Da tutta Italia per vedere da vicino le potenzialità di "Unity"

Un giorno dedicato alle potenzialità di “Unity”, l’innovativo sistema di radioterapia dotato di RM. Al “Live Day” di domani parteciperanno radioterapisti oncologici da tutta Italia e relatori internazionali. “Finora abbiamo trattato 30 pazienti. e i risultati sono più che soddisfacenti“, afferma il professor Alongi
Un “Live Day” tutto dedicato a “Unity”, il nuovo macchinario di Radioterapia utilizzato dall’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria dallo scorso ottobre. Venerdì 24 gennaio, 80 esperti provenienti da tutta Italia avranno la possibilità di assistere dal vivo ad alcuni trattamenti di radioterapia ad alta precisione, grazie a un acceleratore lineare integrato con una Risonanza Magnetica ad alto campo (1,5 Tesla), unico nel suo genere in Sud Europa.
“Unity” consente al radioterapista oncologo di monitorare e correggere in tempo reale la posizione e le caratteristiche del bersaglio tumorale da colpire con alte dosi di radiazioni e dei tessuti sani circostanti da proteggere. Il piano di cura viene così personalizzato, adattato e ottimizzato alle circostanze di ogni seduta.
“Finora sono stati sottoposti a terapia 30 pazienti, venti affetti da tumore alla prostata e dieci con metastasi nell’addome e pelvi. E i primi risultati sono soddisfacenti”, afferma Filippo Alongi, direttore della Radioterapia Oncologica Avanzata di Negrar e professore associato all’università di Brescia. “Ai primi controlli, i pazienti con tumore alla prostata hanno avuto un significativo calo dei livelli di PSA nel sangue, mentre gli altri sono in attesa di esami diagnostici. Non si sono verificati episodi di grave tossicità e il ciclo di sedute per la prostata ha avuto una durata di solo 5 giorni contro alcune settimane con la radioterapia tradizionale. Ci sono tutti i presupposti per confermare che questo sistema innovativo possa essere, in casi selezionati, un’alternativa non invasiva all’intervento chirurgico”, sottolinea il radioterapista oncologo.
La giornata di studio di venerdì si svolgerà in due parti. Durante la mattinata si terranno alcune presentazioni sull’utilizzo di “Unity” nel mondo, moderate da Umberto Ricardi, presidente di Estro, la Società Europea di Radioterapia. Interverranno la dottoressa Alison Tree del Royal Marsden Hospital di Londra; il dottor Arjun Shagal del Saunnybrook Hospital di Toronto, mentre il professor Alongi e il dottor Ruggero Ruggeri illustreranno l’esperienza di Negrar rispettivamente dal punto del vista clinico e del fisico sanitario (vedi programma allegato).
L’evento si chiuderà con la visita alla sala dove è collocata “Unity” per i trattamenti live di alcuni pazienti.
Al Pronto Soccorso del "Sacro Cuore" record di accessi nel 2019

Nell’anno appena concluso il Pronto Soccorso di Negrar ha raggiunto quasi 51mila accessi, oltre 9mila rispetto al 2016 Il primario Stefanini: “Numeri che indicano una crescita dell’attrattiva dell’ospedale: i cittadini sanno di trovare nella nostra struttura la risposta ai loro bisogni di salute”
Quasi 10mila accessi in più in tre anni. E’ il trend di crescita registrato dal Pronto Soccorso dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria dal 2016 al 2019: l’anno scorso, infatti, si è chiuso toccando quota 50.972, con un incremento di 9.576 accessi rispetto a tre anni fa. Un record per l’Ospedale di Negrar e per l’équipe di 15 medici diretti dal dottor Flavio Stefanini.
“A mio parere l’incremento del numero di accessi è determinato da più fattori concomitanti”, spiega il direttore del Pronto Soccorso di Negrar. Innanzitutto l’aumento fisiologico di accessi in tutti i Pronto Soccorso italiani, che ha raggiunto la media annua del 6-7%. La stragrande maggioranza sono codici bianchi e verdi, che per quanto riguarda la nostra struttura nel 2019 sono stati rispettivamente il 43,5% e il 44,7% del totale degli accessi”. La prevalenza di casi non complessi che arrivano in Pronto Soccorso non è sicuramente un fenomeno nuovo. “Da un lato esiste sicuramente un problema di uso improprio del Pronto Soccorso da parte del cittadino. Dall’altro è anche vero che il cittadino non sempre trova risposta in tempi relativamente rapidi sul territorio, quindi si reca nelle strutture di emergenza anche quando di emergenza non si tratta”.
Da un fattore di ordine nazionale a uno locale. “Il ridimensionamento del Pronto Soccorso dell’Ospedale Orlandi di Bussolengo – prosegue – ha comportato nell’ultimo anno un allargamento del bacino di utenza del nostro reparto di emergenza e anche un numero maggiore di casi complessi. L’anno scorso i codici rossi sono stati lo 0,5% (nel 2016 erano lo 0,3%) e i codici gialli l’11,1% (2016: 9,6%). Mi preme però sottolineare che abbiamo avuto maggiore affluenza anche da zone i cui Pronto Soccorso sono a pieno regime, come per esempio Verona capoluogo”.
Un indicatore, quest’ultimo, che rileva, per il dottor Stefanini, “una crescita dell’attrattiva del nostro ospedale in generale – sottolinea il dottor Stefanini -. L’eccellenza raggiunta, in particolare per quanto riguarda alcune patologie, ha generato un incremento di afflusso al Pronto Soccorso da parte dei cittadini che sanno di trovare nella nostra struttura un certo tipo di risposta”. Una risposta anche per quanto riguarda la tempista: nell’anno appena concluso la media di permanenza dei pazienti in Pronto Soccorso è stata di 2 ore e 46 minuti, mentre per quanto riguarda l’OBI (Osservazione Breve Intensiva), che prevede la permanenza fino a 48 ore prima delle dimissioni o del ricovero, la media è stata di 9 ore e 53 minuti.
elena.zuppini@sacrocuore.it
Le tante cause delle epatopatie: come intervenire

Con l’epatologa Maria Chiaramonte entriamo nel vasto mondo delle malattie del fegato, in particolare delle epatopatie autoimmuni per le quali al Centro diagnostico “Sacro Cuore” è nato ambulatorio tenuto dalla professoressa Annarosa Floreani
Sono definite complessivamente epatopatie o patologie croniche del fegato. Hanno diverse cause, ma un’uguale evoluzione, se non vengono diagnosticate e curate adeguatamente: esse infatti portano allo sviluppo della cirrosi e delle sue complicanze e in seguito all’insorgenza dell’epatocarcinoma, il tumore primitivo del fegato. Il trapianto è l’opzione terapeutica estrema, ma “il bravo epatologo lavora proprio per evitarlo”. Ad affermarlo è la professoressa Maria Chiaramonte, epatologa di chiara fama che ha contribuito allo sviluppo dell’epatologia in Italia, diventando, tra l’altro, la prima donna professore ordinario di Gastroenterologia nel nostro Paese. La professoressa Chiaramonte è stata direttore della Gastroenterologia e Endoscopia digestiva dell’Ospedale di Negrar, a cui continua ad offrire la sua preziosa collaborazione. La Gastroenterologia del “Sacro Cuore Don Calabria” comprende Sezione di Epatologia con ambulatori specificamente dedicati alle epatiti virali croniche, alle epatopatie da alcol e all’epatocarcinoma.
Professoressa, quali sono le cause delle epatopatie?
Fino a pochi anni fa avrei posto tra le cause principali i virus responsabili delle varie epatiti, in particolare i virus dell’epatite B (HBV) e dell’epatite C (HCV). Ma per fortuna non è più così, grazie alla disponibilità dei vaccini contro l’epatite A e B e alla scoperta degli antivirali contro l’epatite B, e più di recente contro, l’epatite C. Sia i vaccini sia gli antivirali hanno determinato una drastica riduzione della diffusione del virus. Basti pensare che oggi tutta la popolazione fino a 35 anni è stata vaccinata contro l’epatite B, una delle cause maggiori dell’epatocarcinoma. Resta una fetta di popolazione che può ancora ammalarsi, in particolare i non vaccinati che hanno comportamenti a rischio (scambio di sangue e di liquidi corporei). Anche le epatopatie da alcol sono in calo. Ma è bene ricordare che le sostanze alcoliche sono un cofattore di sviluppo della malattia di fegato.
Cosa significa?
In tutti i casi di patologie croniche del fegato, l’alcol è sempre un fattore peggiorativo del quadro clinico, anche quando non è la causa primaria dell’epatopatia. Per questo noi epatologi di fronte a una diagnosi di epatopatia diciamo sempre: stop con gli alcolici.
Quali sono quindi le cause emergenti di queste malattie?
Sicuramente la steatosi epatica, più conosciuta come “fegato grasso”, cioè un eccessivo accumulo di tessuto adiposo nelle cellule epatiche. Si stima che il 30% della popolazione adulta sia affetta da steatosi e che la percentuale sia in aumento. Questa è, di fatto, una manifestazione della “sindrome metabolica” cioè la “malattia del benessere” largamente presente nella nostra società, in quanto determinata da uno squilibrio tra la quantità delle calorie introdotte e la quantità delle calorie consumate. Tale squilibrio è causa sia di fegato grasso, ma anche di obesità, di cardiopatie, di ipertensione… Molto interessante è il fatto che solo una parte (circa il 10%) delle persone colpite dalle steatosi sviluppa l’epatopatia e che il fegato grasso è presente anche in uomini e donne normopeso.
Come si spiega?
I recenti studi affermano che la comparsa della steatosi è dovuta a una predisposizione genetica, per questo colpisce anche i cosiddetti “magri”. L’insorgere della malattia epatica, invece, è determinato dalla predisposizione genetica sommata alla presenza di un’infiammazione. Sulle cause di quest’ultima esistono varie ipotesi in studio, tra cui la più interessante è il prevalere nella flora intestinale di batteri nocivi. Ciò che è importante sottolineare è che non bisogna mai sottovalutare l’accumulo di grasso nel fegato e di rivolgersi a un epatologo nel momento in cui la steatosi viene diagnosticata. E’ bene fare lo stesso anche quando gli esami del sangue rilevano un’alterazione dei valori epatici (transaminasi e Gamma GT). Vanno escluse cause come virus, alcol e anche steatosi, ma potrebbe esserci in atto anche una patologia autoimmune del fegato.
Di cosa si tratta?
Hanno origini autoimmuni alcune epatiti, la colestasi biliare primitiva e la colangite sclerosante primitiva. Sono considerate patologie rare, ma lo sono principalmente perché sono sotto diagnosticate. Colpiscono, come la maggior parte delle patologie autoimmuni, prevalentemente la popolazione femminile, ma possono insorgere anche nei neonati, nei bambini e nei giovani maschi. Possono avere un andamento molto severo e spesso sono associate ad altre patologie autoimmuni, come quelle reumatologiche o a carico dell’intestino (morbo di Crohn e colite ulcerosa).
Possono essere curate?
Oggi disponiamo di farmaci molto efficaci, come i cortisonici e gli immunosopressori, e, per quanto riguarda la colestasi biliare primitiva, farmaci che agiscono sulla bile. Il problema più rilevante rimane l’identificazione di tali patologie che necessita di centri altamente specializzati. Al Centro diagnostico dell’Ospedale di Negrar è già attivo un ambulatorio che si occupa proprio di queste patologie tenuto da Annarosa Floreani, professore associato in quiescenza dell’Università di Padova e una dei massimi esperti internazionali delle malattie autoimmuni del fegato. Naturalmente, come per tutte le epatopatie, il successo diagnostico e terapeutico delle malattie epatiche autoimmuni è determinato dalla presa in carico del paziente da parte di un team multispecialistico e con queste caratteristiche vorremmo realizzare un centro.
I farmaci possono essere causa di epatopatie?
Sì, ma di solito sono casi rari che riguardano soggetti particolarmente sensibili, in quanto gli eventuali effetti collaterali sul fegato vengono studiati prima dell’immissione in commercio dei farmaci. Piuttosto pochi sanno dei danni provocati dai fitofarmaci, le cosiddette erbe medicinali. Dai miei pazienti sento spesso affermare: “Sono cose naturali, quindi non fanno male”. Ma si dimentica innanzitutto che la moderna farmaceutica ha origine dalla fitoterapia e che se crediamo che le “erbe” abbiano effetto benefico, significa che le consideriamo delle sostanze attive, quindi possono fare bene ma anche male. Un esempio? La curcuma, spezia oggi di gran moda, ha delle grandi proprietà antinfiammatorie, ma se assunta in dosi eccessive e/o associata ad alcuni farmaci o fitofarmaci , può essere causa di epatopatie.
Lei sostiene che il bravo epatologo lavora per evitare il trapianto. In che modo?
Innanzitutto eliminando le cause dell’epatopatia. E questo è possibile solo facendo prevenzione tramite i vaccini, limitando l’abuso di alcol, promuovendo uno stile di vita ed una dieta equilibrata, educando le persone a un uso corretto dei fitofarmaci. In presenza di un’epatopatia cronica l’obiettivo poi è il blocco della sua evoluzione con la prescrizione di antivirali per la cura dell’epatite B e C e di farmaci per le patologie autoimmuni. Nel caso di malattie genetiche da accumulo di ferro (emocromatosi) e di rame (malattia di Wilson), è fondamentale l’eliminazione di questi minerali. Fondamentale è anche la diagnosi precoce della cirrosi e la correzione di tutti i fattori che possono innescare le sue complicanze. Infine, quando si manifesta l’epatocarcinoma va favorito l’accesso del paziente alle terapie più avanzate. Da tutto questo si evince che un “bravo epatologo” non lavora da solo ma è sempre parte di ben organizzate e complesse strutture interdisciplinari dedicate.
elena.zuppini@sacrocuore.it
PER CONOSCERE DI PIU’
In volo come in sala operatoria: a lezione da una freccia tricolore

Il comandante Gianluigi Zanovello al “Sacro Cuore” per alcuni corsi sulle non technical skills, le capacità non professionali fondamentali per affrontare un’emergenza e rimediare all’errore umano.
Che ci azzecca un ex pilota dell’Aeronautica Militare e Civile con un gruppo di medici, infermieri e ostetriche? Ci azzecca, eccome. L’ex pilota in causa è il comandante Gianluigi Zanovello. Membro dell’Aviazione Militare con esperienza pluriennale su veicoli ed elicotteri, ha fatto parte (per dieci anni) della pattuglia delle Frecce Tricolori occupando varie posizioni tra le quali leader della formazione in volo e comandante dell’intero gruppo. Prima di “riporre le ali”, ha volato fino al 2018 per una compagnia aerea civile. Oggi la sua prima occupazione– come cofondatore di Umaniversitas Academy – è quella di insegnare in ambiti del tutto estranei al suo, le “non technical skills”, cioè le capacità che non riguardano strettamente la professione, ma sono trasversali a molti e fondamentali per affrontare in modo efficace le emergenze, ponendo rimedio all’errore umano, sempre in agguato, mai eliminabile del tutto.
Una di queste lezioni si è svolta nelle scorse settimane all’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria nell’ambito di un corso di formazione promosso dall’Unità Operativa Complessa di Ginecologia ed Ostetrica, diretta dal dottor Marcello Ceccaroni. Il corso sarà ripetuto giovedì 12 e venerdì 13 dicembre, rivolto principalmente al personale del reparto con la partecipazione anche di alcuni anestesisti.
“I piloti e i medici hanno più punti in comune di quanto si possa pensare.Entrambi abbiamo in ‘affido’ la vita delle persone, a volte in situazioni di emergenza, e il tasso di incidenti dovuto ad errore umano degli equipaggi è lo stesso individuato nei team medici: l’80% “, spiega la dottoressa Silvia Baggio, ginecologa dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar. “Tuttavia in aeronautica l’errore umano per ovvie ragioni ha risultati catastrofici e conseguenze dirette sulla sopravvivenza dello stesso equipaggio. Quindi i piloti per primi hanno sentito la necessità di mettere a punto quelle procedure che aiutano innanzitutto la ‘squadra’ a prevenire l’errore e quindi a creare la cultura della sicurezza. E in secondo luogo ad agire sotto il peso dell’emergenza per rimediare all’errore commesso o affrontare l’imprevisto” sottolinea la ginecologa. Tali procedure hanno migliorato nettamente la sicurezza del volo.
Per questo, visti i successi in campo aeronautico, alcune grandi Organizzazioni come l’OMS o Università (Aberdeen, Harvard e Manchester) hanno pensato di trasferire questa nuova cultura alla Sanità.
Ma quali sono queste non technical skills? “Innanzitutto la consapevolezza della situazione (Situation Awareness)“, risponde Emanuela Bonifacio, caposala della Ginecologia ed ostetricia. “Capire esattamente cosa sta succedendo, focalizzare i punti critici e in base a questi scegliere a chi chiedere supporto”. Alla Situation Awareness si affiancano la Decision Making, cioè la capacità decisionale, la Leadership, la Communication and Teamwork, e la Task Management.
“Il lavoro di squadra – da sempre promosso da questa unità, in particolare dal direttore dottor Marcello Ceccaroni – assieme alla capacità comunicativa e una leadership oculata ed attenta (non sempre identificabile con la persona di grado più alto) sono considerate la più efficace risposta a quelle situazioni nelle quali lo stress e la velocità di esecuzione obbligata rappresentano una minaccia importante per la sicurezza del paziente”, sottolinea Baggio. Un esempio in ostetricia sono i tagli cesarei di urgenza e l’emorragie post partum.
Fondamentali per l’apprendimento delle no technical skills sono le simulazioni di casi reali, che verranno effettuate durante i corsi di formazione a Negrar sotto la guida del comandante Zanovello. “Le simulazioni prevedono anche la gestione di elementi esterni all’emergenza che possono essere i parenti della donna o anche un elemento del team che entra in contrasto con il leader mettendo a rischio l’efficacia dell’azione che si sta svolgendo”. conclude la dottoressa Baggio.
Tumore della prostata: l'importanza di un team di specialisti

L’approccio multidisciplinare consente di costruire per il paziente affetto da tumore alla prostata un percorso terapeutico personalizzato: in un convegno a Negrar si farà il punto sulle cure della neoplasia più diffusa tra il sesso maschile
Un uomo su nove nel corso della sua vita si ammala di tumore alla prostata. Questo fa sì che la neoplasia prostatica sia il tumore più diffuso tra il sesso maschile con 37mila nuove diagnosi previste nel 2019. Tuttavia è anche uno dei tumori che ha un indice di sopravvivenza più alto: dopo 5 e 10 anni anni è pari rispettivamente al 92% e al 90%. Un risultato ottenuto grazie alla diagnosi precoce e al progresso delle terapie mediche, chirurgiche e radioterapiche.
Trattamenti che entrano in gioco – da soli o in combinazione – a seconda dell’estensione anatomica e dell’aggressività della neoplasia. A cui si aggiungono altri fattori prognostici quali l’età e la presenza di altre malattie che possono diminuire l’aspettativa di vita in maniera superiore al carcinoma prostatico stesso. Per questo è fondamentale che il paziente venga preso in carico da un team multidisciplinare che valuti attentamente il suo caso e prescriva un trattamento personalizzato.
Al team multidisciplinare nel carcinoma alla prostata è dedicato il secondo convegno nazionale che si terrà venerdì 6 e sabato 7 dicembre nella sala convegni dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria. Il simposio scientifico – patrocinato da AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e da AIRO (Associazione Italiana di Radioterapia e Oncologia Clinica) – è coordinato da tre primari di Negrar: la dottoressa Stefania Gori, dell’Oncologia Medica, dal professor Filippo Alongi, della Radioterapia Oncologica Avanzata, e dal dottor Stefano Cavalleri, dell’Urologia. Il convegno vede la presenza di oncologi, urologi, radioterapisti, anatomo-patologi e altri specialisti interessati al tumore alla prostata (endocrinologi, andrologi, internisti, cardiologi..) provenienti dalla maggiori strutture ospedaliere italiane (vedi programma).
Il “Sacro Cuore Don Calabria” è un centro di riferimento per il tumore alla prostata con 263 casi solo chirurgici nel 2018. Il paziente viene preso in carico dalla diagnosi, al trattamento fino alla riabilitazione, potendo usufruire di alte professionalità e di tecnologie di ultima generazione come il robot chirurgico Da Vinci Xi e l’acceleratore lineare “Unity“. Inoltre la radiologia esegue la biopsia prostatica in sede di Risonanza Magnetica e presso il Servizio di Terapia Radiometabolica vengono effettuati trattamenti con il radiofarmaco Xofigo per la cura delle metastasi ossee da carcinoma prostatico.
“Oggi possediamo molte armi terapeutiche per combattere il tumore prostatico e la ricerca è sempre in evoluzione su questo ambito – spiega la dottoressa Gori -. Rimane fondamentale tuttavia costruire un percorso terapeutico personalizzato per ogni paziente e collaborare all’interno del team multidisciplinare anche con l’endocrinologo e il cardiologo. Infatti in una sessione del congresso, intitolata “Prendersi cura del paziente”, interverranno due endocrinologi-andrologi che affronteranno il tema dell’impotenza nel paziente con carcinoma alla prostata, mentre un cardiologo parlerà della cardiotossicità come effetto della terapia ormonale.La sessione sarà moderata da Edoardo Fiorini, presidente dell’associazione dei pazienti PaLiNUro”.
Dottoressa Gori, oltre alla terapia medica, chirurgica e radioterapica, si parla anche di ‘sorveglianza attiva’. In cosa consiste e per quali pazienti è indicata?“
La diagnosi precoce di un tumore in fase iniziale può significare per le neoplasie a rischio basso/molto basso (cioè limitate alla prostata, ben differenziate, con un minimo volume tumorale e a bassi valori di PSA) e in uomini con aspettativa di vita superiore a 10 anni, scegliere tra la chirurgia, la radioterapia o la sorveglianza attiva. Con questo termine s’intende il monitoraggio del decorso della patologia per intervenire nel caso di progressione tumorale. Di solito si prevede la valutazione del PSA ogni 3-6 mesi, l’esplorazione rettale ogni 6-12 mesi ed eventualmente il ricorso a biopsie addizionali. L’obiettivo degli oncologi, ma anche dei chirurghi urologi e dei radioterapisti è quello di procrastinare il trattamento chirurgico o radioterapico per evitare gli effetti collaterali conseguenti. Naturalmente la scelta della sorveglianza attiva va comunque ampiamente condivisa con il paziente che dovrà essere informato sui rischi e sui benefici”.
Nella malattia metastatica, quali terapie abbiamo a disposizione?
Oltre all’ormonoterapia, cioè la soppressione della produzione degli ormoni androgeni, che rappresenta il trattamento di prima scelta consentendo solitamente di ottenere un controllo della malattia per un tempo compreso tra i 18 e i 24 mesi, oggi sono disponibili la chemioterapia e l’ormonoterapia alternativa. Non dimenticando nel caso delle metastasi ossee, i farmaci che inibiscono l’eccessivo riassorbimento osseo e il conseguente danno scheletrico (con dolore e fratture patologiche) la radioterapia e la terapia radiometabolica”.
Dal 2015 il Servizio di Medicina Nucleare dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, diretta dal dottor Matteo Salgarello, effettua trattamenti con il radiofarmaco Xofigo. Questo radiofarmaco oltre ad avere un’azione sulla sintomatologia dolorosa, ha dimostrato di aumentare la sopravvivenza dei pazienti trattati e di avere un ottimo profilo di tollerabilità rispetto ai trattamenti radiometabolici del passato.
Dottor Cavalleri, l’intervento di prostatectomia è ancora visto con molto timore da parte dei pazienti per le eventuali sequele temporanee o permanenti (incontinenza urinarie e disfunzione erettile). Ci sono delle novità in proposito?
“La prostatectomia radicale è un intervento che prevede l’asportazione della prostata, dei tessuti vicini e dei linfonodi regionali al fine di prevenire eventuali recidive, pertanto il rischio di un interessamento dei nervi dell’apparato uro-genitale non è inconsistente. In un centro ad alto volume come il nostro grazie all’elevato expertise dei chirurghi urologi e all’utilizzo del Robot Da Vinci la chirurgia della prostata è solo mini-invasiva. Tale metodica, quando è possibile praticarla, aumenta la possibilità di preservare una normale funzione urinaria e sessuale dopo l’intervento. L’importante è che dopo l’intervento eseguire un trattamento di fisioterapia per la riabilitazione del pavimento pelvico”.
Professor Alongi, la radioterapia ha un ruolo chiave nella cura dei tumore alla prostataSicuramente, anche grazie all’avvento di apparecchiature che consentono di irradiare con alte dosi ed estrema precisione il tumore risparmiando i tessuti sani.
Questo si traduce per il paziente in maggiore efficacia e minori effetti collaterali. Un esempio di questi macchinari è “Unity”, l’acceleratore lineare integrato con la Risonanza Magnetica ad alto campo (1,5 tesla), che nell’Europa del Sud (vedi articolo) dispone solo l’ospedale di Negrar. In pazienti con tumore localizzato alla prostata, la radioterapia oggi rappresenta un’alternativa non invasiva all’intervento chirurgico radicale. Inoltre a radioterapia ha un ruolo importante anche in altri stadi della malattia tumorale a scopo adiuvante, cioè dopo l’intervento chirurgico, e anche in presenza di metastasi, per controllare sia i sintomi sia la malattia insieme ai farmaci. In particolare in questo ambito, come avviene per casi selezionati di singole o poche metastasi nelle sedi linfonodali o ossee, la radioterapia ablativa stereotassica può contribuire ad aumentare la sopravvivenza”.
Radioterapia: risultati incoraggianti per i primi trattamenti con "Elekta Unity"

Nel servizio di “Medicina33” del Tg2, il professor Filippo Alongi spiega l’innovativo macchinario Elekta Unity e i risultati raggiunti con i primi cicli di terapie sui pazienti
Sono cinque i trattamenti già conclusi con “Elekta Unity”, il sistema di radioterapia oncologica di massima precisione avviato per la prima volta in Sud Europa dall’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria. Nel servizio di “Medicina33, la rubrica di salute del TG2, andato in onda giovedì 28 novembre, il professor Filippo Alongi, spiega le grandi potenzialità del macchinario ibrido, composto da un acceleratore lineare e da una risonanza magnetica ad alto campo (1,5 Tesla), la stessa usato a scopo diagnostico (vedi servizio televisivo).
Con il professor Alongi, direttore della Radioterapia Oncologica Avanzata e associato all’Università di Brescia, la testimonianza del primo paziente trattato, affetto da tumore alla prostata. Dopo tre settimane dalle 5 sedute giornaliere di radioterapia effettuate, al signor Furlan è stato comunicato che i valori del PSA nel sangue si sono dimezzati. Gli altri trattamenti conclusi riguardano altri 3 pazienti colpiti da tumore alla prostata e altri due ai linfonodi addominali. Sono in corso nuovi cicli radioterapici con “Unity”.
Dopo un’attenta valutazione multidisciplinare- spiega il prof. Alongi-, abbiamo proposto a signor Furlani ppiù opzioni: sorveglianza attiva, intervento con il robot chirurgico o trattamento radioterapico radicale. Il paziente, alla luce della non invasività della cura radioterapica e della tecnologia ad alta precisione proposta, ha deciso di essere trattato con radiazioni. Il trattamento è stato effettuato in 5 sedute giornaliere contro le 6-7 necessarie nei trattamenti tradizionali”.
Per garantire ancora maggiore precisione, al paziente sottoposto al trattamento prostatico è stato precedentemente introdotto un gel spaziatore che è andato a posizionarsi tra la prostata e il retto, distanziandolo. “Il gel spaziatore è perfettamente visibile nelle immagini fornite dalla Risonanza Magnetica e si riassorbe alcune settimane dopo la fine del trattamento. In questo modo il retto viene protetto dalle alte dosi di radiazioni e dalle possibili sequele, mentre la vicina prostata riceve la dose efficace per neutralizzare il tumore”, sottolinea Alongi.
Una possibile soluzione alternativa all’intervento chirurgico
Sono circa 37mila all’anno le nuove diagnosi di tumore alla prostata, il cancro più diffuso nel sesso maschile. L’intervento chirurgico è il trattamento più praticato, ma nonostante l’utilizzo di metodiche chirurgiche robotiche mini-invasive, permane, anche se ridotto rispetto al passato, il rischio di incorrere in conseguenze – temporanee o permanenti – come l’incontinenza vescicale e la disfunzione erettile, che alcune volte incidono pesantemente sulla qualità di vita del paziente.
“Anche con i precedenti sistemi eravamo già in grado di effettuare una Radioterapia Stereotassica Corporea (SBRT-Stereotactic Body Radiation Terapy) capace di ottenere la necrosi del tumore utilizzando un’elevata dose di radiazioni – prosegue il professor Alongi -. Ora con “Elekta Unity” effettuiamo tutto questo con ancora maggior precisione. La Risonanza Magnetica incorporata mette a disposizione del radioterapista oncologo immagini di altissima qualità e definizione che lo guidano nella scelta in tempo reale del piano terapeutico al fine di offrire un trattamento efficace e personalizzato al paziente. In casi selezionati, in diversi distretti corporei, la Radioterapia sostituisce la chirurgia (infatti si parla anche di Radiochirurgia se effettuata in singola seduta) in modo completamente non invasivo, indolore e senza effetti collaterali importanti».
La Risonanza Magnetica: immagini ad altissima definizione senza ulteriori radiazioni
La ripetizione della RM ad alto campo a ogni seduta (giornaliera) e in corso di trattamento è totalmente sicura per il paziente, in quanto non è soggetto a radiazioni ionizzanti (raggi X) come avviene per la TC o altre metodiche radiologiche usate per produrre immagini che facciano da guida al trattamento. Ricordiamo infatti che la Risonanza Magnetica utilizza campi magnetici e non radiazioni ionizzanti.
Non solo prostata
Il sistema Elekta Unity è applicabile sui tumori di diversi distretti anatomici. “Il vantaggio maggiore è soprattutto per la radioterapia dei tessuti molli, in particolare degli organi addominali quali pancreas, fegato, linfonodi e prostata, le cui lesioni tumorali, con i sistemi tradizionali, sono spesso non del tutto distinguibili rispetto ai tessuti sani da escludere dalle radiazioni», precisa lo specialista.
Verso il Capitolo dei Poveri Servi: incontro con il cardinale Zuppi

L’arcivescovo di Bologna martedì 26 novembre è a San Zeno in Monte per parlare di “Don Calabria profeta di comunione”. L’evento si svolge in occasione del 112° anniversario di fondazione dell’Opera calabriana ed è in preparazione al Capitolo Generale 2020
Sarà il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, il relatore d’eccezione per la 99ma Giornata di Studi Calabriani in programma martedì 26 novembre alle ore 18 a San Zeno in Monte, presso la Casa Madre dell’Opera Don Calabria.
Il neo cardinale, creato da Papa Francesco lo scorso 5 ottobre insieme, tra gli altri, al veronese dell’Opera Don Calabria monsignor Eugenio Dal Corso, affronterà il tema “Don Giovanni Calabria profeta di comunione”. Sarà anche l’occasione per celebrare i 112 anni dalla fondazione dell’Opera Don Calabria, che avvenne il 26 novembre 1907 quando i primi Buoni Fanciulli di don Calabria andarono ad abitare in una piccola casa di Vicolo Case Rotte, vicino a San Giovanni in Valle.
L’evento è organizzato dal Centro di Cultura e Spiritualità Calabriana e si colloca nel cammino di preparazione al XII Capitolo generale della Congregazione fondata dal santo veronese, che si svolgerà a maggio 2020 e sarà dedicato proprio al tema della comunione. L’ingresso è libero e aperto a tutti.
S. Em. il Cardinale Matteo Zuppi, 64 anni, è stato nominato vescovo nel 2012 da Papa Benedetto XVI e dal 2015 guida l’arcidiocesi di Bologna. Ha conosciuto l’Opera Don Calabria durante gli anni trascorsi a Roma nel lavoro pastorale in diocesi e nel 2017 era già stato a San Zeno in Monte su invito della Congregazione per celebrare la festa liturgica di San Giovanni Calabria, l’8 ottobre di quell’anno.
Nasce un'APP per il paziente sottoposto a chirurgia colorettale

L’applicazione digitale è stata realizzata dalla Chirurgia generale e presentata dal direttore Giacomo Ruffo durante il convegno nazionale sulla chirurgia del tumore al retto che si è tenuto a Verona.
Un’App che aiuta il paziente ad affrontare l’intervento chirurgico nelle migliori condizioni fisiche e lo supporta, in diretto contatto con il medico, prima del ricovero e dopo la dimissione. A realizzarla, nell’ambito della chirurgia colo-rettale, è la Chirurgia Generale dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, diretta dal dottor Giacomo Ruffo (vedi video-intervista in fondo a questo articolo).
L’applicazione digitale è stata presentata nel corso del congresso nazionale sulla chirurgia del tumore del retto che si è tenuto oggi presso il Palazzo della Gran Guardia a Verona.
Il meeting scientifico, giunto alla quarta edizione e organizzato dal dottor Ruffo, ha avuto tra i temi principali la qualità di vita del paziente sottoposto a chirurgia per tumore del retto. Si tratta di una delle neoplasie più diffuse nei Paesi Occidentali: nel 2019 sono previste in Italia 15mila nuove diagnosi, 1.200 nel Veneto, 200 quelle stimate nella provincia di Verona.
Nonostante l’approccio chirurgico mini-invasivo (chirurgia laparoscopica e robotica) si sia, ormai da alcuni anni, imposto come la metodica più efficace e conservativa per il trattamento di questa neoplasia, persiste un tasso di sequele funzionali relative ad alterazioni della sfera sessuale, urologica e relative alla continenza.
Su questo tema si sono confrontati i maggiori specialisti italiani e personalità di rilievo internazionale. Tra questi Cobi Reisman, presidente della Società europea di sessuologia, e Anthony Antoniou e Joannis Constantinides del St’s Marks Academic Institute di Londra, realtà di riferimento mondiale per la chirurgia del retto.
L’App “Colorectal Digital Checklist”, che sarà scaricabile da ogni piattaforma digitale a partire da gennaio, è uno strumento digitale che aiuta il paziente ad aderire in maniera ottimale al protocollo ERAS (Enhanced Recovery After Surgery) che ha come obiettivo principale il miglioramento del recupero dopo la chirurgia accelerando la ripresa post-operatoria e riducendo le complicanze cliniche.
Il protocollo ERAS è stato introdotto a Negrar da circa un anno per quanto riguarda la chirurgia colo-rettale. Ogni anno la Chirurgia Generale di Negrar effettua 500 interventi di resezione intestinale, dovuta a tumori del colon retto, malattie infiammatorie croniche dell’intestino, endometriosi. Il protocollo sarà esteso a breve anche alla chirurgia ginecologica, urologica e toracica. Il protocollo viene applicato grazie alla collaborazione di un team multidisciplinare e composto da chirurgo generale, anestesista, farmacista ospedaliero, dietista, fisioterapista e personale infermieristico. L’anestesista in particolare ha un ruolo fondamentale sia nella fase intra-operatoria sia in quella post-operatoria per la gestione del controllo del dolore.
Che cos’è l’APP
L’App “Colorectal Digital Checklist” – applicazione per smartphone, tablet e computer, dotata di tutti i dispositivi per la protezione dei dati – è una sorta di diario digitale che assume una funzione sia nella fase pre-operatoria sia in quella post-operatoria.
Prima dell’intervento
Nel periodo pre-operatorio l’applicazione fornisce una serie di informazioni per l’educazione del paziente e ricorda quotidianamente (mediante una notifica) gli obiettivi da raggiungere. Il paziente viene educato attraverso informazioni utili sul regime alimentare da seguire, sul significato e sulla modalità di assunzione di alcuni integratori e sulle modalità di ottimizzare lo stato fisico pre-operatorio attraverso alcuni esercizi aerobici e non, che vengono spiegati attraverso immagini e video. Il paziente quindi compilerà l’adesione o meno ai vari obiettivi giornalieri con la possibilità di riportare eventuali problematiche e invierà il tutto al medico.
Durante la degenza
Nella fase post-operatoria, durante la degenza ospedaliera, il paziente viene educato all’utilizzo quotidiano dell’APP per riportare una serie di parametri che andranno monitorati anche dopo la dimissione.
Dopo le dimissioni
Una volta a casa il paziente compila quotidianamente il questionario relativo a specifici parametri (presenza di febbre, controllo del dolore, validità dell’alimentazione e modalità di canalizzazione) e lo invia al medico. In caso di parametri anomali il paziente sarà contattato direttamente dal medico. Il paziente in caso di dubbi può scrivere tramite l’applicazione al medico, il quale viene allertato tramite una nodifica. Una volta accertato dal medico un ottimale stato post operatorio, il paziente esce dall’applicazione e tutti i dati vengono trasferiti sulla cartella clinica elettronica in totale sicurezza. Di solito questo avviene in concomitanza con il controllo post operatorio, dopo cinque giorni.
foto di copertina: il dottor Giacomo Ruffo, direttore della Chirurgia generale
Nella PhotoGallery alcune delle immagini del congresso e la presentazione della App
1. Mario Piccinini, amministratore delegato dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria
2. Carlo Sartori, medico chirurgo a Negrar e presidente onorario del Congresso
3. Nicolò De Manzini, direttore della Chirurgia generale dell’AOU di Trieste
4-7 Il dottor Ruffo presenta la APP
8. Il Congresso dall’alto
9. Il dottor Ruffo con i giornalisti
10. Cobi Reisman, presidente della Società europea di Sessuologia
Quali sono i fattori di rischio dei tumori?

Ecco i principali fattori di rischio delle malattie tumorali, ma è bene ricordare che la malattia neoplastica è per definizione a “genesi multifattoriale”, esiste quindi un concorso di cause che la determinano.
Le cause note delle alterazioni del DNA nella genesi del cancro sono di vari ordini: si ipotizza cause di tipo ambientale, genetiche, infettive, legate agli stili di vita e fattori causali.
Negli Usa (fonte American Association For Cancer Reasearch) il fumo di tabacco da solo è responsabile del 33% delle neoplasie;
un altro 33% è legato ai cosiddetti stili di vita (dieta, sovrappeso, abuso di alcol e inattività fisica).
I fattori occupazionali sono causa del 5% delle neoplasie.
Le infezioni sono responsabili di circa l’8% dei tumori (Papilloma virus 16-18 per cervice uterina, Epstein-Barr per lesioni linfoproliferative e del cavo orale, Herpes-virus 8 per sarcoma di Kaposi e linfomi; Helicobacter pylori per carcinoma dello stomaco e linfoma MALT, virus dell’epatite B e C per carcinoma epatocellulare). Le infezioni parassitarie da Trematodi sono chiamate in causa per il colangiocarcinoma e quelle di Schistosoma per carcinoma alla vescica.
Le radiazioni ionizzanti e l’esposizione ai raggi UVA sono responsabili del 2% dei tumori e l’inquinamento ambientale contribuisce per un altro 2%.
L’ereditarietà ha un’incidenza molto bassa nella genesi tumorale: meno del 2% della popolazione è portatrice di mutazioni con sindromi ereditarie di rischio neoplastico. Noti sono i geni BRCA1 e 2 che aumentano il rischio di cancro alla mammella e all’ovaio; PALB 2 e MSH2 e MLH1 per tumori del colon-retto non poliposici (HNPCC).
La lista dei fattori di rischio chiamati in causa nell’eziologia dei tumori è molto ampia e in continua evoluzione: non è facile determinare un singola fattore di rischio associato a una sola sede tumorale perché la malattia neoplastica è per definizione a “genesi multifattoriale”. Esiste quindi un concorso di fattori di rischio che si sommano e si moltiplicano nel determinare la malattia. A questi va ad aggiungersi le capacità di reazione dell’organismo sia con meccanismi di difesa immunitaria sia come processi di riparazione del DNA.
(Fonte: I numeri del cancro in Italia 2019, versione per pazienti e cittadini a cura della Fondazione AIOM), presieduta dalla dottoressa Stefania Gori
Alcol e violenza sulle donne: un binomio fatale

Il 23% dei casi di violenza di genere da parte del partner avviene sotto l’effetto dell’alcol e un terzo delle donne maltrattate ha come primo riferimento il Pronto Soccorso. Venerdì 15 novembre un convegno a Negrar
L’immagine della locandina scelta per il convegno “Donna alcol e violenza”, in programma venerdì 15 novembre all’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, sono delle porte. “Porte che devono essere aperte alla donna, vittima di violenza quando arriva in Pronto Soccorso e decide di dire basta. Ma anche le porte che hanno dato origine alla sua sofferenza e che la donna deve chiudere, per ricominciare a vivere” spiegano Egle Ceschi e Francesca Martinelli, rispettivamente educatrice del Servizio di Alcologia e assistente sociale dell’ospedale di Negrar, organizzatrici dell’incontro.
La giornata è aperta alla cittadinanza e vedrà il confronto tra gli attori della rete del territorio che si occupano di violenza di genere: medici di pronto soccorso, psichiatri, psicoterapeuti e, tra le associazioni, il Telefono Rosa e il Centro Petra del Comune di Verona. E’ prevista anche le testimonianze di una donna vittima di violenza e di un’altra che lo è stata da bambina. Inoltre racconterà la sua vicenda anche un uomo maltrattante, inserito in un percorso di recupero (il programma in allegato).
Il 23% dei casi di violenza sono sotto l’effetto dell’alcol
Sul binomio alcol e donna, le dottoresse Ceschi e Martinelli hanno già dedicato lo scorso anno un ciclo di tre incontri, focalizzati sull’abuso di alcol nell’età adolescenziale, adulta e nella vecchiaia. Quest’anno l’attenzione si sposta sul fatale legame tra alcol e violenza. I dati dell’ISTAT (2014) danno un’idea di quanto l’alcol abbia un ruolo nella violenza di genere. Nel 23% dei casi di violenza perpetrati dal partner, l’autore era sotto l’effetto dell’alcol. La percentuale scende al 17,1% quando l’artefice non è il marito, il fidanzato o il compagno. Ma la quota di non risposte è più elevata in quest’ultimo caso (13,1%).
L’alcol usato dalla donna per giustificare la violenza
“L’idea di questo convegno nasce dal nostro lavoro quotidiano, durante il quale non di rado incontriamo casi di violenza domestica in cui l’alcol è un fattore determinante”, spiegano Ceschi e Martinelli. “Ma – sottolineano – l’obiettivo di questa giornata non è quello di stigmatizzare i ruoli: la donna vittima e l’uomo carnefice. Bensì di identificare il senso di responsabilità di ciascuno. Perché è vero che l’alcol agevola un comportamento dannoso da parte dell’uomo, ma spesso è anche un elemento usato dalla donna per giustificare la violenza fisica e psicologica del partner”. “Beve, per questo mi picchia”, sono le parole di molte donne che arrivano al Pronto Soccorso o al Servizio di Alcologia con i segni della violenza.
Il futuro compromesso per i figli
Con questa giustificazione – proseguono – la donna non prende atto del problema, trascinando così nel baratro anche i figli. Figli che vedono non solo compromesso il loro presente, ma sono a rischio, in età adulta, di riprodurre nella loro relazione di coppia e nella loro famiglia le stesse problematiche. Solo prendendo in carico l’intera famiglia, come facciamo nel Servizio di Alcologia, si può spezzare questa catena di comportamenti sbagliati”.
Il ruolo del Pronto Soccorso
L’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria è uno dei sottoscrittori del protocollo “per la segnalazione e la presa in carico urgente di donne vittime di violenza”. A firmarlo nel 2017 anche Ulss 9 Scaligera-Distretto Ovest Veronese, i Comuni della stessa zona, e la Clinica Pederzoli di Peschiera. L’obiettivo è quello di “assicurare interventi urgenti di presa in carico e inserimento in strutture protette delle donne vittime di violenza affinché possano determinarsi nella scelta di uscire dalle situazioni di violenza”. Una parte codifica la prassi operativa dei Pronto Soccorso, il primo riferimento, dicono i dati, per un terzo delle donne vittime di violenza in Italia.
Si può chiedere la protezione senza denuncia
“Nel biennio 2017/2018, il 18% delle richieste di intervento dell’assistente sociale da parte dei sanitari del Pronto Soccorso di Negrar ha riguardato la valutazione di un percorso di sostegno e tutela delle donne vittime di violenza – spiega la dottoressa Martinelli -. Purtroppo è solo la punta dell’iceberg. Abbiamo donne che arrivano in Pronto Soccorso con segni evidenti di percosse che magari durano da anni e dichiarano ancora di essere cadute dalle scale. E’fondamentale che la donna sappia che può avere accesso, insieme ai suoi figli, a un percorso di protezione indipendentemente da un eventuale denuncia all’autorità giudiziaria”.
Un percorso fatto di porte che si aprono, grazie a una rete di servizi e di istituzioni sul territorio che hanno l’obiettivo “non solo di accompagnare la donna a non essere più vittima di violenza, ma anche l’uomo a riabilitarsi dal ruolo di esecutore”.Non a caso al convegno interverrà Nicoletta Regonati della Casa per l’uomo di Montebelluna, una delle prime realtà volte alla riabilitazione del maltrattante. Inoltre la consigliera della Regione Veneto, Orietta Salemi, illustrerà l’orientamento normativo regionale in materia di “codice rosa”.
elena.zuppini@sacrocuore.it
(nella foto le dottoresse Egle Ceschi e Francesca Martinelli)







