Virus Mpox: "Situazione da monitorare, ma nessun allarme"

La dottoressa Concetta Castilletti, biologa e ricercatrice del “Sacro Cuore”, spiega in un’intervista al giornale L’Arena cos’è il virus monkeypox, il cosiddetto vaiolo delle scimmie per il quale l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato lo stato di emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale. “C’è una nuova variante e bisogna monitorare con attenzione – dice Castilletti – ma la situazione è ampiamente sotto controllo e non c’è alcun allarme”.

Nei giorni scorsi l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che l’aumento dei casi di monkeypox, il cosiddetto vaiolo delle scimmie, costituisce un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale. Il problema riguarda in primis alcuni Paesi africani dove il virus è endemico, ma l’emergere di una nuova variante particolarmente contagiosa e in apparenza più grave ha spinto l’OMS ad alzare il livello di attenzione. Tuttavia gli esperti sottolineano che la situazione è ampiamente sotto controllo ed anzi la dichiarazione dell’emergenza permetterà di avere tutti gli strumenti per limitare ulteriormente la diffusione del Mpox.

Qui sotto riportiamo un’intervista alla dott.ssa Concetta Castilletti, biologa e ricercatrice, responsabile dell’Unità Operativa Semplice di Virologia e patogeni emergenti dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria, che spiega cos’è il virus Mpox, come si manifesta, come si trasmette e quali armi abbiamo a disposizione per combatterlo.

L’intervista è stata pubblicata sul quotidiano “L’Arena” il 19 agosto 2024.

 

È stata la doccia fredda della viglia di Ferragosto: una nuova emergenza sanitaria globale, dichiarata dall’Organizzazione mondiale della Sanità non più tardi di mercoledì 14. Oggetto delle preoccupazioni della sanità di tutto il mondo è l’epidemia di Mpox, il vaiolo delle scimmie. Il virus, inizialmente trasmesso da animale a uomo, che ora si sposta e prolifera però quasi esclusivamente da uomo a uomo, gira già da parecchi anni e non è nuovo a focolai, anche importanti. In precedenza, lo aveva fatto nel luglio 2022 quando l’epidemia aveva colpito quasi 100mila persone, principalmente uomini gay e bisessuali, in 116 paesi tra cui anche l’Italia e il veronese, e ha ucciso circa 200 persone.

Ora, però, la nuova variante – la clade 1, di cui è stato recentemente accertato il primo caso in Europa, in Svezia – si presenta come maggiormente virulenta, in grado di diffondersi da uomo ad uomo attraverso contatti stretti, tanto che in Africa un’alta percentuale di ammalati è composta proprio da bimbi e neonati. Tuttavia, al di fuori delle aree africane maggiormente colpite, non c’è alcun motivo di allarmarsi. E, paradossalmente, il fatto che l’Oms abbia designato quest’epidemia di mpox come un’emergenza globale, è una buona notizia. Innanzitutto per l’Africa e per i territori colpiti, che riusciranno così a ricevere maggiori e migliori strumenti per combattere il proliferare dei contagi; dai vaccini agli antivirali specifici realizzati in questi anni. Inoltre per la popolazione mondiale e dunque per tutti noi: un virus lasciato a briglie sciolte, senza le opportune misure di contenimento, è sempre un rischio che è bene contrastare. A ribadirlo, e a rassicurare i veronesi sul rischio attualmente bassissimo sul territorio, è Concetta Castilletti, biologa e ricercatrice, responsabile Unità Operativa Semplice di Virologia e patogeni emergenti dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria. La sua Uos dipende dal Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali diretto dal professor Federico Gobbi. E Castilletti si sta occupando proprio dello studio del vaiolo delle scimmie anche per mettere a punto dei farmaci specifici.

È davvero un segnale positivo e che non deve necessariamente allarmarci che l’Oms abbia dichiarato lo stato di emergenza non solo nel continente africano ma nel resto del mondo perché ciò consente a loro di far arrivare adeguati strumenti sanitari e i vaccini per contrastare l’epidemia e a noi di essere pronti a riconoscere e affrontare adeguatamente e con tempistiche ridotte eventuali casi”, spiega Castilletti. “Nei territori colpiti effettivamente la popolazione sta correndo dei rischi anche perché questa nuova variante pare si stia diffondendo con estrema velocità. Da noi, ad oggi, il rischio è estremamente basso e non sono ancora arrivate disposizioni a livello regionale ma siamo pronti e questo è un bene: i laboratori sono pronti ad analizzare campioni che dovessero arrivare, i medici sia del pronto soccorso che dei reparti specifici sono pronti a fare diagnosi”, sottolinea Castilletti che nel 2022 era a capo del laboratorio centro di riferimento regionale insieme al laboratorio di Padova per l’epidemia di vaiolo delle scimmie. Due anni fa, i casi diagnosticati nel Veronese  erano stati circa una ventina, non tutti di importazione ma anche con trasmissione in loco. Con questo nuovo ceppo, il contatto con la persona ammalata deve comunque essere stretto ma bastano poche particelle virali per ammalarsi “ed è dunque ancora più importante fare sorveglianza. Fondamentale è anche la ricerca: abbiamo in corso indagini genetiche per conoscere di più sul virus e su ciò che provoca nei suoi ospiti, che di fatto ora sembra essere praticamente quasi esclusivamente l’uomo”, riassume la biologa ricercatrice.

Le armi a disposizione di scienza e medicina contro questo nuovo ceppo di mpox, comunque, ci sono e non sono spuntate. “I vaccini, quelli che io e il resto del personale sanitario a rischio abbiamo già fatto, sono efficaci nel proteggere dalle forme più gravi, che comunque rimangono una percentuale molto bassa. Inoltre, ci sono antivirali specifici”, conclude Castilletti.

Il virus che causa mpox, il vaiolo delle scimmie, nella nuova variante clade 1si manifesta spesso con una sintomatologia simile  al vaiolo ma molto meno grave. C’è una prima fase in cui la persona affetta manifesta sintomi respiratori lievi e febbre dopodiché compaiono pustole tendenzialmente dolorose che possono rimanere localizzate in alcune aree del corpo, come le zone genitali e intorno all’ano, oppure diffondersi capillarmente a tutto il corpo. Basta pochissimo virus per trasmettere l’infezione e dunque per non essere ritenuto più contagioso, nel soggetto devono essersi rimarginate tutte le lesioni cutanee. In alcuni casi, si possono sviluppare forme gravi di malattia, come sepsi e broncopolmonite; a più alto rischio sono i bambini, le donne in gravidanza e le persone con Hiv. È allo studio attualmente anche il tasso di mortalità di questa variante, che sembra nettamente maggiore rispetto al 2022. Due anni fa, infatti, la letalità era vicina allo zero, inferiore a 1 su 100. Ora invece sembra assestarsi a numeri più elevati che vanno dal 4 al 10 per cento. Si tratta di dati rilevati in un Paese come l’Africa dove il tasso di letalità anche per patologie comuni è circa 6 volte superiore rispetto a territori più evoluti sotto il profilo sanitario. C’è un vaccino a disposizione a cui però non è attualmente necessario e nemmeno consigliato sottoporsi in Italia se non per soggetti a rischio di contrarre l’infezione, mentre la campagna vaccinale va eseguita nelle aree interessate dai focolai di vaiolo: attualmente, in Africa, stanno circolando contemporaneamente tutte e due le varianti del virus. “Abbiamo un vaccino che funziona discretamente bene mettendo al riparo dalle forme più gravi. Rispetto al vecchio vaccino antivaiolo, che aveva però parecchi effetti collaterali, è realizzato con un virus diverso e molto attenuato che non è in grado di moltiplicarsi”, sottolinea Castilletti.

(Articolo di Ilaria Noro)


Il Presidente Sergio Mattarella ha incontrato l'Opera Don Calabria in Brasile

Tre rappresentanti dell’Opera Don Calabria in Brasile hanno incontrato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante la sua visita di Stato nello scorso mese di luglio. E’ stato un incontro molto cordiale durante il quale il Presidente ha potuto conoscere le attività e i progetti di sviluppo dell’Opera nel grande Paese sudamericano.

Lo scorso mese di luglio, a Salvador de Bahia, il Delegato dell’Opera in Brasile, padre Jaime Bernardi, e padre João Pilotti hanno avuto l’opportunità di incontrare il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella durante la sua visita di Stato nel Paese sudamericano. Insieme a loro c’era anche la dottoressa Rosa Egidia Crispino, presidente della Corte dei Conti del Parà e amica dell’Opera.
All’incontro erano presenti la figlia del presidente, Laura Mattarella, e l’ambasciatore italiano in Brasile Alessandro Cortese. Con grande emozione i religiosi calabriani hanno portato il saluto del Casante ed hanno potuto presentare l’attività della Congregazione in Brasile, evidenziandone la lunga storia e i profondi legami con l’Italia, oltre ai progetti di sviluppo che si stanno portando avanti in ambito sociale, educativo e sanitario. In particolare dal punto di vista sanitario è in corso un progetto che riguarda la rete sanitaria di Marituba, nella regione amazzonica, realtà con la quale l’IRCCS di Negrar collabora da quasi 20 anni.

Il Presidente ha ascoltato con attenzione e ha mostrato di apprezzare il lavoro che si fa in favore dei più bisognosi, secondo il carisma di don Calabria.

Vedi scheda sulle attività dell’Opera Don Calabria in Brasile

Durante la sua visita il Presidente Mattarella è stato anche in Rio Grande do Sul dove ha manifestato tutta la solidarietà dell’Italia con la popolazione locale colpita dalla recente tremenda alluvione. Inoltre il Presidente ha sottolineato il forte legame tra il popolo brasiliano e quello italiano, ricordando come in questo 2024 ricorrano i 150 anni dall’inizio dell’immigrazione italiana in Brasile e gli 80 anni dall’invio della spedizione brasiliana in Italia in supporto agli alleati durante la seconda guerra mondiale.

Un’amicizia, quella con l’Opera calabriana, che era iniziata nel 2019 quando il Presidente aveva visitato l’Ospedale Divina Provvidenza di Luanda, in Angola (vedi articolo dedicato). E che ora, con questo incontro in Brasile, si arricchisce di un nuovo capitolo.

Sulla collaborazione tra IRCCS di Negrar e ospedale di Marituba si veda anche:

L’ospedale di Marituba compie 25 anni

Un ospedale sognato dai poveri

Una risonanza magnetica per l’ospedale di Marituba


Prendersi cura della pelle in estate: alcuni consigli

In estate la nostra pelle è molto più esposta al sole rispetto alle altre stagioni, vuoi perchè ci si scopre di più vuoi per il molto tempo trascorso all’aria aperta, specialmente durante le vacanze. Che si tratti di una giornata in piscina o di una camminata in montagna, la presenza del sole è sempre gradita e anche benefica per le ossa e per il sistema immunitario, oltre che per l’umore.

Ma la radiazione solare, tanto più in tempi di global warming, può essere molto insidiosa per la pelle, provocando irritazioni e invecchiamento precoce fino a favorire l’insorgenza di alcuni tipi di tumore tra cui il melanoma. Per questo è fondamentale seguire alcune semplici norme di prevenzione e protezione. Nel video qui sotto la dottoressa Federica Tomelleri, responsabile della Dermatologia, propone alcuni consigli per godere appieno delle giornate estive senza mettere a repentaglio la salute della pelle (intervista fatta nel programma “Dica33” di Telearena).

 


Influenza aviaria: il rischio pandemia e la prevenzione possibile

Il virus A/H5N1, sottotipo del virus dell’influenza aviaria, è responsabile di quella che gli esperti chiamano una vera e propria panzoozia, cioè l’equivalente di una pandemia che colpisce gli animali invece degli uomini. Cluster di aviaria si sono verificati in tutti i continenti, compreso l’Antartide, colpendo diverse specie di animali e compiendo il salto di specie anche sui mammiferi. Proprio in questi giorni negli Stati Uniti è stato segnalato il terzo caso sull’uomo di influenza aviaria derivante da questo sottotipo ad alta patogenicità. “Ma il rischio di una pandemia umana resta molto basso perché il virus al momento non ha la capacità di trasmettersi da uomo a uomo e dovrà verificarsi una concatenazione molto lunga di eventi prima che succeda – dice la dottoressa Maria Capobianchi, biologa e consulente dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria – tuttavia è importante stare all’erta e mettere in atto un’attenta prevenzione sia attraverso i comportamenti individuali sia con le politiche di salute pubblica”.

Nei due video la dott.ssa Capobianchi e la dott.ssa Isabella Monne, dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, fanno il punto della situazione e spiegano quali sono davvero i rischi per l’uomo (interviste realizzate a margine del convegno “Influenze virali respiratorie: scenari post SARS-CoV-2”, organizzato dall’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria).

 


Tutto ciò che dobbiamo sapere sulla febbre Dengue

Dengue, ovvero la febbre spaccaossa. In questi mesi si è parlato molto di questa infezione trasmessa dalle zanzare in relazione all’epidemia che ha colpito il Brasile. SI tratta di una patologia endemica delle zone tropicali e subtropicali di Africa, Sudest asiatico e Cina, India, Medioriente, America latina e centrale, Australia e diverse zone del Pacifico, ma che potrebbe diventarlo anche da noi a causa della presenza della zanzara tigre. Negli scorsi anni si sono verificati dei focolai autoctoni anche in Italia. Nel video il professor Federico Gobbi, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali e associato all’Università di Brescia, risponde alle domande più frequenti riguardo alla Dengue


Steatosi epatica, ovvero fegato grasso. Cos’è e quali rischi comporta?

La steatosi epatica, il cosiddetto fegato grasso, è una patologia benigna molto diffusa che consiste appunto nell’accumulo eccessivo di grasso a livello epatico. Tuttavia, in determinate condizioni, la steatosi può causare complicanze ed evolvere in cirrosi epatica e tumore del fegato. Ma di cosa si tratta esattamente e come si fa a prevenirla o almeno a tenerla sotto controllo? Chi è maggiormente esposto? Esistono farmaci specifici?

A queste e altre domande ha risposto la dottoressa Sara Boninsegna, epatologa della Gastroenterologia al “Sacro Cuore”, nella trasmissione di Telearena Dica 33. Ecco il video…


25 anni fa don Giovanni Calabria veniva proclamato santo

Don Giovanni Calabria veniva proclamato santo il 18 aprile 1999, esattamente 25 anni fa. Durante la celebrazione in Piazza San Pietro, davanti a migliaia di persone, papa Giovanni Paolo II definì il fondatore dell’Opera “un vangelo vivente traboccante di carità”. Ecco il ricordo di quelle giornate e un video con alcune testimonianze di chi era presente.

Il 18 aprile 1999, esattamente 25 anni fa, don Giovanni Calabria veniva proclamato santo da papa Giovanni Paolo II durante una solenne celebrazione in Piazza San Pietro. Lo stesso papa che 11 anni prima, il 17 aprile 1988, lo aveva beatificato durante la storica visita alla diocesi di Verona con una memorabile tappa alla Cittadella della Carità di Negrar.

Quel giorno di 25 anni fa a Roma c’era una nutritissima rappresentanza della Famiglia Calabriana, e chi non era presente seguiva la celebrazione attraverso la tv e la radio. C’erano anche il vescovo mons. Flavio Roberto Carraro e l’allora sindaco di Verona Michela Sironi, oltre a tantissime persone che don Calabria lo avevano conosciuto. C’erano religiosi e religiose provenienti dall’Italia e dalle terre di missione. C’era naturalmente la signora Rita Faccioli, protagonista del miracolo che aveva portato alla canonizzazione, arrivata dall’Argentina. E poi Ex allievi, Volontari, Fratelli e Sorelle Esterni, giovani, collaboratori. Fu una grande festa, che al ricordo ancora commuove molti dei presenti (sulla rivista L’Amico di quel tempo è presente un’ampia cronaca: vedi link).

In questo passaggio dell’omelia pronunciata quel giorno da papa Giovanni Paolo II ritroviamo il cuore del carisma e della santità di san Giovanni Calabria:

«Questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni» (At 2, 32). «Noi tutti ne siamo testimoni»: chi parla è Pietro, a nome degli Apostoli. Nella sua voce riconosciamo quelle di innumerevoli altri discepoli, che nel corso dei secoli hanno fatto della loro vita una testimonianza del Signore morto e risorto. A questo coro si uniscono i santi oggi canonizzati. Si unisce don Giovanni Calabria, testimone esemplare della Risurrezione. In lui risplendono fede ardente, carità genuina, spirito di sacrificio, amore alla povertà, zelo per le anime, fedeltà alla Chiesa.

Nell’anno del Padre, che ci introduce nel Grande Giubileo del Duemila, siamo invitati a dare massimo risalto alla virtù della carità. L’esistenza di Giovanni Calabria è stata tutta un vangelo vivente, traboccante di carità: carità verso Dio e carità verso i fratelli, specialmente verso i più poveri. Sorgente del suo amore per il prossimo erano la fiducia illimitata ed il filiale abbandono che nutriva per il Padre celeste. Ai suoi collaboratori amava ripetere le parole evangeliche: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 33).

 

Per commemorare il 25° della canonizzazione presso il santuario San Giovanni Calabria (a San Zeno in Monte) ci sarà stasera (17 aprile) una S. Messa alle 19 dedicata a “San Giovanni Calabria: uomo della carità”. Domani (18 aprile), inoltre, ci sarà l’Adorazione dalle 8 alle 18,30 e la S. Messa delle 19 dedicata a “Don Calabria: faro di santità”.


Cambio dell'ora, un piccolo trauma per il nostro sonno

Il passaggio dall’ora solare all’ora legale, avvenuto domenica, è atteso da molti perchè permette di avere un’ora in più di luce alla sera, allungando di fatto le giornate e consentendo tra l’altro un risparmio sulla bolletta elettrica. Ma questo cambiamento crea anche uno sfasamento tra l’orologio biologico che ognuno ha al proprio interno e l’orologio ambientale legato alla luce. Uno sfasamento che talvolta può creare problemi a dormire, specialmente nei bambini e negli anziani.

Nel video il dottor Gianluca Rossato, responsabile del Centro di Medicina del Sonno, in collegamento da Negrar descrive a Rainews 24 il modo in cui il cambio dell’ora influisce sul sonno.


L'augurio del Casante: "In questa Pasqua facciamoci pane spezzato per coloro che soffrono"

In questa Pasqua 2024, il Casante don Massimiliano Parrella invita tutta la Famiglia Calabriana a farsi pane spezzato per gli altri. Pochi giorni dopo essere tornato dalla Guinea Bissau, dove l’Opera Don Calabria ha aperto una nuova missione in un contesto di grande povertà in cui nemmeno la disponibilità del cibo è scontata, il Casante pone dunque il pane al centro del suo messaggio.

Vi faccio un invito – dice don Parrella nel suo video-messaggio – il giorno di Pasqua, sulle vostre tavole, mettete un pane e poi spezzatelo e in quello spezzare il pane non ci sarà solo la condivisione del cibo, ma ci sarà anche la condivisione di una fede, la condivisione della vita, la condivisione di un cammino, la condivisione di un’amicizia. Per essere pane per coloro che pane non hanno, per essere pane per coloro che soffrono, per essere pane per coloro che sono soli, per essere pane per coloro che vivono la croce ogni giorno“.


Tubercolosi: l'IRCCS di Negrar in prima linea con la ricerca sulla farmacoresistenza

Il 24 marzo si celebra la Giornata Mondiale della Tubercolosi, malattia che nel 2022 ha causato 1,3 milioni di morti nel mondo. E sono in crescita le forme cosiddette farmacoresistenti, cioè che non rispondono al trattamento con i farmaci tradizionali. Proprio su questo il “Sacro Cuore” sta portando avanti un’importante ricerca presso l’ospedale “Divina Provvidenza” di Luanda in Angola.

I dati globali

Con 10,6 milioni di nuovi casi stimati nel 2022 e 1,3 milioni di morti, la tubercolosi (TB) continua a rappresentare una vera e propria emergenza sanitaria globale. In occasione della giornata mondiale dedicata a questa malattia, che si celebra domenica 24 marzo, i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità certificano che il numero di casi è tornato a valori superiori al 2019, dopo un calo nel periodo della pandemia da COVID-19 dovuto alla diminuzione dei servizi di diagnosi e trattamento. Resta dunque lontano l’obiettivo che gli organismi internazionali si erano posti di ridurre del 75% i decessi per tubercolosi entro il 2025 (il calo tra il 2015 e il 2022 si è fermato al 19%). Anche per questi motivi il tema della giornata di quest’anno è ”Yes! We can end TB” (Sì! Possiamo mettere fine alla tubercolosi), scelto per invitare i Paesi a mettere in pratica gli obiettivi concordati nelle varie sedi.

Il problema dell’accesso alle cure

“Le due grandi sfide per combattere questa malattia sono l’accesso alle cure e il problema della farmacoresistenza” afferma Paola Rodari, infettivologa del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali diretto dal prof. Federico Gobbi.

Dr.ssa Paola Rodari

“La tubercolosi è quasi sempre curabile – prosegue – specialmente se viene diagnosticata in modo tempestivo. Tuttavia è una malattia molto diffusa in zone caratterizzate da povertà, per cui spesso i malati non riescono a curarsi in modo adeguato”. In tal senso basti pensare che nel 2022 secondo l’OMS solo due malati su cinque hanno avuto accesso al trattamento farmacologico previsto per la tubercolosi. Se a questo aggiungiamo che spesso la malattia si può associare all’infezione da HIV, è chiaro che le cure richieste sono più complesse e hanno un esito più incerto.

La ricerca dell’IRCCS sulla farmacoresistenza in Angola

L’altra grande sfida è quella della farmacoresistenza. Nel 2022 si stima che siano stati 410mila i malati di TB affetti da una forma multiresistente o resistente alla rifampicina, farmaco d’elezione per il trattamento della malattia. Un problema dovuto in parte ad un uso improprio della terapia. “Le forme farmacoresistenti si sviluppano per varie ragioni – sottolinea Rodari – ad esempio quando i farmaci non vengono assunti in modo congruo. Questo crea molti disagi perché in caso di forme resistenti si rende necessario l’uso di farmaci di seconda linea, che spesso implicano trattamenti più lunghi e complessi”.

Proprio sulla farmacoresistenza in riferimento alla tubercolosi è in corso un progetto di ricerca che vede impegnati in prima linea i ricercatori del Sacro Cuore.

Il progetto è iniziato attivamente lo scorso settembre a Luanda, in Angola, presso l’Hospital Divina Providência (HDP) che è una struttura sanitaria dell’Opera Don Calabria di cui il Sacro Cuore è partner e consulente per la ricerca scientifica e le malattie infettive e tropicali. Il progetto è svolto con l’aiuto di un ente sanitario angolano, l’INIS, coinvolgendo pertanto anche attori della sanità angolana. L’intento è quello di studiare il tasso di tubercolosi multiresistente fra i pazienti con tubercolosi che accedono all’HDP, in quanto i dati sulla situazione angolana sono molto scarsi e ci si attendono livelli di multiresistenza assai elevati. Si stima che, ogni mese, circa 300 nuovi casi di tubercolosi vengano diagnosticati presso l’HDP, il che dà l’idea di quanto sia diffusa tale malattia e dell’importanza di avere dati certi sul tasso di resistenza ai farmaci.

L’HDP di Luanda visto dall’alto
La tubercolosi al Sacro Cuore

A livello italiano i casi di tubercolosi notificati nel 2022 sono stati 2.700, con un’incidenza pari a 4,6 ogni 100.000 abitanti. Di questi sono circa quaranta quelli presi incarico lo scorso anno dall’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria. “I pazienti che vediamo sono di due tipi – spiega l’infettivologa – anzitutto ci sono i migranti che spesso sono entrati in contatto con il micobatterio anni prima nel loro Paese di origine e che poi si ammalano in Italia, anche perché le condizioni del viaggio e lo stress della loro nuova condizione può comportare un abbassamento delle difese immunitarie. In altri casi vediamo pazienti anziani nati in Italia che hanno contratto il batterio in gioventù (quando la TB era una malattia più frequente rispetto ad oggi) e sviluppano la malattia quando il fisico è più fragile”.

I casi di tubercolosi vengono rilevati o attraverso lo screening che viene effettuato sulle popolazioni a rischio (ad esempio migranti) oppure in caso di sospetto clinico dovuto alla presenza di sintomi. In caso di sospetta TB si procede alla diagnosi attraverso specifici esami di laboratorio, disponibili al Sacro Cuore. Qualora si sospetti una tubercolosi polmonare, che è l’unica forma contagiosa di malattia, oppure se le condizioni di salute lo richiedono, il paziente può essere ricoverato nelle stanze di isolamento del reparto di Malattie Infettive e Tropicali, dove si procede agli accertamenti diagnostici e viene poi avviata la terapia specifica. Appena possibile, il paziente viene dimesso e affidato al servizio ambulatoriale dedicato, dove può proseguire il monitoraggio e vengono forniti i farmaci per proseguire la terapia a domicilio. Solitamente la durata della terapia è di almeno sei mesi, ma in alcuni casi è necessario un trattamento più lungo.

La terapia preventiva

A livello globale, si stima che circa un quarto della popolazione mondiale sia entrata in contatto con il micobatterio della tubercolosi, ma questo non significa che tutti svilupperanno la malattia; infatti nella grande maggioranza dei casi questa è bloccata dal sistema immunitario. “Talvolta, quando si riscontra la presenza di infezione senza malattia attiva, si procede a somministrare al paziente una terapia preventiva. Tuttavia questa procedura non è indicata per tutti, ma solo per popolazioni selezionate, ad esempio i pazienti candidati a terapia immunosoppressiva proprio per evitare che l’indebolimento del sistema immunitario permetta lo sviluppo della malattia”, conclude la dottoressa Rodari.