Il nucleare in medicina: clinica e ricerca al Sacro Cuore

Entriamo con “Sapiens-Un solo pianeta”, il programma di scienza e ambiente di Rai3 condotto da Mario Tozzi, nella Medicina Nucleare e nella Radiofarmacia con Ciclotrone del “Sacro Cuore Don Calabria” per scoprire come viene utilizzato il nucleare a scopo diagnostico
Il servizio di Sapiens vede protagonista l’attività della Medicina Nucleare, diretta dal dottor Matteo Salgarello, e della Radiofarmacia con Ciclotrone, diretta dal dottor Giancarlo Gorgoni. Il giornalista Davide Rinaldi, che ha realizzato integralmente il servizio, si è avvalso della consulenza della dottoressa Fabrizia Severi, fisico medico del dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria.
La nostra ricerca in pillole: entriamo in Radioterapia Oncologica

LA NOSTRA RICERCA IN PILLOLE. Con il prof. Filippo Alongi inauguriamo una serie di video in cui alcuni dei nostri medici entrano, ciascuno per le loro competenze, nel cuore della ricerca che viene effettuata all’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria
Con il professor Filippo Alongi, direttore della Radioterapia Oncologica Avanzata dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, parliamo dell’importanza della ricerca sanitaria in Radioterapia affiché il paziente oncologico abbia cure sempre più efficaci con effetti collaterali minimi 
Ricerca e cura sono un binomio imprescindibile, per il quale ognuno di noi può contribuire. Come? Devolvendo il 5permille. Perché? INSIEME NELLA RICERCA PIU’ FORTI NELLA CURA

Cosa c'è da sapere sul tumore ovarico... e sono buone notizie

In occasione della Giornata nazionale sulla salute delle donne, che si celebra il 22 aprile, parliamo con la dottoressa Stefania Gori, direttore del Dipartimento di Oncologia, sull’importanza di conoscere il tumore ovarico e sulle novità terapeutiche che oggi disponiamo grazie alla ricerca
Da sei anni l’Italia dedica la Giornata del 22 aprile alla salute delle donne, istituita l’11 giugno del 2015 da una Direttiva del Consiglio dei Ministri e promossa dal ministero della Salute e dalla Fondazione Atena Onlus. Giornata che negli ultimi due anni ha assunto un ulteriore significato in un contesto in cui a causa dell’epidemia da Covid 19 molte donne, solitamente più attente alla prevenzione degli uomini, hanno trascurato di sottoporsi agli screening femminili (contro il tumore al seno e alla cervice uterina) e ai controlli periodici per neoplasie che coinvolgono entrambi i sessi, come il cancro al colon.
Se per questi tumori la mammografia, il pap test e la ricerca del sangue occulto nelle feci possono salvare la vita perché permettono la diagnosi delle neoplasie in fase precoce, per il tumore ovarico, uno dei più aggressivi nell’ambito femminile, non è possibile fare prevenzione. In Italia ogni anno oltre 5mila donne ricevono una diagnosi di tumore ovarico; nell’80% dei casi avviene quando la malattia è in uno stadio avanzato, in quanto nella fase di esordio questo tumore non si manifesta con sintomi specifici.
“Ma la bella notizia è che oggi il tumor
e ovarico, grazie alla ricerca, fa meno paura”, afferma la dottoressa Stefania Gori, direttore del Dipartimento di Oncologia. Sotto la sua presidenza la Fondazione AIOM ha lanciato la campagna “Tumore ovarico: teniamoci informate”: un programma di attività di informazione online e di eventi sul territorio, con l’attrice Claudia Gerini come testimonial, per sottolineare quanto sia importante per le donne essere informate relativamente al tumore ovarico. (https://www.manteniamociinformate.it)
“Informate sui sintomi, ma anche sulle nuove opportunità terapeutiche di mantenimento, a cui possono accedere tutte le pazienti con tumore ovarico, con e senza mutazione BRCA”, sottolinea la dottoressa Gori.
Quali sono i sintomi del tumore ovarico?
Purtroppo il nodo è proprio questo: nelle fasi iniziali il tumore ovarico può essere silente o manifestarsi con sintomi comuni ad altre patologie meno gravi. Tuttavia la frequenza e la combinazione di alcuni segnali, specie se si manifestano per periodi prolungati, possono rappresentare un campanello d’allarme che dovrebbe suggerire di rivolgersi al medico. I sintomi più comuni sono il gonfiore addominale persistente, la necessità di urinare spesso, fitte addominali. A questi, più raramente, possono subentrare inappetenza, senso di immediata sazietà̀, perdite ematiche vaginali in menopausa e variazioni delle abitudini intestinali.
A quale età viene diagnosticato?
Nella maggioranza delle donne dopo la menopausa, tra i 50 e i 69 anni. Ma nelle forme associate a una predisposizione genetica (mutazione dei geni BRCA1 e BRCA2) o familiare hanno un’insorgenza più precoce e possono colpire le donne già a 40 anni o anche prima.
Quali sono le novità più importanti in campo terapeutico?
Finalmente, in questi ultimi anni la ricerca ha prodotto risultati importanti nel carcinoma ovarico. Oggi sappiamo che un quarto delle pazienti sono portatrici di mutazioni BRCA1 e/o BRCA2, con implicazioni terapeutiche e familiari importantissime. E sappiamo che una terapia di mantenimento con farmaci orali, gli inibitori di PARP, determina lunghe sopravvivenze nelle pazienti mutate e anche nelle pazienti non mutate, le quali rappresentano la maggior parte delle donne affette da carcinoma ovarico (75%).
Come si può conoscere se una donna è portatrice di mutazioni genetiche che aumentano il rischio di contrarre il carcinoma ovarico?
E’ la storia familiare a dare delle indicazioni. Se in famiglia esistono più casi di tumore al seno o all’ovaio in età molto giovane, la donna può essere portatrice di mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2 o di altre mutazioni genetiche che favoriscono l’insorgenza di queste neoplasie. Naturalmente è un test genetico a stabilirlo. E mi preme sottolineare che la presenza di una mutazione non significa automaticamente ereditare o avere un tumore, ma avere un più alto rischio di contrarre la malattia. Tuttavia è fondamentale sapere la presenza o meno di queste mutazioni al fine di agire in fase di prevenzione con controlli ravvicinati e in caso di diagnosi di scegliere fin da subito le terapie più efficaci,
Giornata mondiale della malattia di Chagas: l'Irccs di Negrar centro di riferimento

Il 14 aprile si celebra la Giornata mondiale della malattia di Chagas, una patologia di cui soffrono nel mondo 6-7 milioni di persone, ma ancora troppo ignoranta sebbene sia un problema di salute pubblica anche per le zone non endemiche. L’IRCCS di Negrar è uno dei pochi centri in Italia che si occupa di diagnosi e cura di questa malattia: 600 i casi diagnosticati dal 1998
Il 14 aprile si celebra la Giornata mondiale della malattia di Chagas, una patologia parassitaria potenzialmente letale che colpisce al mondo 6-7 milioni persone, originarie dell’America Latina.
Il Dipartimento di Malattie Infettive Tropicali e Microbiologia (DITM) dell’IRCCS di Negrar, diretto dal professor Zeno Bisoffi, è un centro di riferimento per la diagnosi e la cura di questa malattia, avendo ad oggi diagnosticato la maggioranza dei casi conosciuti in Italia (circa 600 dal 1998) anche grazie a un lavoro decennale con le comunità di migranti latinoamericani e le associazioni di volontariato.
Per questa ragione anche il “Sacro Cuore Don Calabria” è coinvolto nelle varie iniziative di sensibilizzazione sulla patologia organizzate in occasione della Giornata del 14 aprile, istituita nel 2019 dall’Assemblea Mondiale della Sanità (https://www.who.int/news/item/24-05-2019-world-chagas-disease-day-raising-awareness-of-neglected-tropical-diseases).
Alle ore 18.00 il dottor Andrea Angheben, responsabile del reparto di malattie infettive e tropicali del DITM, sarà relatore in una diretta (in lingua inglese) sulla pagina
Facebook (https://www.facebook.com/ComunitaVolontariMondo) della Comunità Volontari per il Mondo (vedi locandina allegata). Poche ore più tardi, alle 21, l’Associazione Italiana per la Lotta alla Malattia di Chagas (AILMAC), di cui vice-presidente lo stesso Angheben (nella foto), si fa promotrice di un’ulteriore diretta facebook sul tema “Chagas fattore di rischio COVID-19?” (https://www.facebook.com/Ailmac-Onlus-307489659439308/).
Che cos’è la malattia di Chagas
La malattia di Chagas è endemica in America Latina, dal Messico fino all’Argentina, in quanto in quelle zone è presente la cimice ematofaga capace, attraverso feci e urina, di trasmettere il protozoo parassita Trypanosoma cruzi, responsabile dell’infezione. Si tratta di una malattia per lo più cronica, che nel 30% dei casi può evolvere, se non diagnosticata e curata in tempo, in una forma complicata colpendo prevalentemente il cuore e/o l’esofago o il colon, organi nei quali può concentrarsi il protozoo ematico trasmesso dalla cimice infetta.
Diecimila morti all’anno e 6-7 milioni di infetti
Nei casi più gravi può condurre a morte. Sono infatti ancora 10mila gli uomini e le donne che ogni anno muoiono per la malattia di Chagas. Essedo inoltre una malattia cronica, in particolare a carico dell’adulto, costituisce fonte di povertà, stigma e sofferenza per oltre 70 milioni di persone che vivono nelle zone endemiche
Ma è una malattia tropicale dimenticata
Tuttavia quella di Chagas fa parte delle malattie tropicali dimenticate (NTD). La Global Chagas Coalition, l’organizzazione internazionale di cui fa parte anche il DITM di Negrar, stima che in tutto il mondo solo 1% delle persone affette abbia accesso alle cure sia perché non sanno di aver contratto la malattia sia perché sono pochi i centri che forniscono il trattamento e si occupano di ricerca attiva. La situazione in Italia è analoga: gli ospedali di riferimento per il Chagas sono solo lo “Spallanzani” di Roma, il “Careggi” di Firenze, il “Papa Giovanni XXIII” di Bergamo e, appunto, il “Sacro Cuore Don Calabria”.
Perché è un problema di salute pubblica globale
E’ quindi importante mantenere alta l’attenzione sulla malattia di Chagas, che è sempre più problema di salute pubblica globale, dovuta alla migrazione nel Vecchio Continente di persone provenienti dalle aree endemiche. Il contagio infatti può avvenire anche per trasmissione da madre a neonato o attraverso trasfusioni oppure per trapianto di organi e tessuti. Nel 2009 in Europa sono stati diagnosticati 4.290 casi, nel 45% dei quali in migranti privi di documenti.
Le misure intraprese per arginare il contagio
Nei Paesi non endemici, dove sono presenti in grande numero migranti latino-americani (Spagna, Italia, Regno Unito, Giappone…), vengono attuate iniziative volte a far emergere i casi e impedire la trasmissione dell’infezione. In particolare, l’attenzione viene posta sulla trasmissione verticale, da mamma a bambino, poiché se la malattia è diagnosticata, in età pediatrica, può essere curata e guarita nel 100% dei casi. Inoltre se una donna affetta dalla malattia viene curata in età fertile, non trasmetterà in nessun modo l’infezione alla prole. Trasfusioni e trapianti di organi e tessuti sono sicuri grazie alla presenza di norme restrittive che abbattono il rischio per il ricevente.
La malattia di Chagas e il viaggiatore
Coloro che devono recarsi per vari motivi in area endemica (le zone rurali dell’America Latina o l’Amazzonia) è sufficiente tenere dei corretti comportamenti per evitare le punture dell’insetto vettore (dormire in strutture di muratura, possibilmente con una zanzariera che proteggerà anche da altre malattie infettive trasmesse da zanzara) e non consumare succhi di frutta o succo di canna da zucchero se questi non sono sottoposti a pasteurizzazione.
L'IRCCS di Negrar entra in Alleanza Contro il Cancro

L’Ospedale di Negrar entra nella più grande rete di ricerca oncologica italiana che comprende altri 27 Irccs. Il “Sacro Cuore Don Calabria” è riconosciuto come IRCCS per le malattie infettive e tropicali ed è entrato a far parte di Alleanza Contro il Cancro in quanto risponde a tutti i requisiti richiesti per gli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico oncologici
L’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria entra a far parte di Alleanza Contro il Cancro (ACC), la più grande organizzazione di ricerca oncologica italiana.
Fondata nel 2002 dal Ministero della Salute, ha come obiettivo quello di promuovere la collaborazione tra gli IRCCS oncologici allo scopo di incrementare la ricerca a fini diagnostici e terapeutici.
I soci fondatori sono stati l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, il Policlinico San Martino di Genova, la Fondazione Pascale di Napoli, il Centro di Riferimento Oncologico di Aviano e l’Istituto Oncologico Giovanni Paolo II di Bari. Ad oggi fanno parte di ACC 27 Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS), costituendo una rete che numericamente si traduce in 7.600 ricercatori, 5.100 pubblicazioni, 150mila ricoveri e 4.400 studi clinici all’anno.
“Entrare a far parte di Alleanza Contro il Cancro è una prestigiosa attestazione del valore dell’attività finora svolta dal nostro Ospedale come Cancer Care Center – afferma la dottoressa Stefania Gori, direttore del Dipartimento Oncologico -. Un riconoscimento che premia tutte le Unità Operative del “Sacro Cuore Don Calabria” impegnate nella diagnostica, nella cura e nella ricerca sui tumori. Nello stesso tempo è una grande opportunità di sviluppo in questi tre ambiti dell’attività oncologica, perché solo facendo rete e quindi mettendo in comune le conoscenze si possono curare con efficacia le persone con malattia oncologica”.
Il “Sacro Cuore Don Calabria” è riconosciuto come IRCCS per le malattie infettive e tropicali ed è entrato a far parte di Alleanza Contro il Cancro in quanto risponde a tutti i requisiti richiesti per gli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico oncologici: dall’attività di ricovero alla dotazione tecnologica, dall’attività di ricerca alle pubblicazioni scientifiche.
Attualmente l’Ospedale di Negrar è coinvolto in “Health Big Data”, un progetto congiunto delle reti IRCCS di Alleanza Contro il Cancro, di Neuroscienze e Riabilitazione e di Cardiologia. Di durata decennale, esso si pone come obiettivo la creazione di una piattaforma tecnologica che consenta la raccolta, la condivisione e l’analisi di dati clinici e scientifici dei pazienti di ciascun IRCCS allo scopo di accelerare la transizione verso una medicina di precisione e personalizzata. Il che significa prevenzione delle malattie, personalizzazione delle cure e miglioramento della qualità di vita dei pazienti.
Nuovo Servizio per i pazienti colpiti da IBD: sempre in linea con i loro medici

Un filo diretto tra il Centro per le Malattie Infiammatorie Croniche dell’Intestino e i suoi pazienti. E’ ciò che si propone il nuovo Servzio di telemedicina a cui si può accedere tramite il sito www.sacrocuore.it
Il Centro per le malattie infiammatorie croniche dell’intestino (MICI o IBD secondo l’acronimo inglese di Infiammatory Bowel Disease) del “Sacro Cuore Don Calabria” apre un filo diretto con i suoi pazienti tramite un nuovo servizio di telemedicina. Nel sito dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria (www.sacrocuore) è stato infatti ricervato uno “spazio” che consente un dialogo “a distanza” con l’équipe medica del Centro.
“Con questa iniziativa – spiega l’équipe guidata dal dottor Andrea Geccerle – abbiamo voluto offrire ai nostri pazienti uno strumento telematico più completo della semplice mail (helpibd@sacrocuore.it), garantire un più sicuro e puntuale supporto alla loro cura ed essere più vicini alle loro esigenze. La telemedicina svolge un ruolo fondamentale in questo particolare periodo storico, a causa dell’emergenza sanitaria di COVID-19 attualmente in corso, e si sta acquisendo la consapevolezza del vero valore aggiunto di questa opportunità.
Con questo portale vogliamo intervenire tempestivamente in caso di emergenza e seguire l’evoluzione della malattia dei pazienti nel corso del tempo, avendo la possibilità di individuare i periodi di benessere o di cronicizzazione studiando i risultati dei questionari proposti e cercando di ridurre la frequenza di ospedalizzazione”.
E’ possibile collegarsi al Servizio tramite questo link:
https://web2.sacrocuore.it/infoibd/
Serve solo il Codice Fiscale
La Chirurgia funzionale alleata della riabilitazione

All’Irccs Sacro Cuore Don Calabria opera un’équipe di Chirurgia funzionale, nata dalla stretta collaborazione tra il fisiatra e il chirurgo ortopedico e dedicata ai pazienti con patologie neurologiche le cui articolazioni deformate non permettono di ottenere ulteriori miglioramenti riabilitativi
Il Dipartimento di Riabilitazione e l’Ortopedia, storiche eccellenze dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria, hanno dato vita ad un’équipe di Chirurgia funzionale dedicato ai pazienti con lesioni neurologiche (da patologia o da traumi), per i quali la riabilitazione non è sufficiente per riprendere, ad esempio, la deambulazione.
Infatti l’immobilità forzata derivante dalla paralisi, associata alla insorgenza di rigidità muscolare (ipertono), possono far sì che le articolazioni si deformino o si posizionino in modo innaturale rendendo impossibile la loro funzione. “E’ qui che interviene la chirurgia ortopedica funzionale, agendo su strutture tendinee e mioarticolari con l’obiettivo di migliorarne la conformazione. In questo modo potrà essere facilitata la riabilitazione ma ne potranno trarre vantaggio anche i pazienti più gravi, allettati e totalmente dipendenti”. A spiegarlo è il dottor Venanzio Iacono, dell’Ortopedia, diretta dal dottor Claudio Zorzi, la cui stretta collaborazione con il dottor Renato Avesani e la dottoressa Elena Rossato, rispettivamente direttore e fisiatra del Dipartimento di Riabilitazione, hanno dato vita alla strutturazione del Servizio di Chirurgia funzionale.
“Il caso per eccellenza per cui si ricorre a questo tipo di chirurgia è quello del piede equino – spiega il dottor Avesani -. Si tratta di una deformità che sopraggiunge nell’emiplegia spastica, ma anche nelle paralisi periferiche o solo per prolungata immobilità a letto. I muscoli si accorciano, l’articolazione diviene rigida ed il paziente, potenzialmente in grado di mettersi in piedi, non appoggerà più il tallone e sarà costretto a rimanere sulla punta o sulle punte dei piedi. Il fenomeno si associa spesso ad uno squilibrio muscolare, per cui il piede non sta diritto ma devia verso l’interno rendendo ulteriormente instabile l’appoggio”. In questi casi si ricorre abitualmente alle inoculazioni di tossina botulinica, a farmaci per bocca, all’uso di tutori e naturalmente alla riabilitazione. Ma non sempre questo è sufficiente e si deve ricorrere alla chirurgia funzionale.
“L’ultimo intervento ha riguardato una signora di 85 anni con un grave piede equino bilaterale – spiega il dottor Iacono -. Per aiutarla a camminare, le sono state confezionate calzature ortopediche su misura che rendevano possibile con molta fatica la deambulazione in punta dei piedi. In sede operatoria abbiamo invece allungato il tendine da entrambi i lati, consentendo alla paziente di riprendere a camminare con le sue calzature e di effettuare con buoni risultati la riabilitazione”.
Il Dipartimento di Riabilitazione è un centro di riferimento nazionale per il recupero dei gravi cerebrolesi e lesionati midollari. All’anno vengono ricoverati 140 pazienti, alcuni dei quali – 2-3 al mese – necessitano di un intervento di chirurgia funzionale. “Sono interventi complessi che devono essere condotti da ortopedici esperti – sottolinea il dottor Iacono – perché l’immobilità porta le articolazioni interessate ad essere fragili e la cute soprastante ad avere difficoltà nella rimarginazione”.
“La chirurgia funzionale non si limita a migliorare l’uso degli arti, ma può correggere deformità che impediscono la buona gestione del paziente complesso – spiega la dottoressa Rossato -. Pensiamo per esempio ai gravi cerebrolesi o ai pazienti in stato vegetativo la cui mal posizione degli arti rende molto difficile l’assistenza e l’igiene personale. Un’altra indicazione chirurgica è la presenza di calcificazioni eterotopiche (formazioni ossee che si sviluppano in sedi non naturali) che si osservano in alcune lesioni neurologiche dopo un periodo di coma. Tali interventi, poi, possono aiutare a rendere più utilizzabile una mano o un braccio di un soggetto tetraplegico con lesione al midollo”.
“Questo tipo di interventi non sono nuovi e già da molti anni vengono praticati ma l’attenzione a questo settore è sempre stata piuttosto scarsa – riprende il dottor Avesani – E’ importante per i pazienti, i fisioterapisti e i medici conoscere che ci sono altre opportunità che possono accelerare non la guarigione ma il miglioramento. Le frontiere della chirurgia funzionale non sono tutte esplorate e la possibilità di una buona collaborazione tra medico fisiatra ed ortopedico può offrire interessanti ambiti terapeutici accorciando anche i tempi di riabilitazione e riducendo la richiesta di ausili”.
Nella foto da sinistra:
Dottor Renato Avesani, direttore del Dipartimento di Riabilitazione
Dottoressa Elena Rossato, fisiatra del Servizio di Medicina Fisica e Riabilitativa
Dottor Venanzio Iacono, chirurgo dell’Ortopedia e Traumatologia
Donato un nuovo macchinario per l'analisi molecolare

La donazione all’IRCCS di Negrar è stata effettuata da “Progetti Italian Company” grazie alla collaborazione con il professor Filippo Alongi, direttore della Radioterapia Oncologica Avanzata, per la realizzazione di un centro per la cura dei tumori a Bassora, in Iraq
Il dono è stato consegnato virtualmente dove si combattono i tumori, ma contribuirà di fatto alla lotta contro la pandemia da Covid 19 che l’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria sta conducendo dalla prima comparsa del virus.
L’Azienda “Progetti Italian Company” ha infatti regalato al professor Filippo Alongi, direttore della Radioterapia Oncologica Avanzata, un termociclatore (Rotor-Gene, Qiagen) che sarà utilizzato dal Laboratorio di Microbiologia del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali, diretto dal professor Zeno Bisoffi.
“Si tratta di un apparecchio che consente di effettuare la Real Time PCR, una metodica di analisi molecolare che il grande pubblico ha imparato a conoscere in quanto viene utilizzata per la diagnosi dell’infezione di SARS COV2 sul prelievo da tampone”, spiega la dottoressa Francesca Perandin, direttore del Laboratorio. “Il suo utilizzo, tuttavia, spazia nel vasto campo della diagnostica molecolare, ogni qualvolta sia necessario amplificare il genoma – umano, di un virus, di un parassita – per indagare su un determinato gene o frammento di gene”.
La donazione è frutto della collaborazione tra la “Progetti Italian Company” e il professor Alongi che si è adoperato per un progetto di realizzazione di un Centro oncologico, a Bassora, in Iraq. “Sono molto orgoglioso che il nostro Dipartimento di Radioterapia Oncologica sia considerato come esempio di efficienza nell’organizzazione e nella cura dei pazienti tale da essere un modello di riferimento per la realizzazione di un centro per la cura dei tumori in Medio Oriente”, afferma il professor Alongi. “La collaborazione in futuro potrà prevedere anche la formazione a distanza dei medici radioterapisti iracheni”. E conclude: “Ringrazio anche a nome della Direzione del “Sacro Cuore Don Calabria” la “Progetti Italian Company”, nella persona della dottoressa Emanuela Manera e dell’ingegner Paolo Lucchini, per la generosa donazione che l’ospedale di Negrar metterà a servizio della comunità”.
Nella foto da sinistra vicino al Rotor-Gene
Dottoressa Francesca Perandin-responsabile del Laboratorio di Microbiologia del Dipartimento Malattie Infettive e Tropicali
Dottoressa Emanuela Manera – amministratore delegato “Progetti Italian Company”
Ingegner Paolo Luchini – direttore generale “Progetti Italian Company”
Professor Filippo Alongi – direttore della Radioterapia Oncologica Avanzata e professore associato all’Università di Brescia
Ingegner Marco Lora – legale rappresentante “Progetti Italian Company”
Aperte le candidature per un contratto di medico di malattie infettive

L’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-IRCCS per le Malattie Infettive e Tropicali sta vagliando le candidature di medici specialisti in Malattie infettive per un contratto a tempo determinato presso il Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali. Ecco come presentare la propria candidatura
L’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-IRCCS per le Malattie Infettive e Tropicali sta vagliando le candidature di medici specialisti in Malattie infettive per contratto a tempo determinato presso il Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali. Chi volesse proporre la propria candidatura lo può fare sul sito www.sacrocuore.it bottone “Lavora con noi” dove è possibile allegare anche il proprio curriculum. Sono valutabili anche candidature di medici specializzandi del III o IV anno, nel quadro del cosiddetto “decreto Calabria”
Il "Sacro Cuore Don Calabria" centro vaccinale per la popolazione

Su richiesta dell’Ulss 9, da lunedì 8 marzo la struttura ospedaliera della Valpolicella inizierà la somministrazione della profilassi vaccinale anti SARS COV2 alla popolazione, cominciando dagli insegnanti e dai pazienti oncologici in carico all’ospedale stesso
Anche l’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar tra i centri vaccinali della provincia di Verona. Su richiesta dell’Ulss 9, da lunedì 8 marzo la struttura ospedaliera della Valpolicella inizierà la somministrazione della profilassi vaccinale anti SARS COV2 alla popolazione, cominciando dagli insegnanti e dai pazienti oncologici in carico all’ospedale stesso.
Gli interessati dovranno recarsi al Centro prelievi collocato al primo piano del nuovo ingresso (entrata pedonale da viale Rizzardi) con il seguente calendario
- Gli insegnanti, 200 al giorno in base a una lista di accesso fornita dall’Ulss 9, dal lunedì al giovedì dalle ore 15 alle ore 18.
- I pazienti oncologici, su chiamata dell’ospedale, dal lunedì al giovedì dalle ore 18 alle ore 19 e il venerdì dalle ore 15 alle ore 19.
Si ricorda che Negrar, nei pressi dell’ospedale, offre un’ampia possibilità di parcheggio: parcheggio San Giovanni Calabria con rampa di accesso in via Ghedini (quarta uscita della grande rotonda con Meridiana), i piani interrati sono collegati con gli ascensori direttamente agli ambulatori dove viene somministrato il vaccino; parcheggi comunali in via Ghedini, viale Rizzardi e via Salgari.
“Come presidio della rete ospedaliera regionale siamo in prima linea fin dall’inizio nella lotta alla pandemia e quindi non potevamo non esserlo in questo momento in cui vaccinare, e in fretta, è l’unica arma che possiede il mondo per ricominciare”, afferma l’amministratore delegato, Mario Piccinini. “Mettiamo a disposizione della medicina di prevenzione non solo la struttura, ma anche il nostro personale e la nostra organizzazione, che ci ha permesso in un solo mese di somministrare il vaccino, compreso il richiamo, a circa 2000 dipendenti e agli ospiti delle nostre case di riposo”






