Cure personalizzate con l'oncologia di precisione

Le nuove frontiere dell’Oncologia: a Verona il meeting dell’AIOM dove saranno presentati i progressi nella cura dei tumori emersi dal più importante congresso mondiale di Oncologia che si è svolto a Chicago
Sono più di 100 i centri certificati nel nostro Paese accreditati per l’esecuzione dei test molecolari – tra cui l’Anatomia Patologica dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria. Si tratta di esami che permettono di individuare in anticipo la cura adatta a ogni paziente colpito da tumore. I test molecolari oggi sono utilizzati nelle tre neoplasie più frequenti, quelle della mammella (52.800 nuovi casi in Italia nel 2018), del colon-retto (51.300) e del polmone (41.500), oltre che nel melanoma (13.300) e nel tumore dello stomaco (12.700).
Alle nuove frontiere nella lotta al cancro è dedicato il convegno nazionale organizzato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica “2019 AIOM review: from Chicago to Verona”, che si tiene a Verona il 14 e il 15 giugno ed è rivolto ad oltre 500 oncologi che arrivano da tutta Italia (vedi programma).
Oncologia di precisione: l’Italia al top
“L’oncologia di precisione è stata al centro del più importante congresso mondiale di oncologia medica (ASCO, American Society of Clinical Oncology), che si è svolto recentemente a Chicago con un titolo significativo: ‘Caring for every patient, learning from every patient’ (Curare ogni paziente, imparare da ogni paziente) – spiega Stefania Gori, presidente nazionale AIOM e Direttore dipartimento oncologico, dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria –. AIOM ha costruito, in collaborazione con altre società scientifiche, un programma di verifica della qualità dei laboratori che eseguono test di patologia molecolare in linea con gli standard europei. I controlli di qualità sono infatti realizzati utilizzando criteri organizzativi e di valutazione concordati con altre società scientifiche europee. I risultati hanno mostrato che i laboratori italiani eseguono test molecolari con un ottimo livello di qualità, come testimoniato dalla elevata percentuale di laboratori che superano i controlli”.
Ottimi risultati per il tumore mammario metastatico
Nel 2018 nel nostro Paese sono stati stimati 373.300 nuovi casi di tumore: quello della mammella è diventato il più frequente, e anche in Veneto si colloca in prima posizione (4.750 nel 2018). “Il 20% delle diagnosi di carcinoma mammario riguarda pazienti under 50, spesso molto attive sia in famiglia che nella professione. Nelle pazienti con forma metastatica di carcinoma mammario recettori ormonali positivi e HER2-negativo già abbiamo a disposizione dei farmaci, gli inibitori delle cicline, che associati a ormonoterapia, determinano una lunga sopravvivenza libera da progressione – sottolinea la presidente Gori -. A Chicago sono stati presentati i risultati dello studio MONALEESA-7, dal quale è emerso che il 70% di donne vive a tre anni con questa associazione rispetto al solo 46% con la sola terapia ormonale: sono risultati molto importanti in termini di sopravvivenza globale”.
Accesso ai big data da parte degli oncologici
“L’obiettivo dell’oncologia di precisione è colpire il tumore agendo sul suo tallone d’Achille, cioè sulla mutazione genetica che ne è all’origine – spiega Pierfranco Conte, coordinatore della Rete Oncologica Veneta e direttore della Divisione di Oncologia medica 2 all’Istituto Oncologico Veneto -. Per questo, come evidenziato dalla presidente ASCO Monica Bertagnolli, è necessario aprire l’oncologia ai big data, alla grande mole di informazioni che provengono anche dai pazienti del ‘mondo reale’, come gli anziani o le persone più fragili perché colpite da numerose patologie, di solito non coinvolti negli studi clinici. Banche dati connesse fra loro permetteranno agli oncologi di disporre di più conoscenze e di assumere le decisioni migliori per i pazienti”.
I successi dell’immunoterapia: mammella, polmone e melanoma
Anche l’immuno-oncologia, che si fonda sul potenziamento del sistema immunitario contro il tumore, rientra nel concetto di oncologia di precisione e la stimolazione del sistema immunitarioha dato risultati importanti anche nelle forme triplo negative di carcinoma mammario metastatico, che costituiscono il 15% del totale. L’immunoterapia sta segnando passi in avanti significativi anche nel melanoma e nel tumore del polmone. In particolare lo studio KEYNOTE 001, presentato a Chicago, ha dimostrato che l’immunoterapia in prima linea nel tumore del polmone non a piccole cellule avanzato è in grado di quadruplicare la sopravvivenza a 5 anni (23,2% contro 5% nell’era pre-immunoterapia). E in un’analisi a cinque anni dello studio CA209-004, grazie alla combinazione di due molecole immunoterapiche, in tutti i pazienti (precedentemente trattati o non trattati), dopo quattro anni o più, i tassi di sopravvivenza globale erano pari al 57% ed il tasso di sopravvivenza globale tre anni dopo la sospensione della terapia era del 56%.
Le armi più efficaci restano la prevenzione e la diagnosi precoce
Lo evidenzia anche uno studio presentato al congresso ASCO e condotto dal Johns Hopkins Department of Gynecology and Obstetrics di Baltimora. “Grazie all’Affordable Care Act, voluto dall’ex presidente USA Barak Obama, molte più donne americane hanno ricevuto la diagnosi di cancro ovarico in stadio precoce e le terapie entro 30 giorni dalla scoperta della malattia, aumentando così le possibilità di sopravvivenza – afferma la presidente Gori -. AIOM, con altre società scientifiche, ha stilato le ‘Raccomandazioni 2019 per l’implementazione del test BRCA nelle pazienti con carcinoma ovarico e nei familiari a rischio elevato di neoplasia’. Circa il 20% delle neoplasie ovariche è ereditario, cioè causato da specifiche mutazioni genetiche. L’informazione sull’eventuale mutazione dei geni BRCA va acquisita al momento della diagnosi, perché può contribuire alla definizione di un corretto percorso di cura che parta dalla prima linea di trattamento. E, nei familiari che presentano la mutazione, devono essere avviati programmi di sorveglianza intensiva con controlli semestrali fino alla chirurgia profilattica (asportazione chirurgica delle tube e delle ovaie)”.
Mutazioni dei geni BRCA fondamentali anche per il pancreas
La mutazione dei geni BRCA sta diventando fondamentale anche nel tumore del pancreas. “All’ASCO ha avuto grande risonanza lo studio POLO – conclude la presidente Gori -, in cui un inibitore dell’enzima PARP, nei pazienti con mutazione dei geni BRCA, ha ridotto del 47% il rischio di progressione della malattia. Per la prima volta un trattamento di mantenimento nel tumore del pancreas metastatico ha migliorato la sopravvivenza libera da progressione. Valutare BRCA in questi pazienti significa fornire la possibilità, nel prossimo futuro, di trattamenti a bersaglio molecolare e un prolungamento della sopravvivenza libera da progressione”.
L'isterectomia radicale e qualità di vita della donna

Ha compiuto 120 anni il trattamento chirurgico cardine del tumore alla cervice uterina, che nel tempo ha subito un’evoluzione in senso conservativo: un incontro a Negrar ne ripercorrerà la storia con i maggiori esperti italiani
Compie 120 anni l’intervento cardine per il trattamento chirurgico dei tumori del collo dell’utero: era infatti il 1898 quando il dottor Ernst Wertheim eseguì la prima isterectomia radicale a Vienna. In oltre un secolo di storia questa tecnica chirurgica ha subito un’evoluzione in senso conservativo e le acquisizioni anatomiche nate con l’isterectomia sono diventate fondamentali anche per il trattamento chirurgico di patologie benigne, quali l’endometriosi, e sono alla base di interventi rivoluzionari, come il trapianto dell’utero.
La storia di questa tecnica e le applicazioni nella chirurgia moderna saranno al centro dell’incontro promosso dal dottor Marcello Ceccaroni, direttore del Dipartimento per la tutela della salute e della qualità di vita della donna dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria, che si terrà all’ospedale di Negrar lunedì 29 aprile. (programma in allegato)
Un evento che vedrà la presenza dei padri dell’onco-ginecologica moderna come i professori Umberto Bianchi e Costantino Mangioni insieme ai maggiori esperti in questo ambito: il professor Giovanni Scambia (Policlinico Gemelli-Università Cattolica di Roma), il professor Pierluigi Benedetti Panici (Policlinico Umberto I-Università La Sapienza), il professor Massimo Franchi (AOUI- Università di Verona), professor Piero Sismondi (già ordinario dell’Università di Torino), il professor Fabio Landoni (Ospedale San Gerardo-Università di Monza) e il dottor Angelo Maggioni (Istituto Europeo di Oncologia di Milano).
Spetterà al dottor Ceccaroni chiudere la giornata di studio con una lettura magistrale, la stessa che ha tenuto lo scorso novembre a Las Vegas in occasione della cerimonia di apertura del 47° AAGL Global Congress, il congresso annuale della società mondiale di laparoscopia ginecologica. Un excursus sull’evolversi dell’intervento di isterectomia visto all’interno dei cambiamenti della società, della cultura e dell’arte.
Grazie ai programmi di screening (pap-test) e l’introduzione negli ultimi anni del vaccino contro il virus umano dell’HPV, nei Paesi industrializzati il tumore al collo dell’utero è in progressiva diminuzione. Tuttavia l’isterectomia radicale rimane il trattamento più efficace contro questa neoplasia quando è limitata alla sola cervice uterina e consiste nell’asportazione dell’utero unitamente al parametrio. Quest’ultimo è il tessuto connettivo che avvolge il terzo inferiore della cavità uterina, composto da terminazioni nervose e canali linfatici, attraverso i quali il tumore può diffondersi anche in altri organi.
“Possiamo paragonare l’evoluzione dell’isterectomia radicale a quella dell’intervento chirurgico oncologico della mammella, grazie alla quale si è arrivati a soluzioni altrettanto radicali contro il cancro ma meno aggressive, quindi più conservative”, spiega il dottor Ceccaroni. “Questo è stato reso possibile grazie al progressivo cambiamento del concetto di salute della donna – prosegue il medico -. Nel 1898 la priorità del chirurgo era estirpare il tumore per salvare la vita delle pazienti, non importava quanto mutilante fosse l’azione chirurgica. Poi grazie anche agli antibiotici (prima della scoperta della penicillina più della metà delle donne moriva in seguito all’intervento) e di terapie aggiuntive (radio o chemioterapia) che hanno consentito un aumento della sopravvivenza, la chirurgia si è evoluta con l’obiettivo di salvaguardare anche la qualità di vita della pazienti dopo l’isterectomia”.
Sono nate così fin dagli anni Sessanta in Giappone tecniche chirurgiche in grado di asportare il parametrio risparmiando terminazioni nervose fondamentali per il funzionamento fisiologico della vescica, dell’intestino e dell’attività sessuale. “Si tratta di tecniche chirurgiche definite nerve-sparing, che noi a Negrar abbiamo traslato nella terapia chirurgica dell’endometriosi severa. Esse sono state favorite dall’evoluzione tecnologica in sala operatoria, con l’introduzione della laparoscopia prima e della robotica poi”, sottolinea Ceccaroni.
Proprio sull’isterectomia per via laparoscopica – con cui vengono eseguiti la gran parte degli interventi – si è aperto negli ultimi mesi un dibattito nella comunità scientifica internazionale. A dare il via è stata la pubblicazione sulla rivista “New England Journal of Medicine” di uno studio statunitense multicentrico e prospettico dal quale emerge che la prognosi delle pazienti trattate laparoscopicamente sembrerebbe essere peggiore di quelle sottoposte a tecnica tradizionale, cioè sono più a rischio di recidiva. In risposta sono stati avviati in tutto il mondo degli studi al fine di correggere dei presunti vizi formali nella raccolta dei dati da parte dei ricercatori americani. Uno di questi è stato proposto dall’International School of Surgical Anatomy (ISSA School), diretta dal dottor Marcello Ceccaroni e con sede all’IRCCS di Negrar, a cui partecipano anche altre prestigiose realtà italiane.
Il “Love Protocol” (questo il nome dello studio) è stato messo a punto dal dott. Stefano Uccella (Policlinico Gemelli Università Cattolica di Roma, Nuovo Ospedale degli Infermi di Biella), già docente all’interno della ISSA School, assieme al Dott. Ceccaroni. “La nostra casistica e quella dei maggiori centri internazionali non confermano quanto emerso dallo studio americano, anzi sono favorevoli per la laparoscopia. Ma è positivo che sia nato questo confronto nella comunità scientifica, potremmo avere così dati incontrovertibili a tutto vantaggio delle pazienti”, conclude il dottor Ceccaroni.
elena.zuppini@sacrocuore.it
Morso di zecca: ecco cosa fare e non fare

I morsi di zecca non sono dolorosi e quindi è possibile non accorgersi immediatamente, ma una volta individuata la zecca è fondamentale toglierla assumendo determinati accorgimenti per non aumentare il rischio di un’eventuale infezione
Bastono piccoli e semplici accorgimenti per fare in modo di non incorrere in uno degli aspetti meno piacevoli delle passeggiate in montagna o in zone rurali: i morsi di zecca. Di per sé non sono eventi dolorosi, perché la zecca – che fa parte degli aracnidi ematofagi, come i ragni – libera delle sostanze anestetizzanti al fine di rimanere più a lungo attaccata e nutrirsi con la maggiore quantità di sangue.
Ma sono le conseguenze del morso di zecca ad essere rischiose, perché, se infetta, può trasmettere il batterio Borrelia burgdorferi responsabile della malattia di Lyme (che viene infatti chiamata anche Borreliosi) e il virus della TBE (Tick-borne Encephalitis) che causa l’encefalite da zecche.
Si tratta di patologie presenti soprattutto nel nord-est dell’Italia(Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige e Veneto). Recenti studi entomologici hanno rilevato zecche infette da nuove rickettsie anche nelle stesse aree rurali, ma il cui morso provoca sull’uomo manifestazioni cliniche completamente diverse da quelle finora conosciute dalla febbre bottonosa del Mediterraneo, malattia che si credeva diffusa solo nell’Italia centro-meridionale ed insulare.
Nella maggior parte dei casi la malattia di Lyme può essere trattata con successo attraverso la somministrazione di antibiotici per due settimane. Tuttavia se non viene riconosciuta e curata in rari casi la malattia può arrivare a colpire il cuore, le articolazioni e il sistema nervoso nei mesi e negli anni successivi. Per la TBE non è disponibile nessuna terapia e di solito si risolve da sola, ma nella fase avanzata può colpire il sistema nervoso, con sintomi simili a quelli della meningite. La mortalità è inferiore al 2%, ma il rischio di complicanze neurologiche permanenti (da lievi tremori agli arti fino alla paralisi) a lungo termine è del 20%. L’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria per le Malattie infettive e tropicali, insieme all’ospedale di Belluno, è centro accreditato della Regione Veneto per le malattie rare infettive, tra cui quelle trasmesse dalle zecche.
Come proteggersi dal morso di zecca
L’abbigliamentoLe zecche prosperano nei terreni boschivi ombrosi e umidi, sulle radure e sui prati, sui campi aperti e sui cespugli. Pertanto se si visita una zona dove la presenza di zecche infette è endemica, è consigliabile adottare un abbigliamento protettivo (pantaloni lunghi, scarponi) su cui spruzzare repellenti specifici.
ll vaccino per la TBE
Per la TBE è in commercio un vaccino, ad oggi somministrato gratuitamente solo in Friuli Venezia Giulia, zona endemica della malattia, ma consigliabile a tutti coloro che frequentano spesso anche le aree montane e rurali del Trentino Alto Adige e del Veneto.
Cosa fare dopo una passeggiata in zone a rischio
Proprio per la mancanza di dolore, è facile non accorgersi di essere stati morsi. Per questo dopo essere stati in aree dove potrebbe registrarsi la presenza di zecche è importante controllare attentamente la propria persona, eventuali bambini e gli indumenti. La zecca può variare come dimensioni (dipende se adulta, ninfa o larva) dalla testa di uno spillo alla grandezza di una gomma applicata dalla matita. Il morso ha solitamente l’aspetto di una piccola lentiggine in rilievo che non si riesce a staccare.
Se si è stati morsi
Togliere la zecca
Non è necessario recarsi al Pronto Soccorso ma è fondamentale togliere immediatamente la zecca: esistono in commercio delle apposite pinzette a punta fine, ma ciò che è importante è tirare verso l’alto senza schiacciare o stringere il corpo della zecca, provocare torsioni o strattoni. Non si devono applicare unguenti o somministrare calore in quanto questo indurrebbe un riflesso di rigurgito del sangue succhiato, con un forte aumento di rischio di infezioni.
Disinfettare la ferita
Se all’interno della ferita rimane il rostro, cioè il “gancio” con cui la zecca si attacca, non è pericoloso perché l’eventuale infezione è nel corpo della zecca
Lavare la ferita con acqua calda e sapone e applicare un antisettico come alcol o iodio sull’area interessata.
Attenzione all’insorgenza di sintomi entro 30 giorni
Segnare sul calendario il giorno del morso e recarsi in un Centro di malattie infettive se nell’arco di 30 giorni sorgono sintomi come rash cutaneo rossastro attorno alla sede del morso, febbre, mal di testa, male alle ossa, difficoltà di movimento. Se si è stati in area tropicale dove sono molto diffuse numerose malattie dovute alle zecche infette da vari batteri riconducibili alla famiglia delle rickettsie e sorgono sintomi di vario tipo è fondamentale rivolgersi a Centri che curano anche le malattie tropicali.
Come escludere l’infezione
Non tutte le zecche risultano infette per cui nella maggior parte dei casi non compare alcun disturbo. L’assenza di infezione può essere definitivamente documentata effettuando una sierologia per Borrelia burgdorferi e per TBE virus dopo almeno 6-8 settimane dal morso. Un esame sierologico effettuato prematuramente potrebbe risultare erroneamente negativo in quanto gli anticorpi non hanno avuto ancora il tempo di formarsi.
Pasqua è la gioia di dire al mondo: "Ho visto il risorto"

In un video-messaggio il Casante dell’Opera Don Calabria, padre Miguel Tofful, rivolge il proprio augurio di buona Pasqua a tutti i collaboratori della Cittadella della Carità, a tutti gli ammalati e ai loro cari
“La Pasqua sia la gioia di fare davvero l’esperienza di Gesù Risorto nella vita di tutti i giorni e in special modo nelle corsie e negli ambienti della Cittadella della Carità dove ogni giorno si vivono i sentimenti della sofferenza e della speranza”. E’ questo il cuore del video-messaggio che padre Miguel Tofful, superiore generale dell’Opera Don Calabria, rivolge a tutti i collaboratori e gli ospiti della Casa di Negrar in questa Pasqua 2019 (vedi video-messaggio).
Un’esperienza, quella proposta dal Casante, che si ispira al modello di Maria Maddalena, la quale incontrò il Risorto nella mattina di Pasqua e vide la sua vita trasformata da questo incontro. “Come Maria Maddalena – prosegue padre Tofful – anche noi siamo chiamati, partendo dalla gioia pasquale, a essere testimoni dell’incontro con il Risorto alla luce dei valori che ci ha trasmesso san Giovanni Calabria”.
Proprio questi valori, come annunciato dal Casante nell’incontro con i collaboratori di Negrar che si è svolto mercoledì 17 aprile, saranno al centro del grande raduno della Famiglia calabriana chiamato Agorà che si svolgerà a San Zeno in Monte nel giugno prossimo e coinvolgerà tutte le persone vicine all’Opera Don Calabria in Italia e in Europa (vedi testo completo dell’intervento).
20 anni fa don Giovanni Calabria veniva proclamato Santo

Il 18 aprile 1999 migliaia di persone affollarono Piazza San Pietro per la solenne celebrazione presieduta da Papa Giovanni Paolo II. Anche alla Cittadella della Carità di Negrar in tanti seguirono l’evento in diretta televisiva
La mattina del 18 aprile 1999, esattamente 20 anni fa, don Giovanni Calabria veniva proclamato santo da papa Giovanni Paolo II con una solenne celebrazione in Piazza San Pietro. Un evento memorabile, tuttora scolpito nel cuore delle migliaia di persone che poterono essere presenti a Roma o che comunque vissero l’avvenimento guardando la diretta televisiva dalla Casa Madre di San Zeno in Monte e da tante altre parti d’Italia e del mondo, fra le quali la Cittadella della Carità di Negrar che venne fondata da don Calabria nel 1933.
Ecco le parole con cui il Papa, oggi a sua volta santo, descrisse l’umile sacerdote veronese nell’omelia di quella giornata:
“L’esistenza di Giovanni Calabria è stata tutta un Vangelo vivente, traboccante di carità: carità verso Dio e carità verso i fratelli, specialmente i più poveri. Sorgente del suo amore per il prossimo erano la fiducia illimitata ed il filiale abbandono che nutriva per il Padre celeste. Ai suoi collaboratori amava ripetere le parole evangeliche: «Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta»”. (vedi testo completo dell’omelia)
In videogallery è possibile vedere in un filmato i momenti salienti della canonizzazione insieme ad un’altra importante ricorrenza, di cui ricorreva ieri il 31mo anniversario, ovvero la visita di papa Giovanni Paolo II a Verona e al nostro ospedale nel 1988, in occasione della beatificazione dello stesso don Calabria e di don Giuseppe Nascimbeni (vedi video).
Tornando a quel 18 aprile 1999, oltre alla celebrazione ci furono altri momenti di grande intensità dedicati alla Famiglia calabriana. Come dimenticare, ad esempio, la benedizione impartita uno ad uno dal Papa ai rappresentanti dei vari Paesi del mondo dove l’Opera era ed è presente? Memorabile anche la S. Messa di ringraziamento presieduta dal card. Camillo Ruini la mattina del 19 aprile a San Giovanni in Laterano, seguita dall’udienza papale in Piazza San Pietro. La cronaca completa di quelle giornate, insieme a tante foto, documenti e riflessioni, si trova puntualmente nel numero speciale de «L’Amico» del maggio-giugno 1999 che è possibile leggere in allegato a questo articolo (vedi L’Amico Speciale).
I protagonisti di "Viaggio Italia" fanno tappa all'Unità Spinale di Negrar

I loro viaggi su “due ruote” sono protagonisti della trasmissione “Kilimangiaro”: Danilo e Luca sono in carrozzina da 20 anni ma non si sono arresi di fronte alle difficoltà, perché “la disabilità è la possibilità di una vita autonoma in modo differente”
La loro ‘missione’ è dimostrare che è possibile vivere pienamente nonostante la disabilità. Lo fanno viaggiando dal 2015 su ‘due ruote’, lungo l’Italia e all’estero, e praticando sport cosiddetti estremi. Sono Danilo Ragona, progettista e designer, e Luca Paiardi, architetto e musicista, che venerdì 12 aprile hanno raccontato le loro ‘imprese’ ai pazienti dell‘Unità Spinale dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, diretta dal dottor Giuseppe Armani. I loro viaggi alle Canarie, sull’Himalaya, a 5.300 metri, lungo la strada “carozzata” più alta del mondo, e in Kenya, solo per citare alcuni Paesi, sono stati più volte protagonisti della trasmissione di Rai3, “Kilimangiaro”.
Danilo e Luca si sono conosciuti vent’anni fa in un momento tragico per entrambi, vittime di due gravi incidenti a causa dei quali hanno perso l’uso delle gambe. Dalla loro amicizia e dalla voglia di non arrendersi di fronte alle difficoltà, è nato “Viaggio Italia” (www.viaggioitalia.it), un progetto dove “la disabilità non è più vissuta come peso sociale, ma come possibilità di una vita autonoma in modo differente”, hanno detto a chi come loro si serve di una carrozzina per muoversi. Un cambio di prospettiva che cercano di diffondere nel tessuto socialeanche contribuendo attivamente a progetti, come quello finanziato dalla Regione Basilicata per rendere la “Matera dei sassi” città accessibile, in occasione della sua designazione a “Capitale europea della cultura”.
Per i disabili, secondo Danilo e Luca, nulla è precluso. Infatti nei loro viaggi si cimentano in sport come il deltaplano e utilizzano per gli spostamenti barche a vela, downhill e canoa. “Abbiamo fatto perfino serf”, hanno raccontato sottolineando che queste imprese sono possibili grazie a realtà che pochi conoscono, ma che esistono anche in Italia e forniscono questo tipo di supporto ai disabili.
Le tappe del loro “Viaggio Italia” comprendono le Unità Spinali che accolgono e riabilitano le persone vittime di lesioni midollari a causa delle quali hanno perso la mobilità degli arti inferiori e superiori o di entrambi.
L’Unità Spinale del “Sacro Cuore Don Calabria” fa parte del Dipartimento di riabilitazione, diretto dal dottor Renato Avesani, e ricovera ogni anno da tutta Italia circa 25 pazienti con lesioni midollari. Dotato di apparecchiature di ultima generazione, come l’esoscheletro e del percorso per la riabilitazione dell’arto superiore, il Dipartimento è diventato anche dal punto di vista tecnologico un centro di riferimento riabilitativo a livello regionale e nazionale.
Anche grazie alla presenza attiva e costante dei volontari del Galm, l’associazione delle persone con lesione midollare nella provincia di Verona, i pazienti ricoverati vengono coinvolti in iniziative per l’avvio alla vita autonoma, come lezioni di guida o corsi di cucina. Lo scorso settembre il Dipartimento di riabilitazione ha stipulato un accordo con il Comitato Italiano Paralimpico per favorire la pratica di sport a livello anche agonistico tra i pazienti con disabilità motoria acquisita.
Dare "scacco matto" al dolore oncologico si può

S’intitola “Scacco matto al dolore in dieci mosse” il progetto elaborato dall’Oncologia Medica che prevede il coinvolgimento di più specialisti al fine di controllare il dolore nel paziente oncologico
Il controllo del dolore è un elemento fondamentale del trattamento del paziente oncologico e richiede un approccio multidisciplinare “al fine di sollevare la persona ammalata da una condizione che annulla la vita e non permette di pensare ad altro, se non alla propria sofferenza”, afferma il dottor Roberto Magarotto, responsabile della Sezione Cure Palliative dell’Oncologia Medica.
A questo scopo l’Unità Operativa diretta dalla dottoressa Stefania Gori ha elaborato un progetto dal titolo “Scacco matto al dolore in dieci mosse”, che sarà presentato nel corso del convegno “Il dolore nel paziente oncologico: dalla fisiopatologia al trattamento”, in programma mercoledì 10 aprile all’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria (vedi programma).
“Il dolore è una condizione che può accompagnare il paziente oncologico in tutto il percorso della malattia – spiega il dottor Magarotto -. Può essere più frequente in alcune neoplasie, è quasi sempre presente nella fase metastatica, soprattutto se colpisce le ossa, e in quella terminale. Oggi disponiamo di molti farmaci e con meno effetti collaterali rispetto a quelli del passato, ma non sempre la terapia medica è sufficiente. Spesso è necessario l’intervento di altri specialisti“.
Il controllo del dolore inizia dalla sua valutazione da parte del paziente. “Con la legge 38 del 2010 sulle cure palliative e la terapia del dolore, la valutazione del dolore è stata introdotta tra i parametri obbligatori da registrare assieme alla diuresi, temperatura, alvo, pressione arteriosa e frequenza cardiaca – prosegue il dottor Magarotto – . Il nostro reparto aveva già iniziato con questa prassi, chiedendo al paziente ricoverato il grado di intensità del dolore (da 1 a 10) nel corso della giornata e nel momento della riacutizzazione. Questo prima della somministrazione della terapia e dopo, per capire quanto i farmaci siano stati efficaci e le eventuali criticità. Tra queste la componente emotiva che spesso amplifica la comunicazione del dolore da parte del paziente e pertanto deve essere anch’essa valutata”.
“La particolarità della malattia tumorale scatena stati emotivi molto intensi nel paziente ma anche nei familiari che vivono condizioni psicologiche ambivalenti tra il desiderio di rassicurazione e il peso di fingere un’altra realtà – interviene il dottor Giuseppe Deledda, responsabile del Servizio di Psicologia Clinica -. La sofferenza psicologica del “sistema famiglia” influisce in modo determinante anche sulla percezione del dolore da parte del paziente. La possibilità del paziente e dei familiari di confrontarsi con lo psicologo per cercare un nuovo equilibrio consente anche agli oncologi di intervenire in modo ancora più efficace “.
Un ruolo fondamentale nel monitoraggio del dolore lo assume il personale infermieristico a contatto costante con il paziente e parte attiva al meeting quotidiano con i medici. Durante l’incontro la rivalutazione del paziente con dolore è condivisa da tutta l’équipe oncologica. Giorno per giorno viene discusso come rimodulare la terapia antalgica del singolo paziente .
“Quando ci troviamo in di fronte a metastasi ossee – prosegue il medico – la sola terapia medica non basta in quanto il dolore viene scatenato anche dal movimento e dal carico del peso sulla struttura ossea. In questo caso viene coinvolto l‘ortopedico e/o il radioterapista oncologo. L’adozione di presidi ortopedici e/o di trattamenti radioterapici antalgici insieme ai farmaci hanno spesso successo nel riportare il paziente all’autonomia di movimento”.
“Ma sono anche altri gli specialisti oltre agli oncologi che hanno un ruolo nella terapia del dolore: gli anestesisti, per esempio, nell’applicazione di accessi venosi stabili (Midline- PICC-CVC )afferma Magarotto -. Nei pazienti che hanno difficoltà a deglutire la terapia orale, l’adozione di dispositivi che consentono accessi venosi periferici e centrali a medio-lungo termine sono necessari affinché il dolore del paziente venga trattato adeguatamente con tutte le possibilità farmacologiche a disposizione”.
Gli specialisti antalgici, invece, intervengono per il dolore poco responsivo agli oppioidi o con caratteristiche specifiche di infiltrazione locale e i neurologi sono coinvolti quando il dolore è di natura neuropatica.“In presenza di dolore cronico può verificarsi un meccanismo a livello del sistema nervoso centrale in base al quale, anche in mancanza di una reiterazione di una intensa causa specifica, il paziente continua a sentire dolore ed, anzi, la sofferenza aumenta: in questi casi farmaci di tipo antiepilettico a giusto dosaggio possono spegnere questo effetto paradosso”, conclude il dottor Magarotto.

Il dottor Molon revisore a Bruxelles di un progetto europeo di cardiologia

Il medico fa parte dell’elenco degli esperti di alto livello selezionati dalla Commissione Europea per la valutazione di programmi relativi alle politiche sanitarie dell’Europa
Il dottor Giulio Molon, responsabile della Struttura Semplice di Elettrofisiologia e Cardiostimolazione, è stato chiamato nelle scorse settimane a Bruxelles a far parte di un pool di esperti internazionali incaricati di valutare un progetto vincitore di un bando del Programma Horizon 2020.
Il progetto si chiama RITMOCORE (http://www.ritmocore-ppi.eu) ed è finanziato nell’ambito del bando H2020 “PPI for deployment and scaling up of ICT solutions for active an healthy ageing” (Acquisizione pubblica per lo schieramento e l’estensione delle soluzioni delle Tecnologie dell’Informazione e Comunicazione per un Invecchiamento Attivo e Salutare). http://ec.europa.eu/research/participants/portal/desktop/en/opportunities/h2020/topics/sc1-pm-13-2016.html .
Il progetto mira ad affrontare l’evoluzione nel trattamento dei pazienti che utilizzino o abbiano bisogno di utilizzare un pacemaker impiantabile (PM). L’approccio proposto ha come scopo difatti la promozione di un modello di assistenza che includa: la responsabilizzazione dei medici di medicina generale e l’integrazione dei percorsi di cura attraverso una adeguata condivisione delle informazioni; il monitoraggio remoto dei pacemaker; il monitoraggio domestico dei segni vitali mediante dispositivi portatili (App); l’attivazione del paziente ed incremento dell’allineamento degli obiettivi delle varie parti in gioco (providers, medici, manager ospedalieri, pazienti). Inoltre vi è la previsione di un Centro di supporto per il monitoraggio remoto dei pacemaker, la erogazione di un set predefinito di informazioni a tutte le parti interessate (stakeholders) ed ai professionisti coinvolti nel percorso terapeutico, l’integrazione e classificazione di qualità dei dispositivi, anche portatili, in grado di monitorare a casa i predetti segni vitali e di supporto per la attivazione dei pazienti.Il servizio si basa sul cosiddetto ‘risk sharing’, la condivisione del rischio.
I partner del consorzio progettuale, oggetto della revisione, rappresentano alcune strutture ospedaliere leader nell’ambito dell’assistenza cardiologica: il Sant Pau di Barcellona (Spagna), il Liverpool Heart and Chest NHS Hospital (UK), l’Elisabeth-TweeSteden Hospital (Olanda) ed il Fondo Sanitario Regionale delle Marche, rappresentato dall’Ospedale di Fermo.
In sintesi il progetto revisionato punta ad un incremento della qualità dell’assistenza, monitorando le performance dei pacemaker con un miglior utilizzo di tutti i dati registrati ed una conseguente responsabilizzazione anche del paziente.
Il dottor Molon è stato selezionato in qualità di revisore da parte della sezione “E-Health, Wellbeing and Ageing” (Sanità elettronica, benessere ed invecchiamento) della Direzione Generale delle Reti di comunicazione, dei contenuti e delle tecnologie (DG CONNECT) della Commissione Europea con sede a Bruxelles https://ec.europa.eu/info/departments/communications-networks-content-and-technology_it , in virtù della sua registrazione nel ‘Database degli esperti’ della stessa Commission (https://ec.europa.eu/research/participants/portal/desktop/en/experts/index.html)..Tale elenco consente ai medici registrati di essere contattati per valutare le proposte, monitorare le azioni ed occuparsi della preparazione, attuazione o valutazione dei programmi e delle politiche sanitarie del Vecchio Continente. Previo attento esame della Commissione Europea vengono quindi selezionati esperti di alto livello nel rispettivo campo di competenza per incarichi valutativi e di revisione.
Enrico Andreoli
Nodulo al seno: spesso non è un tumore

Per la maggior parte delle patologie benigne, il rischio che si sviluppino in tumore è nullo o molto basso, ma è necessaria tuttavia una diagnosi accurata per stabilire il trattamento più idoneo, chirurgico o follow up
La scoperta di nodulo al seno genera sempre grande ansia. Ma non in tutti i casi si tratta di un tumore. Spesso trascurati dal punto di vista scientifico, i noduli benigni rappresentano tuttavia il 90% circa delle condizioni che portano a eseguire una visita senologica o un esame strumentale al seno, essendo talvolta palpabili dalla paziente.
“Le patologie della mammella che rientrano nel campo della benignità sono innumerevoli ed eterogenee tra di loro. Possono interessare varie fasi della vita della donna, anche se sono più frequenti tra i 25 e i 50 anni”, spiega il dottor Alberto Massocco, responsabile della Chirurgia senologica.
Quali sono le cause delle lesioni benigne?
Le cause eziologiche di queste patologie non sono sempre note. Possono essere dovute a un non normale sviluppo del processo evolutivo della mammella. Inoltre possono dipendere da stimoli ormonali fisiologici o iatrogeni (per esempio l’azione di determinati farmaci) o da involuzioni del tessuto ghiandolare o da fenomeni infiammatori…
Come avviene la diagnosi?
La diagnosi è frutto dell’unione dei risultati dell’anamnesi, dell’esame clinico e degli accertamenti strumentali. Oltre a quelli di primo livello (ecografia/mammografia), in alcuni casi possono essere necessari esami diagnostici più complessi come la Risonanza Magnetica mammaria, la duttogalattografia (una mammografia con mezzo di contrasto per osservare i dotti galattofari, i cosiddetti “canali del latte”. ndr), oppure esami citologici o microistologici dopo il prelievo di cellule o tessuto (agoaspirato/agobiopsia).
Sono lesioni che possono evolvere in tumori?
Per la maggior parte delle patologie benigne, il rischio che si sviluppino in tumore è nullo o molto basso. Alcune di esse, tuttavia, hanno un potenziale evolutivo intrinseco o possono essere associate a patologia tumorale maligna in percentuali molto differenti tra di loro. Da qui la necessità di fare una corretta diagnosi che spesso si associa a esami cito/istologici (agoaspirato/ agobiopsia).
Come vengono trattate?
Ci sono essenzialmente due opzioni diagnostiche: il controllo periodico della lesione o l’intervento chirurgico. La scelta di intervenire o meno chirurgicamente è dettata dal tipo e dalla dimensione della lesione, dalla sua evoluzione nel tempo, dall’ansia che la presenza del nodulo genera nella paziente o da ragioni prettamente estetiche.
L’ansia è una componente non trascurabile
Uno dei compiti fondamentali del senologo è quello di rassicurare la paziente che nella maggior parte dei casi ci troviamo di fronte a una lesione benigna. In presenza di tipologie particolari è importante valutare il rischio di evoluzione maligna per procedere con il migliore trattamento.
Malesseri da ora legale: ecco come prevenirli

Il passaggio dall’ora solare a quella legale è una piccola alterazione dei nostri ritmi biologici: ecco alcuni accorgimenti per non risentire nei primi giorni di quell’ora di meno di sonno, che a volte diventano due…
E’ tempo di ora legale. Alle 2 del mattino di domenica 31 marzo le lancette dell’orologio dovranno essere spostate avanti di un’ora. Il che significa 60 minuti di luce in più alla sera, ma un’ora di sonno in meno. Così pochi minuti possono influire sul nostro ritmo sono-veglia, rendendoci le giornate difficili? Un certo malessere è possibile, secondo il dottor Gianluca Rossato, responsabile del Centro di Medicina del sonno.
“Il passaggio all’ora legale è di fatto un’alterazione delle nostre abitudini – spiega il neurologo -. Il nostro cervello, dunque il nostro corpo, è tarato naturalmente su un certo orario e ha bisogno di qualche giorno per adattarsi al cambiamento. Le ore di privazione del sonno possono essere due perché ci alziamo un’ora prima ma, in genere, andiamo a letto un’ora dopo. Questo sfasamento può avere effetti negativi in termini di minore concentrazione nei giorni seguenti all’ingresso dell’ora legale“.
Tuttavia, sottolinea il dottor Rossato, domenica, primo giorno di ora legale, si possono mettere in atto alcuni accorgimenti per adattarsi in fretta a questo cambiamento dei ritmi biologici
• Alzarsi sempre alla stessa ora e non un’ora più tardi, senza badare che se ci alziamo alle 9 in realtà, “per il sole”, sono le 8.
• Trascorrere la giornata all’aperto o praticare dell’attività fisica che implichi dispendio di energie in modo di arrivare a sera sufficientemente stanchi per addormentarsi all’ora usuale.
• E’ bene mantenere lo stesso orario di cena.
• Domenica sera è lecito fare uno strappo alla regola e concedersi una cena gustosa e un po’ abbondante, un fattore che può favorire il sonno anticipato
• La regola invece da non abbandonare mai se si vuole dormire bene, indipendentemente dall’ora legale, è quella di spegnare nelle ore precedenti il sonno, tablet e smartphone. Essi emanano una luce a cosiddetta frequenza blu, la stessa del sole. Si tratta di una luce chiara, che provoca l’arresto della secrezione di melatonina, l’ormone che regola il ciclo sonno-veglia. Più si tengono questi dispositivi a distanze ravvicinate, più il sonno rischia di essere compromesso.






