Il Centro malattie retto-intestinali: 20 anni in linea con il progresso nella cura delle IBD

E’ un compleanno importante, quello che il Centro per le Malattie infiammatorie croniche dell’intestino dell’IRCCS di Negrar festeggerà, il prossimo 4-5 ottobre alla Camera di Commercio di Verona, con l’annuale appuntamento scientifico dal titolo emblematico: “Transforming IBD care: lessons from last 20 years” (clicca qui per il programma). Infatti i due decenni di vita del Centro – che oggi segue 4mila pazienti di cui 850 in terapia avanzata – coincidono con lo straordinario progresso nella cura delle IBD- Inflammatory Bowel Disease (MICI in italiano), malattia di Crohn e colite ulcerosa.
Nella foto dell’équipe del Centro per le Malattie infiammatorie croniche e IBD Unit: da sinistra, la dottoressa Angela Variola, il dottor Andrea Geccherle, la dottoressa Alessia Todeschini e il dottor Giuliano Barugola
E’ un compleanno importante, quello che il Centro per le Malattie infiammatorie croniche dell’intestino dell’IRCCS di Negrar festeggerà, il prossimo 4-5 ottobre alla Camera di Commercio di Verona, con l’annuale appuntamento scientifico dal titolo emblematico: “Transforming IBD care: lessons from last 20 years” (clicca qui per il programma). Infatti i due decenni di vita del Centro – che oggi segue 4mila pazienti di cui 850 in terapia avanzata – coincidono con lo straordinario progresso nella cura delle IBD- Inflammatory Bowel Disease (MICI in italiano), malattia di Crohn e colite ulcerosa. Grazie ai farmaci innovativi per molti dei 250mila malati in Italia (il 60% sotto i 40 anni) la vita è radicalmente cambiata, passando da una condizione spesso gravemente invalidante alla remissione della malattia.
“Erano gli ultimi mesi del 2003 quando sono stati aperti a Negrar i primi ambulatori che vedevano la collaborazione di internisti e gastroenterologi con i chirurgi proctologi per la presa in carico dei pazienti colpiti da patologia colo-rettale benigna”, racconta il dottor Andrea Geccherle, responsabile del Centro malattie retto-intestinali e dell’IBD Unit e presidente del Congresso insieme al dottor Remo Andreoli. “Ben presto ci accorgemmo che la formula dell’ambulatorio integrato si adattava perfettamente al paziente affetto da patologie infiammatorie croniche dell’intestino – prosegue – Successivamente siamo stati uno dei primi centri a creare una vera e propria rete di specialisti (patologi, radiologi, endoscopisti, dermatologi, reumatologi, oculisti, ginecologi, urologi…) per offrire al paziente il percorso di cura migliore e più accessibile, valorizzando il ruolo dell’interdisciplinarietà che fino ad allora era appannaggio solo del mondo oncologico. L’interdisciplinarietà nelle IBD è fondamentale sia per le fasi di diagnosi e stadiazione della malattia, ma anche per la concomitante presenza di altre patologie auto-immuni, che condizionano le scelte terapeutiche”.
Il 2000 è l’anno della svolta per il trattamento delle patologie infiammatorie croniche dell’intestino: viene messo sul mercato il primo farmaco biotecnologico, l’anticorpo monoclonale Infliximab, che pochi anni dopo viene somministrato anche a Negrar, nel neonato centro delle malattie retto-intestinali. Attualmente i farmaci appartenenti alla terapia avanzata (biologici e piccole molecole), destinati ai pazienti con patologia moderata-grave e refrattari o intolleranti alla terapia convenzionale, sono 9 per la colite ulcerosa e 6 per la malattia di Crohn.
“Solo 20 anni fa avevamo come unica arma terapeutica, l’immunosoppressore Aziotoprina e il cortisone, con tutti gli effetti avversi che comportano questi farmaci assunti in via continuativa – spiega la dottoressa Angela Variola, medico gastroenterologo dell’IBD Unit – Oggi disponiamo di terapie che non solo limitano la loro azione esclusivamente alla malattia, e di conseguenza non hanno importanti effetti collaterali, ma anche cambiano la storia naturale della patologia stessa, evitando le complicanze d’organo: come le stenosi, le fistole, la malattia perianale, l’occlusione intestinale, la perforazione, la neoplasia”. In un prossimo futuro sono attese ulteriori novità di trattamento: il Centro del “Sacro Cuore Don Calabria” ha in corso 23 studi clinici, “una finestra sul futuro– sottolinea la dottoressa Variola – perché grazie alle sperimentazioni cliniche si hanno a disposizione alternative terapeutiche prima che vengano messe sul mercato”.
Accanto all’obiettivo di trovare nuove molecole, l’attuale ricerca sulle IBD è impegnata a scoprire il ‘meccanismo’, grazie al quale sarà possibile somministrare a ogni paziente il farmaco più efficace. “Purtroppo quello che ormai è praticabile da anni in oncologia, dove per alcuni tumori viene effettuata una terapia personalizzata sulla base di informazioni di biologia molecolare espresse dalla neoplasia del paziente, non è possibile replicarlo per ora nell’ambito delle IBD – precisa la dottoressa – Questo perché non è univoca la via attraverso la quale si sviluppa l’infiammazione autoimmune. Come sentiremo durante il congresso, la ricerca è molto concentrata in quest’ambito per trovare biomarcatori che possano personalizzare la terapia”.
E sul fronte della prevenzione ci sono novità? “La causa all’origine di queste patologie è ancora sconosciuta, sicuramente concorrono più fattori e la predisposizione genetica gioca un ruolo importante, soprattutto quando la malattia ha un esordio pediatrico – risponde la dottoressa Variola -. Quel che è certo è che gli stili di vita sono la scintilla che fa scoppiare il tutto. Pertanto immagino in un prossimo futuro una strategia preventiva per tutti i parenti di pazienti affetti da IBD che agisca sull’alimentazione, il movimento e sull’abitudine al fumo. E poi chissà se avremo a disposizione degli strumenti davvero validi per individuare queste malattie prima che manifesti i sintomi”
Reumatologia, 13° Seminario della Valpolicella: si parla di osteoporosi, malattia anche maschile

Sabato 28 settembre all’IRCCS di Negrar si terrà il 13° Seminario di Reumatologia della Valpolicella, promosso dal dottor Antonio Marchetta, responsabile del Servizio di Reumatologia del “Sacro Cuore Don Calabria”. Tra i tanti argomenti si parlerà anche della gestione del paziente con osteoporosi, patologia considerata solo femminile. Vediamo perché non è così

Un appuntamento che è saltato in agenda solamente durante la pandemia da Covid-19 e nonostante questo è giunto alla 13esima edizione. Si tratta del Seminario di Reumatologia in Valpolicella, organizzato dal dottor Antonio Marchetta, responsabile del Servizio di Reumatologia dell’IRCCS di Negrar in programma sabato 28 ottobre nella sala convegni del “Sacro Cuore Don Calabria”. (clicca qui per il programma).
L’evento scientifico è rivolto a tutti coloro – medici e paramedici – che sono coinvolti nella presa in carico del paziente reumatico. In particolare i medici di medicina generale, i primi a cui i pazienti si rivolgono quando avvertono sintomi che potrebbero essere ricondotti alle malattie reumatologiche.
Tra i relatori la dottoressa Giovanna Scroccaro, dirigente del Servizio farmaceutico della Regione Veneto, presidente della Commissione tecnica regionale per i farmaci e di quella per i dispositivi medici e presidente del Comitato prezzi e rimborso (Cpr) dell’Agenzia Italiana del Farmaco. A lei spetterà il compito di illustrare la politica della Regione per quanto riguarda i farmaci innovativi (biotecnologici, biosimilari e piccole molecole) anche alla luce delle novità terapeutiche che saranno introdotte sul mercato. Questi principi attivi hanno impresso una svolta soprattutto nella cura delle artriti croniche e spondiloartriti, tanto che oggi si può parlare in molti casi di remissione clinica, ma l’alto costo obbliga a un utilizzo economicamente sostenibile in modo tale che ogni paziente possa usufruire del farmaco più indicato per la sua situazione clinica e in tempo più precoce possibile.
Tra i tanti temi che verranno trattati durante il convegno vi è anche quello della gestione del paziente con osteoporosi (interverrà il professor Davide Gatti dell’Università di Verona), malattia cronica caratterizzata da una progressiva riduzione della massa ossea e da una concomitante alterazione della micro-architettura dell’osso, tale da aumentare il rischio di frattura. Con conseguenze invalidanti (di solito si tratta di anziani) e costi sanitari e sociali altissimi.
Molto diffusa tra popolazione generale (si stima che in Italia ne soffrano 5 milioni di persone) è da sempre considerata una patologia esclusivamente femminile. L’80% dei malati sono infatti donne in menopausa, un momento della vita femminile cui brusco calo di estrogeni agisce, diminuendone l’attività, sugli osteoblasti (le cellule deputate alla crescita della massa ossea) lasciando ampio campo ai osteoclasti, che hanno il compito di demolire l’osso ‘vecchio”, per permettere la sua rigenerazione. Tuttavia pochi sanno che 1/3 delle fratture dovute alla fragilità ossea interessino gli uomini e la mortalità dopo la frattura femorale è superiore nell’uomo rispetto alla donna.
“Che l’osteoporosi sia anche una patologia che può colpire anche gli uomini, è un messaggio difficile da far passare, non solo ai pazienti”, afferma il dottor Marchetta. “E’ vero che il calo fisiologico del testosterone con l’avanzare dell’età non è repertino come nel caso degli estrogeni nella donna con la menopausa. E’ anche vero che l’uomo ha maggiore massa ossea e la mantiene più a lungo, ma c’è tutta una serie di fattori di rischio che favoriscono l’insorgenza dell’osteoporosi nel sesso maschile, per la gran parte gli stessi che interessano la donna. E’ che è fondamentale tenerne conto, perché l’osteoporosi è una patologia subdola: spesso ci si accorge di averla solo dopo una frattura, in generale alle vertebre, al femore e al polso”, sottolinea il reumatologo.
Quali sono i fattori di rischio?
Innanzitutto la predisposizione familiare: se si ha la madre o il padre che hanno subito fratture ossee per osteoporosi, la probabilità di ammalarsi di osteoporosi è rilevante. Inoltre hanno un peso gli stili di vita, soprattutto il fumo e l’alcol che inibiscono l’attività degli osteoblasti, e la sedentarietà. Un fattore di rischio molto importante è l’utilizzo di cortisone (non solo per bocca, in muscolo o endovena, ma anche sotto forma di spray nasale) per curare le tante malattie croniche infiammatorie e autoimmuni, come quelle reumatiche.
Oltre al cortisone, ci sono altri farmaci ‘dannosi’ per l’osso?
Tra quelli maggiormente impiegati ci sono la levotiroxina, indicata per l’ipotiroidismo, gli anti-convulsionanti, gli inibitori di pompa protonica (pantoprazolo e lansoprazolo) usati erroneamente in modo continuativo per problemi gastrici.
Tra i fattori di rischio sono comprese anche le patologie?
Certamente. Come abbiamo già detto le malattie reumatiche infiammatorie o autoimmuni o quelle intestinali (IBD, celiachia, malassorbimento), le patologie endocrinologiche tiroidee, il diabete mellito, l’asma, le demenze, l’anoressia… Per l’uomo riveste importanza l’ipogonadismo che causa una ridotta produzione di testosterone. Non da ultime le forme di tumore del seno e della prostata positive ai ricettori ormonali, perché vengono impiegati farmaci che hanno come obiettivo la riduzione della produzione di ormoni sia maschili che femminili.
A partire da quale età è consigliato sottoporsi a densitometria ossea?
La densitometria ossea o MOC (Mineralometria Ossea Computerizzata) è un esame radiologico che misura la densità e la massa ossea. Per la donna è indicato effettuarla dopo 2-3 anni dalla scomparsa del ciclo mestruale, per gli uomini, un po’ più tardi, intorno ai 60 anni. Ma la densitometria è solo un esame strumentale e come tale deve essere letto alla luce di eventuali fattori di rischio. Una MOC positiva, cioè all’interno del range di valori che indicano osteoporosi, non corrisponde necessariamente alla necessità di trattamento farmacologico. Come un esame negativo non esclude una terapia. Per esempio la nota 79 dell’AIFA indica espressamente che i pazienti oncologici sottoposti a terapia ormonale devono essere trattati con l’anticorpo monoclonale Denosumab anche se la MOC è negativa. Questo perché le terapie ormonali implicano un calo di massa ossea dal 2 al 4% ogni anno.
Anche per l’osteoporosi quindi disponiamo di farmaci biotecnologici
Il Denosumab è un farmaco biotecnologico e viene usato in seconda linea, quando i bifosfonati, principi attivi chimici di lunga data, non sono efficaci o quando ci sono controindicazioni all’impiego. E’ in arrivo a fine anno il biosimilare (o, con un termine non corretto, generico) del Denosumab, altrettanto efficace ma con un costo più basso dell’originale che ci permetterà di trattare molti più pazienti. E’ invece già in commercio un farmaco che definirei fantastico, il Romosozumab. Esso somma in sé l’azione anti riassorbimento dell’osso dei biofosfonati e del Denosumab e quello del Teriparatide, che essendo un anabolizzante aumenta la massa ossea. E’ bene sottolineare che non tutti i farmaci sono adatti per tutti i pazienti, ognuno ha la propria indicazione.
Sui bifosfonati aleggia da sempre un grande timore: danneggiano l’osso della mandibola
E’ vero solo in parte. I bifosfonati favoriscono l’infezione dell’osso (osteomielite) solo là dove è già presente in bocca un’infezione, come le paradontite, o in generale una cattiva igiene della bocca. Per questo prima dell’inizio della terapia con questi farmaci è obbligatoria una visita odontoiatrica, un’attenta igiene orale e se è necessario l’esecuzione di un’ortopantomografia per studiare meglio la qualità dell’osso.
Quindi le regole per prevenire l’osteoporosi sono le stesse sia per la donna sia per l’uomo?
Esattamente. Stili di vita sani, supplemento di vitamina D e calcio, attività fisica aerobica all’aperto e una dieta varia. E’ raccomandabile una densitometria ossea periodica. Perché purtroppo l’osteoporosi non si annuncia: nella gran parte dei casi ci si accorge di averla solo dopo una frattura.
Il dottor Giuliano Barugola, nuovo presidente dei chirurghi degli ospedali privati

Il dottor Giuliano Barugola, responsabile dell’Unità Operativa Semplice di Chirurgia delle Malattie Infiammatorie Retto-Intestinali, è il nuovo presidente nazionale della SICOP, la Società scientifica che rappresenta i chirurghi delle strutture sanitarie private, private accreditate profit e no profit. Quarantasei anni, il dottor Barugola lavora al “Sacro Cuore Don Calabria” dal 2009 nell’Unità Operativa di Chirurgia Generale, specializzandosi nella chirurgia delle Malattie infiammatorie croniche dell’intestino
Il dottor Giuliano Barugola, responsabile dell’Unità Operativa Semplice di Chirurgia delle Malattie Infiammatorie Retto-Intestinali, è il nuovo presidente nazionale della SICOP, la Società scientifica che rappresenta i chirurghi delle strutture sanitarie private, private accreditate profit e no profit.
Quarantasei anni, il dottor Barugola lavora al “Sacro Cuore Don Calabria” dal 2009 nell’Unità Operativa di Chirurgia Generale, specializzandosi nella chirurgia delle Malattie infiammatorie croniche dell’intestino (morbo di Crohn e Colite Ulcerosa). Membro del direttivo SICOP dal 2021, inizia la sua presidenza triennale nell’anno del 25° dalla fondazione della Società scientifica e in un momento storico molto complesso per il comparto salute.
“In un orizzonte di evidente difficoltà del Servizio Sanitario Nazionale, le attività sanitarie private restano un valore aggiunto nell’alveo di una programmazione pubblica delle politiche per la salute – afferma il dottor Barugola – Sarà nostro compito, come SICOP, fornire ai pazienti e alle Istituzioni una rilettura positiva e pragmatica della spesa sanitaria privata, affinché non venga considerata solo la cartina di tornasole di un servizio sanitario che non funziona, ma un’alternativa consapevole di una società che è molto cambiata, che vuole risposte rapide e scegliere il medico al quale affidarsi in strutture adeguate ed efficienti. Occorre – sottolinea concludendo il nuovo presidente SICOP – trovare la capacità di ridisegnare un servizio sanitario che sappia ascoltare i nuovi bisogni della popolazione, snellito di tutte le inefficienze e che ritorni all’ideale universale della salute ‘sopra-tutto‘”.
La SICOP ha una rappresentanza all’interno del Collegio Italiano dei Chirurghi (CIC) e partecipa ai tavoli di lavoro del Ministero della Salute.
Malattia di Alzheimer: vi racconto le giornate con mia suocera Edda e come abbiamo trovato la serenità

In occasione della Giornata mondiale della malattia di Alzheimer, che ricorre il 21 settembre, raccontiamo l’esperienza di Nicoletta, caregiver della suocera Edda. Un percorso coordinato con i medici del Centro per il Decadimento cognitivo e le Demenze dell’IRCCS, che ha portato la signora di 95 anni a vivere serenamente nostante la malattia con li anche la famiglia
La letteratura scientifica è ormai concorde che la Demenza di Alzheimer impatta non solo sul malato, ma anche sulla famiglia. Essa viene infatti definita come malattia dell’intero sistema familiare.
Le ripercussioni maggiori le subisce in particolare la persona che si occupa direttamente del malato, chiamato, nel linguaggio anglosassone. “caregiver”, ovvero colui che presta la propria cura. Di solito i primi caregiver sono i familiari stessi, in particolare il coniuge e/o dai figli in età adulta. Assistere un proprio caro con demenza è spesso un compito molto gravoso in quanto richiede energie fisiche, cognitive ed emotive, spesso per una durata di molti anni. Da alcuni studi sui familiari di persone con demenza (Brodaty 2003, Thompson 2007, Hornillos et al. 2011) gli effetti della malattia sul caregiver sono di tipo psicologico (disturbi d’ansia, depressione, senso di colpa costante), fisico (riduzione del sonno, fatica), relazionale (ritiro sociale, isolamento) e lavorativo (richiesta di permessi, riduzione di orario).
In occasione della giornata mondiale dell’Alzheimer, che si tiene il 21 settembre, l’esperienza di un caregiver che ha cercato di mettersi in discussione, di farsi aiutare dai professionisti e di informarsi sulla patologia, al fine di rendere l’ambiente familiare un ambiente di cura.
La storia di Edda e della nuora Nicoletta, come tutte le storie, è una storia a sé, ma può essere un esempio di come affrontare le difficoltà quotidiane grazie alla collaborazione con operatori sanitari e alla messa in atto di strategie familiari che hanno permesso di far vivere Edda, una deliziosa signora di 95 anni, una serena quotidianità, nonostante la malattia di Alzheimer.
I primi sintomi della patologia anche per Edda si sono presentati in modo insidioso. “Mio marito ed io – racconta Nicoletta – ci siamo accorti che qualcosa non andava già nel 2012, quando Edda si dimenticava di assumere i medicinali per il diabete, aveva difficoltà nel contare i soldi, nel frigorifero trovavamo sempre più frequentemente del cibo deteriorato. E soprattutto trascurava la cura della sua persona. Inoltre era spesso aggressiva verbalmente, e anche fisicamente, nei confronti del marito che cercava di farla ragionare”.
Come spesso accade, la prima reazione è stata quella di minimizzare quanto stava accadendo. “Soprattutto mio marito ha fatto fatica ad accettare che la sua mamma non fosse più quella persona dinamica e indipendente che era sempre stata. All’inizio ci si convince che siano delle tipiche dimenticanze dovute all’età, ma poi, di fronte a fatti evidenti, non si può più chiudere gli occhi”, sottolinea Nicoletta. La diagnosi di Alzheimer arriva nel 2014 e con essa, oltre a un progressivo decadimento cognitivo, anche i disturbi comportamentali tipici – come irrequietezza, diffidenza, e difficoltà a dormire durante la notte- tipici della patologia. Per tale ragione i familiari si rivolgono presso il Centro dei disturbi cognitivi e demenze dell’IRCCS di Negrar, e individuano assieme al medico una modalità di gestione farmacologica e di strategie comportamentali centrata sull’unicità del paziente.
Da allora è iniziato un percorso di “alleanza” tra medico e caregiver, dove la somministrazione dei farmaci è stata “modulata” in base al riacutizzarsi o meno dei disturbi comportamentali e la famiglia ha organizzato la sua quotidianità tenendo conto delle esigenze di Edda. “Assistere in prima persona un malato di Alzheimer richiede tanto tempo a disposizione e dedizione, cosa a dir poco difficile se si è impegnati a tempo pieno nel lavoro e nella cura dei figli. Non a caso molte persone sono costrette ad abbandonare la propria occupazione – spiega Nicoletta – Io ho sempre collaborato con mio marito nella gestione della nostra azienda, cosa che mi ha concesso di organizzarmi il lavoro anche a domicilio e di frequentare un corso di operatrice socio-sanitaria, acquisendo così molte conoscenze per l’assistenza ai malati”.
Nicoletta, supportata dai professionisti del Centro di Negrar, ha messo così in atto alcune strategie incentrate sul mantenimento delle abilità residue in un malato di Alzheimer e sulla tutela della sua dignità e della sua individualità: “Ho puntato su ciò che a Edda è sempre piaciuto – racconta – Come viaggiare in auto, così oltre a portarla con noi in vacanza, ci accompagna nelle nostre trasferte lavorative nelle varie fiere. Le piace scrivere, così trascrive con il mio supporto dei proverbi che abbiamo ritagliato dai vari calendari. Guarda film divertenti e gradisce ascoltare le canzoni di un tempo che ricorda. La invito spesso a fare piccoli lavoretti, come piegare la tovaglia e vedo che lo fa volentieri, oppure a camminare per brevi tratti in giardino o usare la pedaliera. Non è stato un cammino facile e non nascondo che abbiamo dovuto superato diverse difficoltà dovute anche allo stato complessivo di salute di mia suocera – conclude Nicoletta – ma oggi posso dire che Edda vive serenamente e noi con lei”
IL CENTRO PER I DISTURBI COGNITIVI E LE DEMENZE DELL’IRCCS DI NEGRAR
Il Centro per i Disturbi cognitivi e le Demenze (CDCD) dell’IRCSS di Negrar, diretto dalla dottoressa Zaira Esposito con la collaborazione della dottoressa Federica Vit, si occupa di guidare il malato e la sua famiglia nel percorso diagnostico-terapeutico, proponendo la terapia più adatta per ciascun tipo di paziente e promuovendo la trasmissione di informazioni sulla gestione della malattia. Si impegna inoltre a sostenere le persone malate e i loro caregiver attraverso una serie di servizi svolti dalle psicologhe Cristina Baroni e Cecilia Delaini, come i colloqui di sostegno al caregiver e i gruppi di stimolazione cognitiva per le persone con decadimento cognitivo.
Qui sotto la brochure delle inziative del CDCD
Giornata mondiale per la sicurezza del paziente: una guida agli esami radiologici

Il 17 settembre si celebra in tutto il mondo la Giornata per la sicurezza del paziente, istituita nel 2019 dall’Organizzazione Mondiale delle Sanità, con l’obiettivo di accendere i riflettori sull’importanza di un coinvolgimento comune affinché, attraverso il miglioramento dei processi di cura, venga meno il rischio di eventi avversi ai danni dei malati. Quest’anno l’attenzione è stata posta sulla sicurezza in ambito diagnostico. “Sicurezza in radiologia. Un gioco di squadra” è titolo della brochure (per scaricarla clicca qui) , realizzata da un gruppo di risk manager che operano nelle strutture sanitarie regionali. A coordinarli un team multidisciplinare dell’IRCCS di Negrar
Il 17 settembre si celebra in tutto il mondo la Giornata per la sicurezza del paziente, istituita nel 2019 dall’Organizzazione Mondiale delle Sanità, con l’obiettivo di accendere i riflettori sull’importanza di un coinvolgimento comune affinché, attraverso il miglioramento dei processi di cura, venga meno il rischio di eventi avversi ai danni dei malati.
Un impegno che coinvolge non solo i professionisti della salute, ma anche gli stessi pazienti e le loro famiglie, fino a interessare coloro che amministrano i sistemi sanitari.
Ogni anno l’OMS individua un tema sanitario diverso dove focalizzare l’attenzione sulla sicurezza. Nel 2024 è stato scelto quello sull’importanza di una diagnosi corretta e tempestiva, che tenga conto anche dei possibili rischi che può comportare per il paziente.
Non a caso l’Azienda Zero della Regione Veneto ha posto l’accento sulla sicurezza in ambito radiologico. “Sicurezza in radiologia. Un gioco di squadra” è titolo della brochure (per scaricarla clicca qui) , realizzata da un gruppo di risk manager che operano nelle strutture sanitarie regionali. A coordinarli un team multidisciplinare dell’IRCCS di Negrar – composta dalla Radiologia, dall’Ufficio Qualità e dalla Fisica Sanitaria – guidato dal dottor Davide Brunelli, risk manager del “Sacro Cuore Don Calabria”.
“Si tratta di uno strumento informativo che è stato distribuito nelle strutture sanitarie della Regione – sottolinea il dottor Brunelli – e mira a rendere sempre più consapevoli i cittadini rispetto ai rischi legati alla diagnostica radiologica in un’ottica di alleanza tra medico e paziente finalizzata alla sicurezza dei percorsi di cura”.
La brochure sottolinea quanto sia importante che gli esami radiologici, poiché si servono di raggi x potenzialmente dannosi, siano giustificati da una decisione medica che valuti di volta in volta rischi e benefici. Ma è altrettanto importante che anche il paziente collabori con il medico nella formulazione di questa valutazione. Per esempio dichiarando lo stato di gravidanza certo o sospetto; comunicando eventuali allergie in particolare se l’esame viene effettuato con il metodo di contrasto; e seguendo tutte le indicazioni del personale sanitario affinché l’accertamento sia efficace.
Lenti a contatto: ecco come usarle correttamente per non incorrere in danni alla vista

Chi prova le lenti a contatto difficilmente torna indietro, grazie alla qualità visiva che esse garantiscono, decisamente superiore a quella degli occhiali. Ma attenzione, a differenza degli occhiali, le lenti a contatto sono un disposiitivo molto delicato che se non gestito con cura può essere veicolo di gravi infezioni alla cornea. “Per questo la prescrizione delle lenti deve essere di esclusiva competenza medica, come il controllo periodico dello stato di salute dell’occhio. All’oculista spetta inoltre il compito di dare tutte le indicazioni di come gestire le lenti e come comportarsi in caso di sintomatologia sospetta”, afferma il dottor Giuliano Stramare, responsabile dell’Oftalmologia pediatrica dell’IRCCS di Negrar.
C’è chi le porta per una mera questione estetica, chi, invece, perché non sopporta ‘fisicamente’ gli occhiali o perché pratica sport per cui gli occhiali sono un impedimento. Sta di fatto che chi prova le lenti a contatto difficilmente torna indietro, grazie alla qualità visiva che esse garantiscono, decisamente superiore a quella degli occhiali, in quanto, non essendoci la distanza tra l’occhio e la lente, si riducono le cosiddette aberrazioni (distorsione delle immagini reali ndr).
Ma le lenti a contatto, a differenza degli occhiali, sono un dispositivo molto delicato che richiede una perfetta manutenzione al fine di non incorrere nel degrado del materiale – con conseguenze sulla qualità della visione – e, soprattutto, in infezioni corneali potenzialmente gravi, che possono comportare danni permanenti all’occhio e alla vista.

“Per questo la prescrizione delle lenti deve essere di esclusiva competenza medica, come il controllo periodico dello stato di salute dell’occhio. All’oculista spetta inoltre il compito di dare tutte le indicazioni di come gestire le lenti e come comportarsi in caso di sintomatologia sospetta”, afferma il dottor Giuliano Stramare, responsabile dell’Oftalmologia pediatrica dell’IRCCS di Negrar.
“I problemi relativi alla cattiva manutenzione delle cosiddette lenti morbide sono decisamente diminuiti grazie all’introduzione già da parecchi anni delle lenti a ricambio giornaliero”, riprende il dottor Stramare. “Esse vengono indossate sterili, direttamente dalla loro confezione ed eliminate dopo il loro utilizzo, quindi non richiedono manutenzione. Ma non tutti i pazienti fanno ricorso a queste lenti, che non tutti gli ottici consigliano, proponendo invece le quindicinali o perfino le mensili”.
Forse per una questione economica…
Il costo non varia tantissimo, se si tiene conto che viene meno quello per i prodotti di conservazione, a fronte di una sicurezza che le lenti quindicinali o mensili non possono dare. Quest’ultime devono essere tenute in considerazione solo quando sul mercato non esistono lenti giornaliere indicate per quel determinato difetto visivo. In genere sono difetti eclatanti e per fortuna rari, a causa dei quali i pazienti sono molto attenti alla gestione delle lenti e sottoposti a uno stretto controllo medico. Il rischio è rappresentato dall’adulto o dall’adolescente che non si sottopongono a visita periodica, utilizzano le lenti oltre il limite giornaliero raccomandato (8-10 ore) e si accorgono dell’infezione quando è già in atto.
Le consiglia anche per i minori?
La prescrizione ai bambini deve essere effettuata solo in casi particolari e naturalmente la gestione del dispositivo viene affidata ai genitori almeno fino a 16 anni, dopo di che il ragazzo o la ragazza se ne può occupare in autonomia
Quali sono i sintomi dell’infezione?
Occhio rosso, calo della vista e dolore. Una triade di sintomi che spesso vengono sottovalutati. Anzi, ci sono pazienti che non avendo gli occhiali, insistono ad indossare la lente nonostante il dolore o l’occhio infiammato.
A cosa si va incontro se l’infezione viene trascurata?
Una diagnosi tardiva dell’infezione può portare a un danno permanente della cornea da richiedere perfino il trapianto.
Abbiamo parlato di lenti morbide, e le rigide?
Per alcuni aspetti sono lenti ottime e non presentano le complicanze tipiche di quelle morbide. Popolarmente vengono chiamate semi-rigide, ma il nome corretto è lenti rigide gas permeabili. Un termine tecnico che le differenzia dalle prime lenti rigide (parliamo della fine degli anni Settanta) realizzate con un materiale simile al vetro, impermeabile all’ossigeno proveniente dall’esterno di cui si “nutre” la cornea essendo priva di vasi sanguigni. L’occhio a causa di queste lenti andava incontro a ipossia, con conseguenze importanti. Alla fine degli anni Novanta sono stati introdotti materiali gas permeabili, che hanno reso le lenti ottime per la correzione di alcuni difetti, come la miopia grave. Sono un po’ più complesse da portare, perché all’inizio richiedono maggiore adattamento e manualità nella gestione, ma possono durare anche un anno, senza particolari rischi di infezioni, perché il materiale non si presta a contaminazione.
Quando è sconsigliato indossare le lenti?
In ogni situazione in cui c’è un rischio aumentato di infezione. Quindi sono fortemente sconsigliate in tutti gli sport acquatici e quando non si ha la possibilità di gestirle. Per esempio se è necessario togliere la lente, è fondamentale avere gli occhiali a disposizione, le mani pulite e l’apposito contenitore per conservarla, se è rigida, altrimenti se è morbida si deve buttare. Chi fa uno sport acquatico a livello agonistico, deve indossarle poco prima dell’attività e toglierle subito dopo. Inoltre deve sottoporsi spesso a controllo medico ed essere istruito a togliersi la lente nel caso di occhio rosso e se il sintomo persiste di recarsi al Pronto Soccorso. Tra le cose che non si devono fare in assoluto quando si toglie una lente, ma che purtroppo è un’abitudine più diffusa di quanto si pensi, è sciacquarla sotto l’acqua del rubinetto e addirittura metterla in bocca!
Una volta indossate ci sono particolari accorgimenti da rispettare?
E’ necessario mantenerle lubrificata con le lacrime artificiali. Le persone che hanno scarsa secrezione lacrimale trovano difficoltà nell’utilizzo delle lenti. La dislacrimia si presenta soprattutto nelle donne in menopausa o affette da malattie reumatologiche come la sindrome di Sjogren. Se in questi casi nemmeno le lacrime artificiali risolvono il problema è meglio tornare agli occhiali.
Corso per la qualifica di operatore socio-sanitario: nuova data per la selezione

C’è tempo fino al prossimo 18 ottobre per iscriversi alla selezione per il corso di qualifica di operatore socio-sanitario (Oss) organizzato dall’IRCCS di Negrar in collaborazione con il Centro Polifunzionale Don Calabria, nell’ambito della programmazione regionale (DRG n.811/2022). La prova scritta è prevista per martedì 22 ottobre alle 10 presso l’auditorium del Centro di via San Marco 121 a Verona. Tutte le informazioni sono disponibili sul sito www.sacrocuore.it alla voce “lavora con noi”.
C’è tempo fino al prossimo 18 ottobre per iscriversi alla selezione del corso per la qualifica di operatore socio-sanitario (Oss) organizzato dall’IRCCS di Negrar in collaborazione con il Centro Polifunzionale Don Calabria, nell’ambito della programmazione regionale (DRG n.811/2022). La prova scritta è prevista per martedì 22 ottobre alle 10 presso l’auditorium del Centro di via San Marco 121 a Verona.
Il corso comprende 480 ore di lezioni teoriche e 520 di tirocinio presso l’ospedale Sacro Cuore Don Calabria e le strutture residenziali della Cittadella della Carità (case di risposo e Rsa). Al termine il candidato dovrà sottoporsi all’esame di qualifica che consiste in un test scritto e una prova teorico- pratica. La Regione prevede agevolazioni economiche per i disoccupati e gli inoccupati. Tutte le informazioni sul corso sono disponibili sul sito www.sacrocuore.it alla voce “lavora con noi”.
“Le competenze dell’OSS trovano applicazione in diversi ambiti: dall’ospedale alle strutture residenziali per anziani e disabili, dall’assistenza domiciliare alle scuole, dove gli operatori socio-sanitari sono dedicati agli studenti con disabilità gravi”, spiega la dottoressa Regina Benedetti, responsabile del Servizio infermieristico dell’IRCCS di Negrar. “In particolare nelle strutture ospedaliere e residenziali – sottolinea – negli anni, in parallelo con l’evolversi della figura dell’infermiere, il ruolo dell’Oss ha acquisito sempre più importanza nel processo di assistenza. Di fatto è l’operatore più vicino al paziente, in quanto lo supporta in tutte le azioni quotidiane come l’igiene, l’alimentazione, la deambulazione… E per questo è in grado di fornire informazioni preziose che condivide con l’équipe medico-infermieristica per un’assistenza il più possibile efficace e personalizzata”.
Se il Sistema sanitario nazionale sta vivendo una stagione difficile anche a causa della carenza di medici e infermieri, il problema non è meno importante sul fronte Oss e si complicherà ulteriormente nei prossimi anni, quando, secondo le previsioni della Regione, in Veneto usciranno per pensionamento dalle strutture ospedaliere e residenziali per anziani e disabili oltre 1.500 operatori socio-sanitari.
“Un Oss oggi trova subito occupazione a tempo indeterminato – prosegue la dottoressa Benedetti -. Con la prospettiva, inoltre, di un percorso lavorativo molto vario e stimolante, proprio in virtù delle diverse collocazioni che un operatore socio-sanitario può avere. Il corso che proponiamo fornisce tutte le conoscenze teoriche necessarie e soprattutto una formazione sul campo presso le nostre strutture che ha valenza di insegnamento pratico, ma è nello stesso tempo un’opportunità per il candidato di sperimentare la complessità del rapporto con le persone fragili. Complessità che richiede competenza ma anche predisposizione umana”.
I benefici della TIPS, impiegata nella cirrosi epatica, per la malattia "delle acque dolci tropicali"

E’ stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Lancet Infectious Diseases il report sul primo paziente affetto da schistosomiasi epatosplenica, cioè con gravi complicanze alla milza e al fegato, seguito presso IRCCS Sacro Cuore Don Calabria e trattato, in collaborazione con l’Università di Verona, con una procedura di radiologia interventistica (TIPS- Shunt Portosistemico Intraepatico Transgiugulare) e successiva asportazione della milza. La pubblicazione comprende anche la revisione della letteratura dei casi di schistosomiasi epatosplenica trattati con TIPS, contribuendo così ad ampliare la conoscenza su questa patologia tropicale e la sua gestione clinica mediante questa tecnica innovativa, che potrebbe essere eseguita anche nei casi precoci.
E’ stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Lancet Infectious Diseases il report (“Transjugular intrahepatic portosystemic shunt followed by splenectomy for complicated hepatosplenic schistosomiasis: a case report and review of the literature”) sul primo paziente affetto da schistosomiasi epatosplenica, cioè con gravi complicanze alla milza e al fegato, seguito presso IRCCS Sacro Cuore Don Calabria e trattato, in collaborazione con l’Università di Verona, con una procedura di radiologia interventistica (TIPS- Shunt Portosistemico Intraepatico Transgiugulare) e successiva asportazione della milza. La pubblicazione comprende anche la revisione della letteratura dei casi di schistosomiasi epatosplenica trattati con TIPS, contribuendo così ad ampliare la conoscenza su questa patologia tropicale e la sua gestione clinica mediante questa tecnica innovativa, che potrebbe essere eseguita anche nei casi precoci.
CHE COS’E’ LA SCHISTOSOMIASI
La schistosomiasi è una delle 21 malattie tropicali neglette identificate dell’OMS e si stima che nel mondo ne siano affette 230 persone, anche se potrebbero essere ben 440 milioni i soggetti con una patologia provocata dall’infezione corrente o da un danno permanente agli organi dovuto a un’infezione pregressa. Dopo la malaria è la malattia tropicale negletta più diffusa al mondo ed è endemica in tutta la fascia tropicale, soprattutto in Africa sub-Sahariana, in America Latina e nell’Asia Orientale. Anche in Europa, in particolare in Corsica (Francia) e Almeria (Spagna), si sono verificati recentemente focolai di trasmissione autoctona originati da casi di importazione.
La schistosomiasi è causata da varie specie del parassita Schistosoma, un elminta – comunemente detto verme – e può avere manifestazioni intestinali, epatiche e uro-genitali anche molto gravi, tra cui lo sviluppo di tumore della vescica.
La trasmissione avviene tramite il contatto con acque dolci in aree endemiche in cui avvengono abitualmente minzione o defecazione umana (e quindi anche di individui con l’infezione attiva) nell’ambiente. Con le feci e nelle urine, infatti, vengono eliminate anche le uova del parassita, che schiudono in acqua. L’uomo si infetta quando in laghi o fiumi co-abitano delle chiocciole che permettono lo sviluppo delle larve microscopiche del parassita fino allo stadio infettante, dette “cercarie”, che possono penetrare la cute umana integra. Per questo è importante, quando si compie un viaggio nelle zone endemiche, evitare di bagnarsi in fiumi o laghi. Nell’uomo le cercarie si sviluppano in parassiti adulti che, vivono nei plessi venosi mesenterici (attorno all’intestino) e pelvici (attorno alla vescica).
Nella maggior parte dei soggetti l’infestazione è asintomatica ma dopo mesi od anche anni possono comparire i sintomi diversi a seconda degli organi interni interessati all’accumolo delle uova. Quindi dai dolori addominali alla diarrea (anche con presenza di sangue nelle feci), fino all’occlusione intestinale, se ad essere colpito è l’intestino
La presenza delle uova negli organi uro-genital, invece, può portare a cistiti, ma anche ad altre alterazioni come cervicite e salpingite nella donna e prostatite nell’uomo, che nelle forme più severe possono portare fino all’infertilità.
La diagnosi viene effettuata con la ricerca delle uova del parassita nelle urine e nelle feci
Per la schistosomiasi non esiste vaccino, ma solo un farmaco il pranziquantel (non ancora registrato in Italia per uso umano), che deve essere assunto per 1-3 giorni, il prima possibile dopo la diagnosi per evitare gravi complicanze.
LA SCHISTOSOMIASI EPATOSPLENICA
La schistosomiasi epatosplenica è una condizione clinica complessa causata dalle complicanze della schistosomiasi intestinale. Essa deriva dalla reazione fibrotica che si viene a creare attorno alle uova del parassita, trasportate dalla circolazione della vena porta che dall’intestino va al fegato. Tale fibrosi provoca un’ipertensione della stessa vena portale. Proprio l’aumento della pressione portale, con conseguente formazione di varici (rigonfiamento) venose è la causa della complicanza più grave, cioè il sanguinamento delle varici venose dell’esofago, similmente a quanto avviene nella cirrosi epatica. La funzionalità del fegato però è generalmente preservata; si può verificare anche un calo del numero di globuli bianchi e di piastrine.

“Per la gestione del paziente con schistosomiasi epatosplenica non è ancora disponibile un protocollo standard condiviso a livello internazionale che possa guidare la decisione clinica del medico”, sottolinea il professor Federico Gobbi, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali dell’IRCCS di Negrar e uno degli autori dello studio. “Dal nostro lavoro di revisione della letteratura è emerso che nessuno degli interventi che sono effettuati solitamente per la schistosomiasi epatosplenica complicata (shunt portosistemici selettivi oppure la devascolarizzazione esofagogastrica con splenectomia) si dimostra più efficace dell’altro, mentre il trattamento con farmaci β-bloccanti è solo di supporto”.
La TIPS
L’intervento di Shunt Porto-sistemico Intraepatico Transgiugulare (acronimo inglese TISP), utilizzato da molto tempo nella cirrosi epatica, è segnalato in letteratura solo in pochi pazienti con schistosomiasi epatosplenica. Si tratta di una procedura mini-invasiva di radiologia interventistica che ha l’obiettivo di ridurre l’ipertensione della vena porta mettendo in comunicazione il sistema portale e il sistema venoso generale attraverso l’inserimento di uno stent introdotto attraverso una vena periferica. L’intervento viene eseguito sotto guida radiologica con il paziente in sedazione profonda. In sostanza, è come se si costruisse un “tunnel” nel tessuto epatico, creando in questo modo un canale che aggira il punto di ostruzione e permettere al sangue di defluire per una via alternativa.

“I pochi casi descritti in letteratura di trattamento della schistosomiasi epatosplenica con TIPS rilevano un miglioramento per quanto riguarda l’ipertensione portale e la regressione delle varici esofagee con conseguente riduzione del rischio di sanguinamento, come è accaduto per la paziente di 33 anni originaria dell’Angola, il cui caso è oggetto dello studio pubblicato. Tuttavia – precisa l’infettivologa Francesca Tamarozzi, prima firmataria dello studio – questa paziente è stata sottoposta anche all’asportazione della milza a causa della persistente splenomegalia grave (milza aumentata di volume ndr) e della carenza di piastrine. I benefici riscontrati con la TIPS comunque incentivano la valutazione della possibile applicazione di questo trattamento anche in pazienti con schistosomiasi epatosplenica precoce, prima della comparsa delle varici e quindi del sanguinamento. Infatti in letteratura è stata segnalata l’associazione tra sanguinamento da varici e aumento del rischio di scompenso epatico, che è a sua volta associato a un aumento della mortalità”
Da Casa Nogarè ad Oncologia: coperte fatte a mano per esprimere il calore della vicinanza

Cinque nonne della casa di riposo Nogarè sono state protagoniste del progetto “Gomitolorosa”: mercoledì 8 agosto hanno consegnato i loro lavori a maglia all’Unità Operativa di Oncologia. Coperte di lana dedicate ai pazienti che accedono al day hospital per sottoporsi alle terapie mediche. Non si tratta di semplici coperte, ma ma strumenti per esprimere il calore della vicinanza a chi vivendo la difficoltà della malattia.
La più giovane ha 79 anni, la meno giovane 95: Pierina Bonometti, Rosina Ligabò, Iones Maria Biondani, Rosa Pimazzoni e Silda Lorenzato. Sono le cinque nonne della casa di riposo Nogarè protagoniste del progetto “Gomitolorosa”, che lo scorso mercoledì 8 agosto hanno consegnato i loro lavori a maglia all’Unità Operativa di Oncologia. Coperte di lana dedicate ai pazienti che accedono al day hospital per sottoporsi alle terapie mediche. Ma basta leggere il biglietto con cui hanno accompagnato i loro doni per comprendere che quelle da loro create non sono delle semplici coperte, ma uno strumento per esprimere il calore della vicinanza a chi sta vivendo la difficoltà della malattia.

“Si dice che le cose fatte a mano siano fatte con il cuore… se poi è il cuore di una nonna vale il doppio. Le nonne della Casa di riposo Fr. Pietro Nogarè hanno realizzato queste coperte con impegno e amore per donare conforto e calore nei momenti un po’ più difficili… Ciascuno ha la propria croce da portare, ma se di tanto in tanto facessimo come il Cireneo il peso si farebbe più sopportabile”.
L’anima di questo progetto è l’educatrice professionale Laura Dall’Ora che ha trovato lo spunto per realizzarlo dall’attività di Gomitolorosa. Si tratta di un’Associazione nazionale che recuperando la lana in esubero, altrimenti destinata ad essere bruciata, non solo fa qualcosa di utile per l’ambiente, ma sostiene anche il lavoro a maglia come strumento terapeutico per il recupero individuale del benessere psico-fisico. Inoltre, collaborando con associazioni e gruppi amatoriali, produce manufatti rivolti al mondo della solidarietà sociale. Oltre ai propri, Gomitolorosa sostiene anche progetti proposti da enti esterni che rispettino tuttavia la sua mission, come appunto quello di Casa Nogarè per il quale l’Associazione ha donato 100 gomitoli di lana.

“Il lavoro a maglia è una forma di terapia occupazionale che è spesso inserita in veri e propri percorsi di cura alla luce dei tanti benefici che apporta a vari livelli”, spiega Dall’Ora.
E’ incredibile infatti come la realizzazione di una coperta o di una sciarpa possa ess,ere una terapia per la mente e il corpo. Per esempio, regala buonumore: i movimenti ripetuti tipici dello ‘sferruzzare’, aumentano la produzione di endorfine, sostanze chimiche prodotte dal cervello che sono alla base della sensazione di benessere; migliora la concentrazione e la memoria quindi rallenta i decadimento cognitivo. E infine combatte l’artrosi delle mani, aiutando le dita a rimanere agili e meno rigide con l’avanzare dell’età.
“Naturalmente il progetto non sarebbe stato possibile se le ospiti non avessero manifestato l’interesse, se non una vera passione, per il lavoro a maglia – sottolinea l’educatrice – Sono cinque le signore che hanno realizzato materialmente le coperte, ma attorno a loro si è creato un gruppo di altri ospiti che con la loro presenza hanno sostenuto il progetto e condiviso gli obiettivi. Conoscere la finalità della creazione delle coperte e il valore di esse come ponte di solidarietà tra la casa di riposo e l’ospedale hanno reso gli ospiti motivati e consapevoli di essere ancora utili, attivi e preziosi per la comunità”.
L’entusiasmo di certo non manca tra le cinque signore. Rosina racconta di aver imparato a lavorare a maglia in collegio dalle suore dove ha appreso anche l’arte del cucito, diventando così brava da realizzare da sola lenzuola e tovaglie ricamate per il suo corredo matrimoniale. Mentre per Pierina saper lavorare a maglia era una risorsa: quando da giovane c’era bisogno di indumenti caldi, ma c’erano pochi soldi per acquistarli. Per le altre è una passione che nutrono da sempre sottolineando che la loro capacità va ben al di là delle “semplici coperte”.
Nel pieno rispetto delle regole d’oro dell’ospitalità, oltre a ringraziare per quanto ricevuto, il direttore dell’Oncologia, dottoressa Stefania Gori, e il suo staff hanno voluto ricambiare il dono, regalando alle signore una borsa intrecciata a mano con dentro alcune delizie dolciarie. Come le coperte anche questa non è un “semplice” borsa, ma racconta una storia: quella di una signora che ha sviluppato una neuropatia periferica alle mani come effetto indesiderato della chemioterapia e che per non arrendersi al disturbo ha messo in moto la creatività e la manualità. Dalle quali sono nate alcune borse date poi in dono all’Oncologia. “Si dice che le cose fatte a mano siano fatte con il cuore…”.
La radioterapia per il trattamento degli spasmi muscolari nelle lesioni cerebrali e midollari

L’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar è il primo centro al mondo a proporre un trattamento innovativo per la spasticità all’interno di uno studio clinico. Eccellenza a livello nazionale per la neuroriabilitazione, nel 2023 ha accolto 103 persone affette da gravi lesioni cerebrali e spinali e ha dato il via a un nuovo protocollo sperimentale per il trattamento delle problematiche che fanno seguito a queste lesioni.
L’uso della radioterapia di ultra-precisione ad alte dosi di radiazioni (radiochirurgia stereotassica) come

trattamento della spasticità e degli spasmi muscolari provocati da lesioni cerebrospinali. Una nuova metodica in corso di sperimentazione all’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria contro un disturbo che non sempre può essere trattato con le terapie tradizionali ma che arriva a colpire fino al 90% delle persone affette da malattie che danneggiano le terminazioni nervose che controllano i movimenti muscolari.
Sono circa 100 milioni le persone nel mondo che convivono con le conseguenze di patologie cerebrospinali o di traumi al cervello e al midollo a seguito di incidenti. Tra queste la spasticità e il dolore correlato sono una complicanza comune e debilitante a lungo termine. Si stima che questa colpisca il 65-78% dei pazienti con lesioni croniche del midollo spinale e il 25% degli individui che hanno avuto un ictus grave. Ad oggi i trattamenti convenzionali prevedono interventi chirurgici invasivi o trattamenti per via orale con un’efficacia tuttavia limitata e spesso con effetti collaterali indesiderati. I ricercatori dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar hanno invece definito un nuovo protocollo sperimentale per il trattamento non invasivo, più conservativo e a bassa tossicità della spasticità per mezzo della radiochirurgia stereotassica che prevede l’impiego della radioterapia per agire sui nervi spinali selezionati bloccando la conduzione elettrica responsabile degli spasmi.
UN TRATTAMENTO INNOVATIVO PER LA SPASTICITÀ

“La spasticità è una condizione caratterizzata da un aumento eccessivo e anomalo del tono muscolare. In particolare, consiste in spasmi di uno solo o di più muscoli scheletrici che possono provocare rigidità durante il movimento con disagio o dolore e difficoltà motorie ai quattro arti, nella respirazione e nel riposo notturno – spiega la dottoressa Elena Rossato, direttore del Servizio di Medicina Fisica e Riabilitazione – La spasticità ha quindi un grande impatto negativo sulla qualità di vita dei pazienti e interferisce fortemente con la loro capacità di compiere attività quotidiane come ad esempio il trasferimento dalla sedia a rotelle. Per questo motivo, la spasticità ha diverse conseguenze sociali e riabilitative con un alto tasso di procedure infermieristiche e ricoveri ospedalieri”, sottolinea.

“Quello che è stato avviato all’IRCCS di Negrar è un protocollo che prevede l’utilizzo della radiochirurgia stereotassica per trattare pazienti affetti da spasmi invalidanti – afferma il dottor Luca Nicosia, radioterapista oncologo del Dipartimento di Radioterapia Oncologica Avanzata, diretto dal prof. Filippo Alongi -. I trattamenti ad oggi disponibili per questa condizione prevedono l’utilizzo di farmaci, gravati da effetti collaterali e da una progressiva perdita di efficacia, o di interventi chirurgici che, oltre a richiedere una specifica competenza, sottopongono pazienti molto fragili a operazioni importanti con potenziali conseguenze debilitanti. L’impianto nell’addome della pompa di baclofene richiede, ad esempio, un intervento che potrebbe esporre i pazienti a complicazioni, inoltre deve essere ricaricato periodicamente e può essere soggetto a infezioni – dichiara -. In aggiunta a ciò, i pazienti potrebbero diventare progressivamente resistenti al trattamento. Altre terapie come l’iniezione della tossina botulinica intramuscolare o le iniezioni perineurali di alcol sono limitate nella dose e devono essere ripetute nel tempo, mentre soluzioni come la neurolisi chirurgica, le neurotomie selettive e le rizotomie sono caratterizzate da sessioni chirurgiche prolungate, complicazioni e richiedono un’équipe esperta – aggiunge -. La radiochirurgia stereotassica rappresenta, invece, un’opzione non invasiva e con una elevata precisione che prevede una singola seduta di trattamento radioterapico della durata di 40 minuti, ripetibile ma solo su altre sedi. La radiochirurgia stereotassica è tipicamente utilizzata per intervenire su tumori solidi primari e metastatici e per il trattamento di malattie non oncologiche come l’oftalmopatia di Graves, le aritmie cardiache e la nevralgia del trigemino”.
IL PROTOCOLLO SPERIMENTALE
“Il nostro è il primo centro al mondo a proporre questa terapia innovativa all’interno di un progetto di ricerca multidisciplinare che coinvolge oltre alla radioterapia oncologica anche la fisiatria, la neurologia e l’anestesia per provarne l’efficacia – riprende il dottor Nicosia –. Nel 2022 abbiamo trattato 4 pazienti affetti da spasticità con uso della radiochirurgia stereotassica, ottenendo risultati importanti con una riduzione o risoluzione della spasticità e nessuna tossicità correlata, come riportato nello studio pubblicato su Radiotherapy & Oncology. Gli esiti positivi raggiunti ci hanno portato ad avviare l’attuale sperimentazione che prevede di arruolare 10 pazienti adulti, affetti da spasticità diffusa e non trattabile con le terapie tradizionali”. “L’obiettivo primario dello studio sarà quello di stimare la riduzione della frequenza e dell’intensità degli spasmi dopo il trattamento monitorandola a 1, 3, 6 e 12 mesi dopo la radiochirurgia stereotassica – conclude la dottoressa Rossato -. Tra gli obiettivi secondari, inoltre, ci saranno anche quelli di valutare la tossicità acuta e tardiva, il tasso di ricaduta della spasticità e descrivere la variazione nella qualità di vita del paziente dopo il trattamento e il miglioramento del carico di lavoro dei caregiver”.






