I Nuovi Anticoagulanti Orali: opportunità e limiti terapeutici

Il “Sacro Cuore Don Calabria” è parte attiva del progetto ADONIS della Società Italiana di Flebologia che ha lo scopo di sensibilizzare i medici all’uso appropriato dei NAO (Nuovi Anticoagulanti Orali) o ADO (Anticoagulanti Diretti Orali). Sabato 3 luglio il convegno a Verona 

Fa tappa a Verona, coinvolgendo direttamente il “Sacro Cuore Don Calabria”, il progetto ADONIS patrocinato dalla SIF -Società Italiana di Flebologia, che ha lo scopo di sensibilizzare i medici all’uso appropriato dei NAO (Nuovi Anticoagulanti Orali) o ADO (Anticoagulanti Diretti Orali). Si tratta di farmaci introdotti circa una decina di anni fa, che hanno impresso una vera e propria svolta nella cura della patologia trombotica. Oggi sono entrati ampiamente nell’uso quotidiano, sebbene limitati da rigidi criteri prescrittivi.

Il progetto ADONIS (Anticoagulanti Diretti Orali Needs In Hospital Strategies) tocca le maggiori provincie del Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. Per Verona è stato scelto l’ospedale di Negrar, sebbene il convegno si terrà sabato 3 luglio all’Hotel Crowne Plaza, nel capoluogo scaligero. La partecipazione è gratuita e può essere in presenza o on line (programma e modalità di iscrizione).

Palo Tamellini, chirurgo vascolare IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar
Dottor Paolo Tamellini

Tra gli organizzatori, il dottor Paolo Tamellini, presidente della Società Italiana di Flebologia del Triveneto e responsabile dell’Unità Operativa Semplice di Flebologia dell’IRCCS di Negrar, da poco certificata Centro Flebologico Avanzato SIF.

Dottor Tamellini, cosa sono i farmaci anticoagulanti?

“Si tratta di principi attivi salvavita che, come dice il nome, inibiscono la coagulazione del sangue, al fine di evitare che si formino dei trombi. I principali ambiti di impiego sono la patologia trombotica venosa e quella cardiologica, nella fattispecie la fibrillazione atriale e le aritmie importanti. Due sessioni del convegno tratteranno proprio dell’utilizzo di questi farmaci nei due ambiti con la partecipazione di specialisti, anche dell’ospedale di Negrar.

Perché si parla di nuovi anticoagulanti orali?

Fino a pochi anni fa i farmaci anticoagulanti si dividevano in due grosse famiglie: l’eparina e i suoi derivati e gli inibitori della vitamina K (Anti-vitK o AVK). I primi vengono usati per via iniettiva (endovena o sottocute) in genere per terapie a breve-medio termine. I secondi, invece, vengono assunti per bocca e agiscono non direttamente sulla coagulazione del sangue, ma sul “carburante” che rende possibile la coagulazione, cioè la vitamina K. Questa  è essenziale per la sintesi della protrombina e degli altri fattori di coagulazione, senza la quale l’organismo non riesce ad innescare il processo di emostasi.  Tra gli Anti-vit K il più noto è il Coumadin: un farmaco economico e molto efficace. Ma con dei grossi limiti.

Quali?

Innanzitutto tra l’assunzione e l’attività del farmaco passa un lasso di tempo anche di tre giorni (latenza terapeutica). In secondo luogo i vecchi anticoagulanti si definiscono ‘farmaci poco maneggevoli’, perché l’intervallo terapeutico tra la dose efficace e quella tossica è strettissimo. Basta un dosaggio di poco sbagliato, perché il farmaco non sia efficace o al contrario risulti pericolosamente sovradosato.  Per questo chi assume il Coumadin deve effettuare frequenti controlli del sangue, che, a regime, sono al massimo ogni 10 giorni. Con evidenti disagi per il paziente e costi per il SSN.

Quali sono invece i vantaggi dati dai NAO?

Innanzitutto sono anticoagulanti diretti, cioè inibiscono direttamente determinati fattori della coagulazione del sangue, pertanto la loro attività non risente di tutto ciò che può interferire con la sintesi epatica delle proteine della coagulazione. Hanno inoltre un’immediata efficacia, che avviene al massimo dopo poche ore dalla somministrazione. Infine non richiedono controlli continui, perché una volta prescritto il dosaggio, il paziente prosegue con la sua terapia. Tuttavia non sono privi di problemi.

Quali sono?

Solo recentemente sono stati messi in commercio i farmaci antidoti con cui intervenire in caso di dosaggio eccessivo. Un aspetto importante è che le limitazioni di prescrizione, consentita solamente a medici abilitati e mediante compilazione di piano terapeutico, hanno di fatto impedito o certamente rallentato la diffusione di questi farmaci, così che ancora oggi questi non risultano adeguatamente conosciuti dalla classe medica. In altre parole – ed è il tema su cui vengono puntati i riflettori del convegno – esistono ancora delle “zone grigie” relative al loro corretto impiego, affrontate in maniera non univoca dalla diverse realtà ospedaliere. Il progetto ADONIS ha proprio l’obiettivo di trovare una linea procedurale condivisa nella gestione globale del paziente candidato al trattamento anticoagulante, in accordo con le indicazioni ministeriali e a tutto vantaggio del paziente.

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Radioterapia in una sola seduta: a Negrar i primi due casi in Italia

Al “Sacro Cuore Don Calabria”, la nuova frontiera di cura radioterapica contro i tumori: per la prima volta in Italia trattate in un’unica seduta, senza effetti collaterali (nonostante l’alta concentrazione di radiazioni) metastasi di cancro del colon e della prostata. Finora era possibile solo per l’encefalo, come spiega il professor Filippo Alongi, direttore della Radioterapia Oncologica Avanzata

All’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona) sono stati trattati per la prima volta in Italia due pazienti affetti da metastasi di tumore del colon e della prostata, utilizzando un protocollo che prevede una sola seduta di radioterapia, contro le decine previste dalle metodiche precedenti.

Finora simili trattamenti erano limitati al cervello, in quanto la mobilità degli organi addominali e pelvici — provocata dal respiro, dalla digestione o da altre funzioni — rendeva impossibile infondere una dose di radiazioni tale da provocare danni irreversibili alle cellule tumorali, senza però interessare il tessuto sano.

Il limite è stato superato grazie alla dotazione tecnologica del “Sacro Cuore Don Calabria”, unica nel nostro Paese, e tra le 25 presenti al mondo, che il Dipartimento di Radioterapia Oncologica Avanzata, diretto da Filippo Alongi, professore associato all’Università di Brescia, utilizza da circa due anni.

Unity”, questo è il nome del macchinario, è un acceleratore lineare integrato con una Risonanza Magnetica ad alto campo, la stessa utilizzata a scopo diagnostico. L’alta definizione delle immagini prodotte dalla RM consente di individuare in corso di seduta anche il minimo spostamento della lesione, in relazione al quale orientare il fascio di radiazioni. Questo permette al radio-oncologo di utilizzare una dose di radiazioni ionizzanti anche 20 volte superiore rispetto quella di una seduta tradizionale con la sicurezza di limitarla al solo tumore, che progressivamente, a causa delle radiazioni, si trasforma in una massa necrotica.

Dal 2019 con “Unity” abbiamo eseguito circa 3mila trattamenti per un totale di 350 pazienti. La straordinaria precisione dell’irradiazione ci ha permesso di aumentare sensibilmente la dose riducendo di conseguenza il numero di sedute per ogni ciclo di cura. In particolare per il tumore della prostata siamo passati da 30 a 5 sedute — spiega il professor Alongi -. I promettenti risultati e gli effetti collaterali irrilevanti ci hanno spinto quindi ad andare oltre, anche alla luce delle progressive conoscenze sul comportamento delle cellule tumorali colpite da radiazioni. Infatti diversi studi in vitro e in vivo dimostrano che l’effetto “tumoricida” è maggiore con una alta dose di radiazioni erogata una volta sola rispetto alla stessa dose frazionata in più momenti. Abbiamo iniziato così a trattare con una sola seduta metastasi linfonodali dell’addome e delle pelvi in pazienti selezionati – prosegue -. Successivamente ci spingeremo in altri distretti anatomici come il fegato (in caso di una o poche metastasi) con la stessa finalità: eradicare i focolai di malattia, con la sola radioterapia o in combinazione alle terapie farmacologiche, e migliorare la qualità di vita dei pazienti oncologici”.

Qualità della vita che deriva anche dai grandi vantaggi pratici che il paziente può godere. “Una sola seduta radioterapica è la soluzione ideale per i pazienti che si spostano da sedi lontane, dall’Italia ma anche dall’estero. Ma rappresenta anche un risparmio per il sistema sanitario, riducendo costi diretti ed indiretti della terapia e abbattendo le liste di attesa con la possibilità di trattare molti più pazienti. Questo però — conclude il professor Alongi — non significa che sia più semplice. Anzi, il trattamento radioterapico in singola seduta è frutto di un lavoro di équipe, cioè del radioterapista oncologo, del fisico sanitario, di tecnici ed infermieri che, in tempo reale, devono coordinarsi per tutte le fasi del trattamento concentrate in un solo momento”.


Importanti riconoscimenti alla dottoressa Pertile e al dottor Ceccaroni

Alla dottoressa Grazia Pertile, direttore dell’Oculistica, è stato conferito nelle scorse settimane il Premio “Angelo Ferro”, mentre venerdì 25 giugno il dottor Marcello Ceccaroni, direttore dell’Ostetricia e Ginecologia, ritirerà nella sua città natale, Cesena, il Premio Malatesta Novello

L’inizio d’estate consegna dei prestigiosi riconoscimenti a due chirurghi d’eccellenza dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria: alla dottoressa Grazia Pertile è stato conferito nelle scorse settimane il Premio “Angelo Ferro”, mentre venerdì 25 giugno il dottor Marcello Ceccaroni ritirerà nella sua città natale, Cesena, il Premio Malatesta Novello.

La dottoressa Grazia Pertile, direttore dell’Unità Operativa di Oculistica, è stata insignita del premio – istituito in ricordo di Angelo Ferro, già presidente della Fondazione Opera Immacolata Concezione (OIC) – in virtù del suo costante impegno nella ricerca oculistica, in particolare nel progetto made in Italy della retina artificiale.

Il Premio “Angelo Ferro” è assegnato dalla Fondazione Lucia Guderzo di Loreggia (Padova), la cui mission è fare ricerca nel settore delle tecnologie compensative e realizzare progetti per la piena scolarizzazione delle persone non vedenti. Al riconoscimento collabora la Lega del Filo d’Oro, punto di riferimento per le persone sordocieche e le loro famiglie. Da qui l’assegnazione del premio a persone, con disabilità e non che si contraddistinguono nello studio, nella ricerca medica, nell’informazione e nell’impegno socio-culturale.

Insieme alla dottoressa Pertile sono state premiate l’avvocato Antonella Cappabianca, la dottoressa Francesca Donnarumma, la maestra Mirella Roman Pasian e la giornalista del Sole24ore Maria Luisa Colledani.

A coloro che invece tengono alto nel mondo il nome della città romagnola è dedicato il premio intitolato al Signore di Cesena, Malatesta Novello, che salì al potere all’età di 11 anni, governando fino a 47 anni, quando lo colse una morte prematura. Era il 20 novembre 1465, giorno solitamente scelto dall’Amministrazione per consegnare il premio ai vincitori nella meravigliosa cornice della biblioteca malatestiana.

Purtroppo la pandemia ha costretto gli organizzatori a rimandare la cerimonia dell’edizione 2020 (la quattordicesima), così il dottor Marcello Ceccaroni, direttore dell’Unità Operativa di Ginecologia e Ostetricia, ritirerà il premio il 25 giugno nel chiostro di San Francesco di Cesena.

Con Ceccaroni, uno dei massimi esperti mondiali di terapia chirurgica e non dell’endometriosi, saranno presenti gli altri due vincitori: la manager internazionale Francesca Bellettini – presidente e chief executive officer di Yves Saint Laurent e  presidente della Camera della moda femminile francese –  e l’ingegnere biomeccanico Alberto Sensini del Centro Interdipartimentale di Ricerca Industriale in Meccanica Avanzata e Materiali dell’Università di Bologna.

La terna dei vincitori è stata scelta dalla giuria tra circa 1300 candidature volontarie presentate dai cittadini cesenati.

Enrico Andreoli

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Covid 19: ai guariti basta una sola dose di vaccino. Anche dopo 10 mesi dall'infezione

Lo studio del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali e Microbiologia sull’efficacia del vaccino effettuato sugli operatori sanitari dell’Irccs ospedale Sacro Cuore Don Calabria. La risposta anticorpale al vaccino in chi è stato contagiato da SARS COV2 è maggiore quanto più è il tempo trascorso dall’infezione. Una singola dose pare sufficiente a chi ha contratto il virus, indipendentemente da quanto tempo è passato dall’infezione

Uno studio condotto dall’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, pubblicato sulla rivista Clinical Microbiology and Infection  (clicca), ha dimostrato che negli operatori sanitari con precedente infezione la risposta anticorpale dopo una sola dose di vaccino è significativamente più alta rispetto a quella ottenuta dopo due dosi negli operatori mai colpiti dal virus. Anche dopo dieci mesi dal contagio, ovvero il tempo intercorso dai primi operatori contagiati alla conclusione dello studio.

Per non sprecare preziose dosi di vaccino, i ricercatori del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali e Microbiologia, coordinati dal professor Zeno Bisoffi, invitano perciò a vaccinare con una sola dose chiunque abbia avuto il Covid-19, sebbene l’infezione sia avvenuta oltre i 6 mesi prima (dal 22 luglio il ministero ha posto il limite entro un anno, ndr), limite finora raccomandato dal Ministero della Salute, oltre il quale è indicato il richiamo.

Lo studio è stato condotto fra gennaio e marzo 2021, quando circa 2000 operatori sanitari dell’ospedale veronese sono stati sottoposti alla vaccinazione anti-Covid con Pfizer-BioNTech; agli aderenti sono stati dosati gli anticorpi contro SARS-CoV-2 al momento della prima e della seconda dose e poi una terza volta dopo 2/3 settimane dall’ultima inoculazione. “Abbiamo dosato varie classi di anticorpi e in special modo gli anticorpi IgG quantitativi che comprendono quelli neutralizzanti ovvero gli anticorpi che con una certa approssimazione misurano la risposta al vaccino – spiega Bisoffi, che è anche professore associato all’Università di Verona – Dei 1935 partecipanti, 232 avevano una storia di infezione documentata: proprio in quest’ultimi il titolo anticorpale medio dopo una sola somministrazione di vaccino era significativamente più alto rispetto a quello rilevato in chi non aveva mai contratto il virus e aveva ricevuto due dosi di vaccino. Questo conferma le osservazioni di altri ricercatori ma su numeri inferiori e corrobora la decisione di procedere con un’unica somministrazione in chi ha già avuto il Covid-19”. A oggi però questa scelta è stata limitata ai 6 mesi dopo l’infezione: nei casi in cui sia trascorso più tempo viene prevista una seconda dose di vaccino, come accade per chi non ha mai incontrato il virus.

I dati raccolti dai ricercatori veronesi dimostrano che la seconda dose non è necessaria, anzi: “Con sorpresa abbiamo osservato che la risposta anticorpale era tanto più forte quanto più tempo era trascorso dall’infezione; la risposta è più consistente anche in chi è più giovane, nelle donne e in chi ha avuto un Covid-19 con sintomi – aggiunge Bisoffi – Tutto ciò indica che una singola dose di vaccino a mRNA è comunque sufficiente in chi ha contratto il nuovo Coronavirus indipendentemente dal tempo trascorso dall’infezione. Considerando che non possiamo permetterci di sprecare preziose dosi di vaccino – conclude l’infettivologo – il criterio della vaccinazione monodose soltanto entro i 6 mesi dal contagio potrebbe essere rivisto per far sì che chi ha avuto Covid-19 riceva un’unica dose, sempre. L’obiettivo adesso è verificare questi dati in una popolazione che sia stata vaccinata dopo tempi ancora più lunghi dall’infezione, per corroborare ulteriormente l’indicazione”.


Federico Ferrari ed Elisabetta Verzini

Il trattamento della spasticità provocata dall'ictus

Federico Ferrari ed Elisabetta Verzini

L’attività dell’Ambulatorio di gestione della spasticità, un fenomeno che subentra dopo l’ictus e che al “Sacro Cuore” viene affrontato con l’infiltrazione di tossina botulinica o di un farmaco galenico chiamato fenolo

La paralisi o plegia degli arti causata da ictus, ma anche da traumi cranici e midollari, può comportare il fenomeno della spasticità, cioè l’aumento anomalo del tono muscolare determinato dalla lesione del sistema nervoso centrale. Questo costituisce una forte limitazione al recupero funzionale degli arti.

Nell’ambito del Servizio di Medicina Fisica e Riabilitativa, diretto dalla dottoressa Elena Rossato, opera l’Ambulatorio di gestione della spasticità, condotto dalla dottoressa Elisabetta Verzini e dal dottor Federico Ferrari (nella foto), a cui hanno accesso sia pazienti ricoverati che ambulatoriali. La maggior parte presenta esiti di ictus.

“La presa in carico del paziente con spasticità prevede un percorso a step determinato dalla condizione del paziente stesso – spiegano i due medici fisiatri – Tralasciando la spasticità generalizzata, per la quale si rende spesso necessaria la somministrazione di farmaci per bocca o per via intratecale (cioè direttamente nel liquor spinale), nella spasticità focale, cioè localizzata ad esempio a una gamba o a una mano, ci si avvale della terapia infiltrativa eco-guidata con tossina botulinica a livello intra-muscolare”.

Come è noto il botulino ha un effetto paralizzante, “ma in questo caso agiamo su muscoli che hanno già perso la loro funzione, o comunque la svolgono in modo anomalo”. Lo scopo è quello di rilassare tali muscoli o tentare, nel caso di residua attività motoria, di “ripristinare l’equilibrio tra gruppi muscolari che normalmente svolgono attività opposte, riducendo così il rischio di sviluppare rigidità articolari”.

Le infiltrazioni muscolari con tossina hanno tuttavia dei limiti: l’effetto del farmaco è di circa 3-6 mesi; per problemi di tossicità non è possibile superare determinati dosaggi; la tossina inoltre non ha efficacia nel caso si sia sviluppata una retrazione muscolare.

“In questi casi si ricorre ad un iter diagnostico che consiste nell’inoculazione sotto guida ecografica ed elettrostimolatoria di un anestetico locale a livello del nervo che controlla i muscoli spastici – proseguono i medici -. Nel caso di risposta al test, viene utilizza la tossina botulinica a un dosaggio più alto (se è possibile) o il fenolo, un farmaco prodotto dalla nostra Farmacia ospedaliera il cui effetto ha una durata fino a 9-12 mesi”, spiegano ancora la dottoressa Verzini e il dottor Ferrari. “Il fenolo viene iniettato a livello peri-nervoso e determina una riduzione della spasticità in tutti i muscoli afferenti a quel nervo. Così facendo si ottiene spesso una risposta molto ‘netta’ sul fenomeno spastico che permette di ottenere per esempio a livello dell’arto inferiore il cambiamento delle caratteristiche del cammino o a livello dell’arto superiore l’estensione del gomito. Importante in questi pazienti associare un training riabilitativo post-trattamento farmacologico.

Se il test invece è negativo, invece, è necessario il consulto con l’ortopedico per valutare interventi di chirurgia funzionale. L’intervento farmacologico è invece previsto quando verifica una riduzione dei segni clinici di spasticità.

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Per la prima volta in Italia effettuate 5 protesi al ginocchio con la realtà aumentata

L’IRCCS di Negrar è il primo centro in Italia a validare in ortopedia questa tecnologia innovativa che ha lo scopo di migliorare ulteriormente gli impianti di protesi. Grazie ad essa il chirurgo vede in tempo reale, senza distrarre lo sguardo dal piano operatorio per consultare le immagini radiografiche, se sta posizionando la protesi esattamente come da lui stabilito nel piano pre-operatorio.

Un momento dell’intervento

Dopo la stampante 3D e il robot chirurgico, nelle sale operatorie dell’Ortopedia e Traumatologia dell’Ospedale di Negrar è entrata la realtà aumentata. L’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria è il primo centro in Italia a validare in ortopedia questa tecnologia innovativa che ha lo scopo di migliorare ulteriormente gli impianti di protesi, in questo caso del ginocchio. Grazie ad essa il chirurgo vede in tempo reale, senza distrarre lo sguardo dal piano operatorio per consultare le immagini radiografiche, se sta posizionando la protesi esattamente come da lui stabilito nel piano pre-operatorio.

L’équipe diretta dal dottor Claudio Zorzi vanta una delle più alte casistiche in Italia di impianti protesici al ginocchio: 986 solo lo scorso anno, di cui un centinaio bilaterali. Proprio in virtù dell’eccellenza raggiunta nel campo della protesica – Negrar è centro di riferimento regionale per la revisione di protesi di ginocchio e anca – sono stati eseguiti recentemente cinque interventi con la realtà aumentata che contribuiranno a mettere a punto un sistema di navigazione unico nel suo genere e destinato in un prossimo futuro ad essere utilizzato di routine nella chirurgia ortopedica.

“Secondo studi internazionali il 20% di coloro che hanno avuto un impianto di protesi al ginocchio si dichiara insoddisfatto del trattamento chirurgico. Quasi sempre la causa è il posizionamento della protesi, non conforme cioè alle caratteristiche morfologiche dell’arto del paziente. La realtà aumentata interviene proprio con l’obiettivo di colmare questo gap, perché introduce nelle immagini reali elementi virtuali”, spiega il chirurgo ortopedico Venanzio Iacono (nella foto da sinistra con il dottor Zorzi) .

L’intervento di protesi comporta l’individuazione di punti anatomici ben precisi dell’arto, che fungono da reperi per effettuare i tagli sull’osso necessari a posizionare la protesi. “La realtà aumentata richiede che su questi ‘punti di riferimento’ vengano collocati dei Qr code – prosegue il medico -. Questi, una volta inquadrati, consentano alla fotocamera collegata agli occhiali indossati dal chirurgo di proiettare sugli stessi occhiali l’immagine reale dell’arto, ‘aumentata’ da alcuni elementi virtuali come la linea dell’asse del ginocchio e i gradi. Grazie a queste informazioni, il chirurgo può verificare se i tagli che sta effettuando sull’osso corrispondono all’inserimento della protesi secondo le angolature previste dal piano pre-operatorio”.

La realtà aumentata non incide quindi sull’abilità del chirurgo, ma sulla precisione dell’intervento. “L’ottimale posizionamento della protesi oltre a permettere al paziente di riconquistare senza problemi la sua quotidianità, garantisce una maggiore durata della protesi stessa, evitando un intervento di revisione, delicato sul piano chirurgico e costoso per il sistema sanitario nazionale”, conclude il dottor Iacono


7 giugno: Giornata mondiale dell'Ortottica

LOrtottista ed assistente di Oftalmologia è il professionista sanitario che opera nell’ambito della visione dall’età pediatrica fino all’età senile. L’Oculistica di Negrar gode dell’apporto di 13 figure professionali di questo tipo. Ecco cosa fanno

 Il 7 giugno, dal 2013, si celebra la Giornata mondiale dell’ortottica per promuovere le attività degli Ortottisti nel mondo.

LOrtottista ed assistente di Oftalmologia è il professionista sanitario che opera nell’ambito della visione dall’età pediatrica fino all’età senile e secondo il decreto ministeriale 14 settembre 1994, n. 743 “tratta i disturbi motori e sensoriali della visione ed effettua le tecniche di semeiologia strumentale-oftalmologica”.

In Italia gli Ortottisti Assistenti in Oftalmologia sono circa 3000, mentre l’Oculistica dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, diretta dalla dottoressa Grazia Pertile, gode del supporto di 13 figure sanitarie di questo tipo.  

Si tratta di una professione poco numerosa quindi spesso poco conosciuta: questo comporta che per esami, valutazioni e riabilitazione visiva numerose persone, bambini e adulti, non vi accedano o vi arrivino in ritardo.

I professionisti della visione in Italia sono molteplici: oculisti, ortottisti e ottici. Si tratta di professionisti con competenze e profili diversi ma complementari tra loro, che non sempre l’utenza riesce a definire e distinguere in maniera corretta. E’ quindi opportuno informare il cittadino che l’Ortottista e assistente di Oftalmologia è il professionista sanitario che opera in autonomia e in stretta collaborazione con le figure mediche di riferimento e con altri operatori sanitari nella prevenzione, valutazione e riabilitazione dei disturbi motori e sensoriali della visione (ambliopia o occhio pigro, strabismo, diplopia, test di Hess Lancaster, applicazione prismatica…).

In quanto assistente di oftalmologia, effettua le tecniche di semeiologia strumentale-oftalmologica (esame della rifrazione, campo visivo, OCT, angiografia retinica, pachimetria corneale, biomicroscopia endoteliale, topo/tomografia corneale, esami elettrofunzionali visivi, biometria, test della percezione dei colori, sensibilità al contrasto, test visivi per rinnovo patente o per invalidità…).

E’ il riabilitatore del paziente ipovedente, dei bambini con DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) che presentano alterazione delle abilità visive, dei pazienti con sindromi neurologiche.

Analizza la qualità della visione nei luoghi di lavoro e tratta i disturbi astenopeici.

Assiste il chirurgo oftalmologo nelle sale operatorie di oculistica (strumentazione e ruolo di key operator).

Svolge attività di ricerca scientifica (raccolta di dati clinici e strumentali, data manager…).

L’ortottista-assistente in oftalmologia opera in strutture sanitarie pubbliche del Sistema Sanitario Nazionale, private accreditate e convenzionate, studi individuali e associati in regime di dipendenza o libero-professionale, centri-strutture di riabilitazione, in Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS). Svolge consulenza in ambito di qualità di visione presso aziende, associazioni e società sportive.

Conduce la propria attività tutelando la salute del sittadino con titolarità e autonomia secondo il proprio codice deontologico e profilo professionale ed è responsabile degli atti di sua competenza di cui ne risponde secondo legge.

 (Informazioni tratte dalla lettera dei Presidenti delle Commissioni d’Albo di Ortottica e Assistenza Oftalmologica della regione veneto rivolta alle Istituzioni in occasione del 7 giugno)


Onorificenze della Repubblica Italiana ai medici del "Sacro Cuore"

In occasione del 2 Giugno, il Prefetto di Verona ha insignito con le Onorificenze dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana anche quattro medici dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria: il direttore sanitario, Fabrizio Nicolis, il prof. Zeno Bisoffi e i dottori Flavio Stefanini e Massimo Zamperini

Dottor Fabrizio Nicolis

In occasione del 2 Giugno, il prefetto di Verona, Donato Cafagna, ha insignito con le Onorificenze dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana anche quattro medici dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria che sono stati tra i protagonisti della gestione della pandemia da Covid19 nella provincia scaligera.

Prof. Zeno Bisoffi

Dott. Flavio Stefanini

Il titolo di Ufficiale è stato conferito al direttore sanitario, dottor Fabrizio Nicolis, mentre il titolo di Cavaliere è stato consegnato al professor Zeno Bisoffi, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali, al dottor Flavio Stefanini, direttore del Pronto Soccorso, e al dottor Massimo Zamperini, direttore della Terapia Intensiva.

Massimo Zamperini, direttore Dipartimento di Anestesia, Terapia Intensiva e Terapia Antalgica IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar
Dott. Massimo Zamperini

Anche l’IRCCS di Negrar, come tutti gli ospedali, registra un significativo calo di ricoveri di pazienti affetti da Covid 19. Nel momento in cui scriviamo i pazienti ricoverati sono 10 (di cui uno in terapia intensiva), ma dall’inizio della pandemia (marzo 2020) i ricoveri sono stati oltre 900. Numeri che certificano l’intenso impegno dell’Ospedale di Negrar nella lotta contro il nuovo Coronavirus che prosegue oggi anche come centro vaccinale per la popolazione generale su richiesta dell’Ulss 9.


La nostra ricerca in pillole: la genetica in infettivologia

LA NOSTRA RICERCA IN PILLOLE. Nella lotta contro il Coronavirus, una parte importante la sta svolgendo la ricerca sul genoma del virus. Ci spiega come la dottoressa Chiara Piubelli, responsabile della Ricerca Biomedica del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali

In questo momento di pandemia la ricerca genetica è fondamentale. Grazie ad essa è possibile conoscere come il virus SARS COV 2 replicandosi muta, dando vita a molte varianti (inglese, sudafricana, brasiliana…). Informazioni preziose per combattere il Covid 19. Nel video la dottoressa Chiara Piubelli, responsabile
Dr.ssa Chiara Piubelli
della Ricerca Biomedica del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar
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L’ipertrofia prostatica oggi si cura anche con il vapore acqueo

L’Urologia del professor Stefano Cavalleri è la prima nel Veneto a utilizzare l’innovativa metodica che, a differenza della chirurgia o del laser, riduce il volume della prostata mantenendo intatte le funzioni sessuali. Il trattamento è mininvasivo e richiede solo l’anestesia locale

Non solo farmaci o chirurgia per il trattamento dell’ipertrofia prostatica benigna, ma anche l’alta temperatura prodotta dal vapore acqueo. L’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar è il primo ospedale del Veneto ad utilizzare Rezum, la metodica innovativa che in modo mininvasivo dà ottimi risultati nella cura dell’aumento volumetrico della prostata di cui soffre il 50% degli uomini con oltre 60 anni, ma da cui non sono indenni nemmeno i più giovani.

L’Urologia, diretta dal professor Stefano Cavalleri, ha adottato da alcuni mesi questa metodica che attraverso uno strumento introdotto per vie naturali, e in anestesia locale, inietta nella prostata del vapore acqueo a 103 gradi. L’alta temperatura provoca un danno cellulare e, nel tempo, una riduzione del volume della prostata con conseguente miglioramento della difficoltà e della frequenza della minzione, senza conseguenze sulle funzioni sessuali.

L’ipertrofia prostatica è molto diffusa: sono circa 300 i pazienti che all’anno si rivolgono per questo problema all’ospedale di Negrar. Viene spesso trattata con la somministrazione di farmaci (alfa-litici) che a lungo andare possono risultare inefficaci o creare effetti collaterali. “Per questi pazienti Rezum è altamente indicato – sottolinea il prof. Cavalleri – ma anche per coloro che non hanno intenzione di prolungare per molti anni la terapia medica e che desiderano evitare le complicanze di una terapia chirurgica, la cosiddetta TURP o l’enucleazione laser dell’adenoma prostatico”.

“La chirurgia e il laser, infatti, riducono il volume della prostata con l’eliminazione del tessuto adenomatoso, creando così una sorta di cavità – prosegue l’urologo -. Questa è all’origine spesso di retrospermia (lo sperma viene eiaculato nella vescica invece di fuoriuscire dall’uretra) o di disfunzione erettile. Disturbi che hanno ripercussioni non solo sul piano fisico, ma anche su quello psicologico del paziente. Il vapore acqueo ad alta temperatura, invece, non elimina il tessuto ma lo riporta alle dimensioni originarie, mantenendo così intatte le funzioni sessuali e riproduttive”.

L’intervento con Rezum è indicato per pazienti con una prostata ingrossata fino a 80-100 grammi, per dimensioni maggiori la valutazione viene fatta caso per caso dall’urologo.

“Essendo mini-invasiva, la procedura richiede l’anestesia locale o una blanda sedazione e il ricovero di una notte – prosegue il dottor Cavalleri -. Dopo le dimissioni, il paziente deve portare per alcuni giorni il catetere e proseguire per un mese con la terapia farmacologica. Già solo dopo due settimane si registrano dei miglioramenti ed eventuali disturbi post intervento, come la minzione dolorosa o il sangue nelle urine, quando si verificano vanno scemando in pochi giorni”. Il processo di guarigione si completa in tre mesi circa con una riduzione del volume della prostata ed il miglioramento dei disturbi minzionali.