuttavia non è mai venuta meno la nostra presenza nei reparti e fra gli ospiti della case socio-sanitarie. Portiamo l’Eucarestia al letto degli ammalati e siamo il tramite tra loro e i sacerdoti. Cerchiamo di dare conforto umano e spirituale ai più gravi e a coloro che sono soli. Continuiamo così la nostra missione che è quella, secondo gli insegnamenti del nostro Fondatore, di assumere e condividere la realtà dell’uomo, nel nostro caso dell’ammalato, che vive l’esperienza del limite fisico e psicologico per essere, con la nostra vicinanza in nome di Cristo, segno di fiducia e di speranza”.
Nella foto d’epoca: don Giovanni Calabria benedice i presenti, tra cui alcune Piccole Suore della Sacra Famiglia
Gara europea di simulazione d'urgenza: il "Sacro Cuore" unica squadra italiana

La squadra del Pronto Soccorso è stata protagonista a Berlino dell’Euro SIM Cup, una competizione di simulazione d’urgenza su manichini ad alta fedeltà. “C’erano altri gruppi italiani che si sono iscritti alla gara – sottolinea il ‘capitano’, il dottor Pettenuzz,.“Probabilmente è stata scelta la nostra squadra perché era composta da più figure sanitarie, non solo da medici, come le altre”
Il team dell’IRCCS di Negrar è l’unica squadra italiana ad aver partecipato all’Euro Sim Cap, una competizione particolare dove l’obiettivo è salvare la vita del paziente, sebbene si tratti di un manichino ad alta fedeltà. E’ il primato portato a casa da Berlino dal gruppo formato da Federico Pettenuzzo e da Annalisa Baldi, rispettivamente medico e infermiera del Pronto Soccorso dell’IRCCS di Negrar, diretto dal dottor Flavio Stefanini. Con loro due specializzandi dell’Università di Verona, i dottori Nicola Mazza e Alessandro Vincenzetti. E come per tutte le squadre che si rispettano non poteva mancare l’allenatore: il dottor Marco Boni, ‘veterano’ dell’Emergenza-Urgenza del Sacro Cuore e istruttore IRC (Italian Resuscitation Council).
La competizione a squadre si è svolta nell’ambito del congresso annuale di medicina di urgenza promosso dall’Eusem (European Society for Emergency Medicine) dal 15 al 19 ottobre nella capitale tedesca. Fra le squadre candidate ne sono state scelte otto europee e una statunitense. “C’erano altri gruppi italiani che si sono iscritti alla gara – sottolinea il ‘capitano’, il dottor Pettenuzzo, “Probabilmente è stata scelta la nostra squadra perché era composta da più figure sanitarie, non solo da medici, come le altre”. La vittoria è andata alla squadra statunitense, mentre le altre posizioni in classifica non sono state rese note, per una scelta degli organizzatori.
“La Simulation Cup consiste in una gara di discussione e gestione di casi clinici nell’ambito dell’emergenza, utilizzando manichini ad alta fedeltà, cioè che simulano le reazioni di un corpo umano”, spiega ancora il medico. “A noi erano stati affidati tre casi: un bambino con meningite, un politrauma da caduta dall’alto e una folgorazione. Gli esaminatori hanno valutato non solo l’aspetto tecnico (rispetto dei protocolli e delle linee guida, farmaci impiegati…), ma anche le cosiddette non technical skills, ovvero la gestione del team, quindi la comunicazione, il rapporto umano tra i componenti, la leadership”.
Abilità che la squadra di Negrar ha perfezionato durante la preparazione alla gara, iniziata a maggio. “La Sim Cup è stata un’opportunità di crescita professionale – afferma l’infermiera Baldi -. Ci ha costretti a lavorare molto sia sulle competenze personali, per essere in grado di affrontare casi non frequenti, sia sulla capacità di lavorare in squadra, requisito fondamentale nell’ambito dell’urgenza perché in ambulanza o in ospedale spesso si opera con persone che non si conoscono ma con le quali si deve instaurare subito un rapporto di fiducia”. Come fondamentali sono le pratiche di simulazione, “anche per la gestione dell’ansia che diventa più facile nel soccorso reale a un paziente, se lo stesso caso è stato affrontato con un manichino ad alta fedeltà”, sottolinea il dottor Pettenuzzo.
Archiviata la Sim Cup 2022, ma non l’entusiasmo, il team di Negrar pensa a quella del prossimo anno e magari alla “medaglia d’oro”. “La classifica non è stata comunicata, ma visti i tanti complimenti che abbiamo ricevuto dai colleghi, forse un posticino sul podio lo abbiamo raggiunto…”, conclude Baldi.
Nella foto da sinistra: i dottori Marco Boni, Federico Pettenuzzo,Alessandro Vincenzetti, l’infermiera Annalisa Baldi e il dottor Nicola Mazza.
Psoriasi: si vede sulla pelle ma colpisce anche la sfera emotiva

Il 29 ottobre è la Giornata mondiale della psoriasi, patologia infiammatoria delle pelle ancora socialmente invalidante nonostante la disponibilità di farmaci che possono migliorarne la gravità e di conseguenza lo stile di vita del malato. E su di essa grava ancora il pregiudizio che sia una malattia contagiosa. Ne parliamo con la dottoressa Federica Tomelleri, responsabile del Servizio di Dermatologia dell’IRCCS di Negrar.
Nonostante oggi siano a disposizione una serie di farmaci che possono migliorarne la gravità e di conseguenza lo stile di vita del malato, in molti casi la psoriasi rimane una malattia socialmente invalidante. Sia per quel che riguarda l’aspetto estetico che condiziona la vita sociale-affettiva di chi è affetto da questa patologia, sia per i sintomi talvolta molto ribelli e difficili da gestire con la terapia locale che risulta per molti pazienti alla lunga un vero flagello nella routine quotidiana.
La Giornata mondiale del 29 ottobre dedicata a questa malattia infiammatoria della pelle vuole essere l’occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica e il mondo della sanità su un problema che solo in Italia colpisce 1.500.000 persone, spesso non adeguatamente trattate. Un sondaggio del Censis su 300 pazienti rivela infatti che il 70% di questi è passato da uno specialista ad un altro per ottenere una diagnosi corretta e il 50% si è rivolto in media a 4 diversi specialisti o centri prima di individuare il medico referente cui affidarsi per le cure. Ma quali sono le cause della psoriasi e come è possibile curarla?

“La psoriasi è una malattia infiammatoria cronica che si manifesta con chiazze sulla pelle dall’aspetto eritemato-desquamativo, a volte anche molto pruriginose”, spiega la dottoressa Federica Tomelleri, responsabile del Servizio di Dermatologia dell’IRCCS Sacro Cuore di Negrar. “La genetica predisponente rappresenta la necessaria condizione per svilupparla, combinata però a fattori ambientali catenanti, tra questi traumi, interventi chirurgici, malattie infettive, farmaci, alcool e fumo”.
Quali sono le zone del corpo maggiormente colpite?
Le sedi classicamente colpite dalla psoriasi volgare sono il cuoio capelluto, i gomiti e le ginocchia, la regione sacro-lombare e nucale. Esistono però anche forme di psoriasi cosiddetta ‘invertita’ che interessano le regioni di piega inguinale ed ascellare, sotto ed inframammaria. Sono forme più difficili e subdole da diagnosticare, spesso confuse con infezione delle pieghe.
Esistono forme più o meno gravi?
Per valutare la gravità della malattia i dermatologi utilizzano l’indice PASI (un acronimo di indice della gravità della malattia per aree) che aiuta a catalogare la psoriasi da lieve a moderata fino a grave o eritrodermica (la forma più estesa). Si utilizza anche per valutare la risposta terapeutica durante un ciclo farmacologico.
Si tratta di una malattia contagiosa?
Assolutamente no, nonostante la convinzione corrente. La via di trasmissione può essere genetica. Infatti sono stati identificati alcuni geni specifici associati alla malattia.
Si può guarire dalla psoriasi?
Ancora oggi non esiste una terapia che ne garantisca una guarigione definitiva. Tuttavia i farmaci che abbiamo a disposizione possono assolutamente migliorarne la gravità e di conseguenza lo stile di vita del malato.
Quali sono questi farmaci?
Le terapie a base di MTX, ciclosporina, fototerapia con psoraleni e retinoidi hanno di recente trovato supporto nei farmaci biologici. Quest’ultimi, però, sono indicati solo nelle forme più aggressive che spesso creano un coinvolgimento anche a livello articolare dove può comparire una vera e propria artrite psoriasica. Una valutazione d’equipe tra gli specialisti dermatologi e reumatologi è fondamentale per determinare la terapia più indicata per ogni paziente.
Il sole è un alleato per il trattamento della psoriasi?
Il sole è sicuramente un alleato nella terapia della psoriasi ma non bisogna correre il rischio di esporsi in maniera sconsiderata: ormai tutti ben sappiamo come i rischi di danno da raggi UV possono aggravare la predisposizione ai tumori cutanei. Benefiche sono anche le immersioni in acqua salina. Infatti al mare di solito migliora la sintomatologia della psoriasi volgare in placche.
Ci sono invece degli alimenti che peggiorano i sintomi?
No. La dieta non è annoverata tra i fattori di rischio che possono interferire nella gravità della malattia
Una volta stabilita la terapia sono cure semplici da sostenere?
Il dermatologo quotidianamente affronta nel suo ambulatorio di base difficoltà in merito alla gestione delle terapie che spesso il paziente psoriasico con grande difficoltà riesce ad applicare in maniera adeguata. Diventa quindi fondamentale creare un rapporto empatico medico-paziente per riuscire ad ottenere i migliori risultati. Non bisogna mai dimenticare che la psoriasi è una malattia con risvolto psico-emozionale altamente impattante sullo stile di vita e sulla routine quotidiana del paziente.
Ambulatorio TAO: un nuovo sistema per accedere alla prescrizione terapeutica

A partire dal prossimo 9 novembre scattano importanti novità per i pazienti dell’Ambulatorio TAO (Terapia Anticoagulante Orale) dell’IRCCS di Negrar che ricevevano via e-mail il documento con l’indicazione della terapia. Per coloro che invece erano soliti ritarare il referto cartaceo presso l’Ambulatorio o all’Ufficio Documentazione Sanitaria (piano terra dell’ingresso principale) possono continuare a farlo. Tutte le novità sono descritte in una e-mail che i pazienti hanno ricevuto in questi giorni.
A partire dal prossimo 9 novembre scattano importanti novità per i pazienti dell’Ambulatorio TAO (Terapia Anticoagulante Orale) dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria che ricevevano via e-mail il documento con l’indicazione della terapia. Per coloro che invece erano soliti ritarare il referto cartaceo in Ambulatorio o all’Ufficio Documentazione Sanitaria (piano terra dell’ingresso principale) possono continuare a farlo. Tutte le novità sono descritte in una e-mail che i pazienti hanno ricevuto in questi giorni.
Accesso all’Ambulatorio: no il venerdì
L’accesso all’Ambulatorio TAO sarà possibile solo dal lunedì al giovedì. Viene quindi esclusa la mattinata del venerdì. Il medico responsabile della terapia sarà presente in ambulatorio a partire dalle ore 9 fino alle ore 12.
Modalità di recupero del documento con la terapia
Per ragioni dettate dalla legge sulla privacy, non sarà più possibile ricevere via e-mail il documento dove il medico prescrive la terapia. In alternativa a partire dal 9 novembre sarà introdotta una modalità altrettanto semplice. Infatti si potrà scaricare il documento dal portale “homeTAO” a cui è possibile accedere tramite credenziali personali. Le modalità per farlo sono descritte nel documento “Guida all’utilizzo del Servizio homeTao” (clicca qui per scaricarlo) che è stato inviato via e-mail insieme Modulo raccolta dati (clicca qui per scaricarlo) e Informativa registrazione portale homeTao (clicca qui per scaricarlo).
Il “Modulo raccolta dati” e l’Informativa registrazione portale homeTao” devono essere compilati, firmati e consegnati al medico dell’Ambulatorio TAO al primo controllo.
In prossimità del 9 Novembre i pazienti riceveranno una e-mail dall’indirizzo referti@easytao.eu in cui saranno elencate tutte le istruzioni per il primo accesso al portale homeTAO.
In caso di difficoltà
Problemi tecnici: il Servizio homeTAO mette a disposizione il numero Verde 800056270.
Problemi di natura clinica: referente rimane sempre il medico dell’Ambulatorio Tao (Tel. 045.6013992).
Come eravamo: la Cardiologia compie 30 anni

Era il 19 ottobre del 1992 quando i primi quattro pazienti di Medicina vennero trasferiti nel neonato reparto di Cardiologia. Un’altra era… con le etichette delle provette per i prelievi del sangue scritte a mano e il monitoraggio ‘fai da te’ dei pazienti critici . Nei ricordi di Alessandra Renzi, allora giovane inferimiera, l’entusiasmo di un gruppo che ha segnato positivamente tutti coloro che contribuirono a far nascere dal nulla un’unità operativa oggi all’avanguardia
1992-2022: il 19 ottobre la Cardiologia dell’IRCCS di Negrar compie 30 anni, ma sfogliando i ricordi di “come eravamo”, più che tre decenni sembra essere passato un secolo, tanto è cambiata la medicina e l’assistenza ospedaliera in così poco tempo.

DA SEI LETTI IN MEDICINA A UN VERO E PROPRIO REPARTO
A raccontarlo è una testimone diretta: Alessandra Renzi, oggi coordinatrice del Servizio di Cardiologia, ma allora giovanissima infermiera in forza alla Medicina. “Avevo circa 20 anni quando mi proposero di entrare a far parte dell’équipe infermieristica del reparto di Cardiologia che avrebbe aperto da lì a poco – racconta -. Fino ad allora i pazienti affetti da problemi cardiaci venivano ricoverati in Medicina (in tutto 6 letti). Mentre esisteva già, dai primi anni Ottanta, il Servizio di Cardiologia dove ad effettuare visite ed esami erano i dottori Hernan Nicanor Guilarte, Edoardo Adamo e Salvatore Longo, oggi tutti in pensione”. Con loro, ma solo come consulente, anche l’attuale primario, un giovanissimo Giulio Molon, che tre volte alla settimana si recava a Negrar per la lettura e la refertazione degli esami Holter. Il dottor Molon fu assunto con l’avvio del reparto, e poi arrivarono subito dopo i dottori Guido Canali (responsabile oggi del Servizio di Emodinamica), Francesco Castagna e Gianluca Ferri (responsabili attuali rispettivamente del Servizio di Cardiologia e del reparto degenze).
IL PRIMO PRIMARIO: IL DOTTOR GIANCARLO SALAZZARI
“Decisi di accettare la proposta e di lasciare Medicina, ma non senza timori – prosegue Renzi -. Non avevo le competenze per gestire pazienti con patologie cardiologiche complesse. Finora in Medicina avevamo a che fare con casi al massimo di scompenso cardiaco, ma non con malattie tipiche di un reparto specialistico. Tuttavia non mi persi d’animo: ripresi in mano i libri la sera, mentre durante la giornata a farci da insegnante era il dottor Giancarlo Salazzari, arrivato il 1 settembre del 1991 a Negrar con il compito di aprire il reparto di cui divenne primario il 19 ottobre del 1992”. A ricordare il fondatore della Cardiologia lo sguardo di Alessandra si riempie di stima: “Un grande medico e un grande uomo – sottolinea -. Aveva una dedizione unica per il paziente e il massimo rispetto per tutti i collaboratori, medici, infermieri e operatori”.
IL PRIMO CAPOSALA: ENZO DALLE PEZZE. MA IL MITICO “FIRMI”…
Ad iniziare con Alessandra la nuova avventura un nutrito gruppo di colleghi infermieri: Cecily Kuznikkatil, Maria Rosa Fasoli, Fiorenzo Marogna, Angelo Maccacari, Enzo Righetti, Simonetta Lavarini e la giovanissima Romina Gaetana Vogadori (era appena uscita dalla Scuola Infermieristica). E poi gli operatori Vittorio Piovesani, Luigi Zancardi, Luca Quintarelli, Roberta Pedrini, Tiziano Degani. Capitanati tutti da Enzo Dalle Pezze, il primo caposala (proveniva dalla Riabilitazione) a cui è toccato anche il primo il turno di notte dopo il “taglio del nastro”. “E come non ricordare il mitico ‘Firmi’ al secolo Firmino Mignolli, l’unico infermiere specializzato in Cardiologia – afferma Renzi -. Era il nostro approdo sicuro: più anziano di noi, la sua competenza condita da un’estrema calma anche nei momenti più critici ci dava un’enorme tranquillità”.
IL MONITORAGGIO DEI PAZIENTI? GUARDAVAMO SE LE COPERTE DI MUOVEVANO
I turni di lavoro nel reparto, che contava 22 posti letto, prevedevano la presenza di giorno di 2 infermieri e di altrettanti operatori, numero che si dimezzava la domenica e la notte. Non esisteva reperibilità specialistica che venne introdotta in seguito e in caso di urgenza al capezzale del malato giungeva il medico di turno, di qualsiasi reparto. “La notte era scandita dal giro delle stanze per controllare se i pazienti… respiravano – sorride -. Allora anche i casi più critici non erano monitorati come oggi, e l’unico modo per sapere se erano vivi, era controllare l’alzarsi e l’abbassarsi delle coperte causato dal respiro. Una notte non vedendo nessun movimento, allarmati, ci siamo avvicinati al viso del paziente che si è svegliato di soprassalto. Lui si è spaventato tantissimo e noi abbiamo rimediato una lavata di testa per il nostro metodo poco scientifico!”. Il resto del turno prevedeva tra le altre cose la compilazione a mano delle etichette delle provette del laboratorio per il prelievo di sangue del giorno dopo. “Tutto era scritto a penna, su libroni o block notes. Siamo stati dei pionieri quando abbiamo introdotto la cartella infermieristica, ma il computer era ancora lontano…”, racconta ancora Alessandra.
LA DIVISA: ABITINO BIANCO, COLLANT E… SOTTOVESTE
Un altro mondo anche per quanto riguarda le divise. “Noi infermiere eravamo costrette (uso questo verbo perché non erano il massimo della comodità) ad indossare abiti bianchi rigorosamente sotto il ginocchio con bottonatura laterale. Obbligatorie naturalmente collant e sottoveste perché la divisa non doveva essere minimante trasparente controluce. Pena una tirata di orecchie dalle suore sempre presenti nei reparti…”.
ARRIVA IL PROF. BARBIERI E CON LUI MUOVE I PRIMI PASSI L’EMODINAMICA
Il 1999 fu l’anno della svolta per la giovane Cardiologia. Il 14 settembre fece la prima comparsa a Negrar il professor Enrico Barbieri, ricercatore all’Università di Verona, chiamato da Salazzari come consulente per l’attività di Emodinamica iniziata con le coronarografie. Contemporaneamente si è sviluppata l’attività di Elettrofisiologia e impiantistica.
Con la pensione di Salazzari, il 1 settembre del 2001 il professor Barbieri divenne primario e poco più di un anno dopo venne eseguita la prima angioplastica nella sala allora collocata al primo piano del Sacro Cuore dove ora c’è la Radiologia.
HUB DELLA RETE VENETA PER L’INFARTO OPERATIVO H24
Nel 2012 furono inaugurate due nuove sale di Emodinamica in condivisione con l’Elettrofisiologia, al secondo piano del Sacro Cuore, lo stesso del reparto. Dal 2016 la Cardiologia con 4 posti letto in Terapia Intensiva è centro Hub della rete veneta per l’infarto, con operatività h24 per tutto l’arco dell’anno.

OGGI IL DIRETTORE E’ IL DOTTOR GIULIO MOLON
Dal 1 gennaio del 2020 a guidare il reparto è il dottor Giulio Molon, fino allora responsabile di Elettrofisiologia e Cardiostimolazione, Servizio che sotto la sua guida ha visto un notevole sviluppo con l’introduzione di tecnologie di ultima generazione.
Il resto è storia di oggi. Nel 2021 il reparto ha ricoverato oltre 1300 pazienti. Sono state effettuate 263 angioplastiche e 683 coronarografie; 214 i pacemaker impiantiti e 89 i defibrillatori.
Cosa è rimasto di quel 19 ottobre del 1992? “In 30 anni la medicina e l’assistenza ospedaliera hanno fatto passi da gigante. Era veramente un’altra era… – risponde -. Rimane la nostalgia di coloro che se ne sono andati prematuramente: Nicoletta, Marco, Fiorenzo…, anche se il loro ricordo è sempre vivo. Ma rimane anche l’entusiasmo di un giovane gruppo che non si è fatto spaventare da un progetto che era tutto da realizzare. E’ un entusiasmo che ha segnato positivamente tutti coloro che hanno contribuito a far nascere la Cardiologia – conclude Alessandra Renzi – e ha creato dei rapporti di fiducia, collaborazione e anche amicizia tali che hanno resistito al trascorrere del tempo”.
Con l'autunno ritornano i tamponi multiplex: la diagnosi di tre virus con un solo test

A partire da domani mercoledì 19 ottobre con la prescrizione per “esame tampone molecolare Covid-19”, il referto del Laboratorio del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali e Microbiologia riporterà la diagnosi di tre virus: il SARS-CoV2, quello dell’Infleunza (A e B) e il virus respiratorio singiziale (RSV).
Con l’inizio della stagione influenzale, l’IRCCS di Negrar ripropone per il terzo anno il tampone multiplex, il test molecolare per la diagnosi contemporanea del virus SARS-CoV-2, di quello dell’Influenza (A e B) e del Virus Respiratorio Sinciziale (RSV).
A partire da domani mercoledì 19 ottobre con la prescrizione per “esame tampone molecolare Covid-19”, il referto del Laboratorio del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali e Microbiologia riporterà tre risultati. Questo servizio darà la possibilità all’utente – senza costi aggiuntivi né per il cittadino né per il Servizio Sanitario Nazionale – di conoscere la vera causa dell’infezione respiratoria per cui si è sottoposto al tampone. È importante che l’esito della prestazione venga interpretato da un medico e valutato nel contesto clinico del paziente.
Con l’autunno al SARS-CoV-2, responsabile del Covid-19, si è affiancata l’influenza stagionale (per la quale è già iniziata la campagna di vaccinazione) e il Virus Respiratorio Sinciziale (RSV) che nei bambini è la principale causa di bronchite e bronchiolite. I tre virus hanno sintomi simili (raffreddore, tosse, febbre, malessere generale…), quindi sono indistinguibili dal punto di vista clinico. Da qui l’importanza di sottoporsi al test diagnostico multiplex.






