Radioterapia e malattie del connettivo: Lancet Oncology pubblica uno studio di Negrar

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La Radioterapia Oncologica del Sacro Cuore firma su Lancet Oncology un importante studio sulla tollerabilità dei trattamenti radioterapici da parte di pazienti con Lupus o artrite reumatoide, molto spesso esclusi dalle cure

Anche le persone affette da malattie autoimmuni del connettivo possono essere sottoposte a radioterapia a condizione che il paziente sia accuratamente valutato e selezionato e che il trattamento sia opportunamente personalizzato per ogni paziente, grazie alle più moderne tecniche.

A dimostralo è uno studio su “La radioterapia in pazienti con malattie del connettivo” pubblicato sulla rivista Lancet Oncology a firma dall’équipe dell’Unità operativa complessa di Radioterapia oncologica dell’ospedale Sacro Cuore Don Calabria- Cancer Care Center, diretta dal dottor Filippo Alongi.

Un risultato molto importante perché potrebbe cambiare la decisione terapeutica dei paziente con malattie del tessuto connettivo, che ad oggi sono frequentemente esclusi dalla radioterapia per i timori di potenziali sequele.

La decisione di offrire il trattamento radioterapico nei pazienti affetti per esempio da artrite reumatoide o da Lupus eritematoso sistemico oppure da sclerodermia continua infatti ad essere una scelta clinica complessa e difficile.

La radioterapia, se da un lato efficace nel trattare il cancro, potrebbe innescare l’insorgenza di malattie del tessuto connettivo aumentando l’espressione di autoantigeni, diminuendo l’attività dei linfociti, attivando effettori dell’immunità intrinseca, meccanismi che da soli o insieme potenzialmente potrebbero portare a pause del corretto funzionamento del sistema immunitario.

Questo potenziale rischio ha sollevato un certo dibattito in oncologia e specificamente tra gli specialisti in radioterapia oncologica, sul fatto che i pazienti con malattie del tessuto connettivo possano tollerare meno le radiazioni rispetto alle persone senza malattie connettivali.

Poiché il numero di pazienti con tumore e malattie del tessuto connettivo che necessita di radioterapia probabilmente aumenterà a causa di miglioramenti diagnostici e terapeutici in medicina e vista l’aspettativa di vita più lunga, il problema delle interazioni tra radioterapia e malattie del tessuto connettivo necessita di essere chiarito al meglio.

In questo studio che ha revisionato tutti i casi della letteratura mondiale, vengono discussi i dati disponibili e le evidenze scientifiche per affrontare nel dettaglio il problema della radioterapia per i pazienti con malattie del tessuto connettivo.

Lo studio, il primo di questo tipo, ha preso in considerazione 569 pazientiaffetti da tumore e concomitanti malattie del connettivo, registrati nei centri mondiali con maggiore casistica – come la Mayo Clinic (Rochester), Ann Harbor (Michigan) e altre prestigiose strutture accademiche internazionali.

L’analisi dei dati raccolti, evidenzia sorprendentemente unminor rischio di sviluppare effetti collaterali rispetto a quanto atteso ad eccezione dei pazienti irradiati con tecniche obsolete e dosi non opportune.

Dal confronto di questi dati con quelli della Radioterapia del Sacro Cuore Don Calabria si conferma che i pazienti radiotrattati hanno tollerato ottimamente il trattamento nel gran parte dei casi. Questo a condizione che il paziente sia accuratamente valutato e selezionato e che il trattamento di radioterapia sia opportunamente personalizzato per ogni paziente, grazie alle più moderne tecniche.

Un esempio è la radioterapia a intensità modulata, che permettendo di irradiare precisamente il volume tumorale, riduce il coinvolgimento dei organi a rischio compreso il tessuto connettivo vicino alla neoplasia.

La personalizzazione del trattamento necessita anche una valutazione multidisciplinare dove la figura dell’immuno-reumatologo risulta cruciale così come quella del radioterapista oncologo.


Sacro Cuore: un ospedale a misura di mamma

Prima e dopo la nascita: ecco i servizi offerti dall’area materno-infantile per affrontare il parto e i mesi successivi al lieto evento con più serenità e sicurezza

Sono molteplici le iniziative proposte dall’area materno-infantile del Sacro Cuore Don Calabria per le future mamme e per coloro che lo sono da poco. Perché si sa, avere un bambino è una gioia infinita, ma suscita timori, ansie e costa fatica.

In preparazione alla nascita
La sala convegni “Fr. Perez” ospita ogni primo giovedì del mese un corso di preparazione rivolto alle donne entro la trentaquattresima settimana di gravidanza. Gli incontri di due ore sono tenuti dai pediatri, dalle ostetriche e dalle infermiere dell’Unità operativa complessa di Pediatria, diretta dal dottor Antonio Deganello, e dell’Unità operativa complessa di Ostetricia e ginecologia, diretta dal dottor Marcello Ceccaroni. Dalle 14 alle 16 verranno date informazioni sull’accoglienza del Punto Nascita del “Sacro Cuore Don Calabria”, e sull’accompagnamento al travaglio e al parto. Inoltre verranno illustrate le buone pratiche per favorire l’allattamento e rafforzare il legame madre-bambino. Per la partecipazione gratuita agli incontri – che sono aperti anche ai futuri padri o a persone di fiducia della partoriente – non è necessaria né l’impegnativa né la prenotazione. Per informazioni: 045.6013358/6013351/6013300/6013296. L’incontro mensile si svolge tutto l’anno, anche quindi d’estate, ogni primo giovedì del mese, festivi esclusi.

Se la gravidanza è a basso rischio…
Sempre per le future mamme è stato avviato un ambulatorio ostetrico in collaborazione con il ginecologo per la presa in carico della gestante a basso rischio fin dall’inizio della gravidanza.

Per l’avvio all’allattamento
Per il supporto all’avvio dell’allattamento vengono proposti degli incontri dopo qualche giorno dalla dimissione. Ad ogni neomamma è dato un primo appuntamento presso lo “Spazio mamma”, dove trova un’ostetrica o un’infermiera del Nido. Se è necessario, vengono fissati dei successivi appuntamenti (all’incirca nel primo mese di vita del bambino) sempre con l’obiettivo di supportare le fasi di avvio dell’allattamento. Per particolari bisogni viene contattato, dal personale referente, anche il pediatra del Nido.

A trenta giorni dalla nascita
Infine per il controllo del puerperio a 30 giorni dal parto è accessibile un ambulatorio gestito dalle ostetriche.


Mese della prevenzione al Centro dentistico di via San Marco

Il Centro odontostomatologico di via San Marco dedica l’intero mese di maggio alla salute dentale e attende bambini e adulti per la prima visita preventiva. Obbligatoria la prenotazione

Un mese dedicato alla salute dentale. Da lunedì 2 maggio il Centro odontostomatologico Sacro Cuore Don Calabria di via San Marco 121 a Verona (nell’area del Centro Polifunzionale Don Calabria) dedica un intero mese alla salute dei denti.

Gli specialisti del Centro, diretto dal dottor Carlo Raimondo, attendono i cittadini per una visita preventiva. È necessaria la prenotazione telefonando al numero 045.6014650, dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 17

La struttura, che si estende per 600 mq, dispone di 13 riuniti (poltrone odontoiatriche), tra cui un ambulatorio chirurgico con tutte le caratteristiche di una sala operatoria destinata ad interventi odontoiatrici di una certa rilevanza. Un ampio spazio è invece riservato a cinque postazioni di ortodonzia pediatrica, spazio che sottolinea la forte attenzione del Centro per la prevenzione, soprattutto rivolta ai bambini.

Il Centro odontostomatologico – che dispone delle più moderne tecnologie per la diagnosi e l’implantologia – è un vero e proprio “reparto” dell’ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar. Infatti si avvale della consulenza di medici radiologi, anestesisti e di laboratorio della struttura sanitaria della Valpolicella.

Per ulteriori informazioni sul Centro odontostomatologico Sacro Cuore Don Calabria: https://www.sacrocuore.it/Servizi-di-diagnosi-e-cura/Centro-Odontostomatologico/


Asma e allergie: i consigli dell'esperto

Oggi è la Giornata mondiale dell’asma, che in Italia colpisce oltre 3 milioni di persone, ma in molti sottovalutano i sintomi e le possibili conseguenze. Ne abbiamo parlato con il dott. Carlo Pomari, responsabile di Pneumologia al Sacro Cuore

L’asma è una malattia delle vie aeree che colpisce, con varia intensità, in tutto il mondo (300 milioni di persone malate, cioè una ogni 20). In Italia l’incidenza è superiore al 6% della popolazione, pari a oltre 3 milioni e mezzo di persone. Molto spesso questo disturbo è associato alle allergie, ma su di esso incidono molti altri fattori legati allo stile di vita, al clima e all’inquinamento. Ne abbiamo parlato con il dott. Carlo Pomari, responsabile dell’Unità semplice di Pneumologia del Sacro Cuore, in occasione della giornata mondiale dedicata a questa malattia che si celebra il 3 maggio.

Dott. Pomari, cos’è l’asma?
L’asma è una malattia caratterizzata da un’ostruzione reversibile delle vie aeree solitamente dovuta a un processo infiammatorio. In genere l’infiammazione è causata da una qualche forma di allergia ed ha delle radici di tipo genetico. Talvolta un soggetto può ammalarsi di asma in seguito all’esposizione prolungata a sostanze presenti nell’ambiente di lavoro. In questo caso si parla di asma professionale.

Si può guarire?
L’asma è una malattia cronica comune e potenzialmente grave, che tuttavia può essere tenuta molto bene sotto controllo., perché può essere trattata efficacemente e la maggior parte dei pazienti possono raggiungere un buon controllo della malattia. L’importante è non trascurarla, non sottovalutare i sintomi ed essere il più possibile regolari nell’assunzione della terapia prescritta dallo specialista pneumologo.

Quali sono i sintomi più importanti?
I sintomi più comuni sono respiro corto, oppressione toracica, tosse persistente di varia intensità, sibili, dispnea. Naturalmente questi sintomi variano molto nel tempo. Ad esempio il malessere sarà molto pronunciato quando si entra a contatto con sostanze allergeniche che possono scatenare una crisi, mentre i sintomi saranno meno intensi o assenti nei periodi compresi tra una crisi e l’altra.

Ci sono dei campanelli d’allarme?
Attacchi di tosse prolungati dopo uno sforzo o dopo una risata. Fiato corto e senso di oppressione notturno senza cause apparenti. Strascichi di tosse per molto tempo dopo un raffreddore. Sono tutte situazioni che, se si ripetono in modo ricorrente, dovrebbero indurre a fare degli approfondimenti.

Cosa fare quando ci si accorge di avere questi sintomi?
Anzitutto non bisogna sottovalutarli. Purtroppo di solito succede che se un malessere non interferisce con la vita quotidiana, tendiamo a dimenticarlo. Così gli attacchi di tosse prolungati vengono attribuiti a cause spesso infondate, quali lo stress, il freddo o altro. E solo quando il disturbo diventa cronico si va a farsi vedere dal medico.

Quali esami bisogna fare per approfondire un sospetto di asma?
Bisogna fare due esami funzionali molto semplici. Si tratta della spirometria e del test di provocazione bronchiale aspecifico. Nel primo caso si misura la quantità ed il flusso di aria emessa da un soggetto soffiando nello spirometro prima e dopo la somministrazione di un farmaco broncodilatatore. Invece il test di provocazione bronchiale consiste nella somministrazione di metacolina, una sostanza che somministrata per aerosol nei soggetti asmatici provoca entro sette dosi una progressiva riduzione del 20% dei flussi espiratori rispetto al valore basale, confermando la diagnosi.

Quali sono le terapie?
Le terapie per l’asma oggi sono molto efficaci e tarate assai bene sulle reali condizioni del paziente, grazie a test che possono vedere con precisione il livello di infiammazione delle vie aeree, permettendo di dosare i farmaci in modo adeguato. I farmaci usati sono i broncodilatatori e i cortisonici inalatori.

Cosa succede se la malattia viene trascurata?
Un asma trascurato o curato male può portare a crisi via via più pesanti, con sintomi sempre più accentuati e frequenti. Nel 2015 in Italia sono morte un centinaio di persone in seguito ad attacchi d’asma. Inoltre se non viene curato, l’asma può portare alla BPCO, che è una malattia più grave e non reversibile delle vie aeree, caratterizzata da una definitiva perdita di funzione polmonare.

Quali allergie possono provocare l’asma?
Come si diceva, spesso sono le allergie i fattori scatenanti dell’asma. Tra le sostanze più insidiose, da questo punto di vista, ci sono svariati tipi di pollini, per non parlare della parietaria e delle graminacee. Un potente allergenico sono alcuni tipi di muffa, come l’alternaria che si crea su specifici materiali in via di decomposizione o in colonie come ad esempio carta da parati, foglie, tappeti, ecc… In questo caso, ad esempio, ci si accorge dell’allergia quando si viene colti da attacchi asmatici tutte le volte che si entra in un determinato luogo. Anche i peli di gatto sono molto allergenici, tanto più se consideriamo che possono restare in un ambiente anche per 5-6 anni.

Cosa si può fare a livello di prevenzione?
La prevenzione primaria si fa limitando i contatti con le sostanze che scatenano gli attacchi.

E riguardo allo stile di vita?
Per un soggetto asmatico è particolarmente importante seguire uno stile di vita corretto, così da limitare la frequenza e l’intensità delle crisi. Quindi niente fumo e niente abuso di sostanze alcoliche. Un discorso a parte va fatto sull’alimentazione. Spesso le crisi asmatiche sono associate a reflusso gastro-esofageo, in modo particolare in soggetti sovrappeso. Perciò se si vuole tenere sotto controllo l’asma è fondamentale alimentarsi in modo corretto.

Com’è la situazione a livello epidemiologico?
In Italia l’incidenza dell’asma è compresa fra il 5 e il 7% della popolazione. Tra l’altro il trend è in crescita, anche perché c’è un significativo aumento di persone, soprattutto bambini, che sviluppano una qualche forma di allergia.

E l’inquinamento?
Indubbiamente l’inquinamento accentua i sintomi nei soggetti asmatici. Questo vale soprattutto per le polveri sottili e per l’ossido di azoto prodotto dagli scarichi delle automobili.

matteo.cavejari@sacrocuore.it


A Negrar il meeting dei Centri europei di Medicina Tropicale

Venerdì e sabato TropNet, il network che mette in rete 71 Centri europei di Medicina Tropicale terrà il suo metting annuale al “Sacro Cuore Don Calabria”

È il network che mette in rete 71 Centri europei che si occupano di Medicina Tropicale e salute dei viaggiatori. Il TropNet terrà il suo meeting annuale al “Sacro Cuore Don Calabria” venerdì 19 e sabato 30 aprile, per la seconda volta nella sua storia, la prima è stata nel 2009 in occasione del Congresso europeo di Medicina tropicale e Salute internazionale organizzato dal Centro di Negrar, diretto dal dottor Zeno Bisoffi.

Al meeting saranno presenti 45 membri, rappresentanti di prestigiosi Centri come il Swiss Tropical and Health Institute di Basilea, Isglobal di Barcellona, l’Institute of Tropical Medice di Anversa, l’Institute of Tropical Medicine and International Health di Berlino e l’Hospital for Tropical Diseases di Londra.

Il TropNet ha tra i suoi compiti principali quello della sorveglianza. La costituzione in rete permette di segnalare precocemente l’esistenza di epidemie di malattie tropicali nel mondo e quindi di avvisare il viaggiatore del rischio di infezione. È accaduto in passato per la Tripanosomiasi africana, una forma acuta di “Malattia del sonno”. Ma anche per la Sarcocistosi, un’infiammazione diffusa dei muscoli, descritta da vari centri europei in turisti di ritorno dalla Malesia.

La presenza nel network dei maggiori esperti europei di malattie tropicali e di Centri con casistiche molto rilevanti fa sì che il TropNet abbia un ruolo importante riguardo all’utilizzo di farmaci anche non registrati dalle agenzie competenti, di cui può monitorare l’efficacia e segnalare su larga scala eventuali effetti collaterali. Accade per l’Artesumato, un farmaco contro la malaria su cui si sono accessi i riflettori in occasione dell’assegnazione del Nobel per la Medicina. Essendo prodotto in Cina non secondo le regolamentazioni internazionali, non ha ancora ricevuto l’approvazione dall’EMA, ma l’uso è raccomandato da TropNet in quanto dà risultati decisamente migliori di altri farmaci in caso di malaria grave.

Altro obiettivo della “rete europea” di Centri per le Malattie Tropicali è di uniformare su tutto il vecchio continente i protocolli di diagnosi e, soprattutto, di terapia per le principali patologie infettive d’importazione.

Sorveglianza, utilizzo di nuovi farmaci, armonizzazione delle cure saranno anche i temi che verranno trattatati durante la due giorni al Centro di formazione e solidarietà dell’ospedale di Negrar. Gli esperti si confronteranno poi su vari temi di medicina dei viaggi, tra cui l’attuale epidemia di Zika, il virus responsabile di febbri trasmesse dalla zanzara tigre in America Latina e minaccia per le donne gravide in quanto causa microcefalia nei neonati.


Lotta alla malaria, c'è ancora molto da fare

La malaria uccide ogni anno quasi mezzo milione di persone, ma si vedono segnali di speranza nella battaglia contro questa malattia. Ce li spiega il dott. Andrea Angheben, infettivologo del Centro per le Malattie Tropicali

Ogni anno la malaria uccide quasi mezzo milione di persone nel mondo, di cui il 70% sono bambini con meno di 5 anni. Si tratta della terza causa di mortalità dovuta a malattie infettive, superata solo da TBC e HIV (vedi alcuni dati). Anche in Italia, ogni anno, vengono segnalati e curati centinaia di casi di malaria. Tra questi, una media di 40 casi all’anno vengono trattati presso il Centro per le Malattie Tropicali dell’ospedale Sacro Cuore Don Calabria, diretto dal dott. Zeno Bisoffi, che è centro di riferimento regionale per le malattie tropicali ed è una delle realtà più importanti a livello nazionale per questo tipo di patologie. Tra l’altro per l’ospedale di Negrar è in corso l’iter per il riconoscimento di IRCCS (Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico) relativamente proprio all’ambito delle Malattie tropicali e della Medicina delle migrazioni.

In occasione della giornata mondiale della malaria, che si celebra il 25 aprile, abbiamo parlato dei progressi nella lotta a questa malattia con il dott. Andrea Angheben, medico infettivologo del Centro per le Malattie Tropicali del Sacro Cuore.

Dott. Angheben, a che punto siamo nella lotta alla malaria?

I dati relativi alla diffusione e alla mortalità sono ancora molto elevati. Tuttavia sono numeri in forte calo rispetto al recente passato, perchè negli ultimi anni sono stati fatti notevoli progressi.

Quali progressi?

C’è una combinazione di più interventi che hanno permesso di aggredire la malaria sotto vari aspetti. Ad esempio sono stati fatti investimenti importanti per diffondere l’uso di zanzariere da lettoimpregnate con permetrina, una sostanza che tiene lontane le zanzare. Questo rappresenta una modalità efficace di prevenzione della malaria soprattutto per i bambini. Ma anche nel campo delle cure sono stati fatti grandi progressi.

Si riferisce alle cure contro le patologie parassitarie che hanno fruttato il premio Nobel per la Medicina a tre ricercatori nel 2015?

Sì, e in particolare mi riferisco alla dott.ssa Youyou Tu che ha ricevuto il Nobel per aver scoperto e sviluppato il principio attivo dell’artemisinina. I farmaci sviluppati da questo principio sono usati da qualche anno contro la malaria e hanno un’efficacia molto elevata.

Perché questi farmaci sono così efficaci?

Anzitutto perché l’artemisinina è molto rapida nel ridurre la carica di parassiti della malaria presenti nel sangue della persona malata, agendo come una sorta di “antibiotico veloce”. Inoltre ha la proprietà di uccidere i gametociti del parassita, che sono il veicolo attraverso il quale le zanzare si infettano pungendo un soggetto malato.

Riguardo ai farmaci anti-parassitari che hanno portato al Nobel per la Medicina, anche il Centro per le Malattie Tropicali di Negrar è coinvolto in alcuni progetti di studio, vero?

Sì, il nostro Centro coordina uno studio europeo multicentrico per stabilire il dosaggio appropriato di ivermectina per la cura della strongiloidosi, una malattia parassitaria riemergente anche in Italia (l’ivermectina è un antiparassitario derivato dall’avermectina, agente bioattivo scoperto da Omura e Campbell, premiati con il Nobel nel 2015 insieme a Youyou Tu). Riguardo alla malaria, invece, il CMT è impegnato in uno studio di sorveglianza post-marketing di un farmaco basato sull’associazione tra di-idro-artemisinina e piperachina, attualmente usato per trattare i pazienti affetti dalla malattia e dell’artesunato, usato nei casi di malaria grave

Sul fronte di un eventuale vaccino cosa possiamo dire?

Esiste un vaccino che si trova nella fase finale della sperimentazione. La sua efficacia è compresa fra il 30 e il 40% nei bambini. Non molto, apparentemente, ma se lo pensiamo in combinazione con gli altri interventi già citati, può dare un’ulteriore sostanziale contributo nel ridurre la diffusione e la mortalità della malaria.

Parliamo del Centro per le Malattie Tropicali di Negrar. Trattate molti casi di malaria?

Da quando è nato il nostro centro, nel 1989, abbiamo preso in carico più di 1500 casi di malaria. Attualmente la media è di 40 casi all’anno.

Ma quindi la malaria è presente in Italia?

Nella quasi totalità dei casi si tratta di persone che si ammalano durante un viaggio in zone a rischio e sviluppano la malattia al loro rientro. Questo vale per i turisti e per i migranti che tornano in patria a trovare parenti e amici senza fare una profilassi contro la malattia. Poi ci sono alcuni migranti che arrivano in Italia già malati dalla loro terra d’origine.

Quali sono le zone più a rischio?

Sicuramente l’Africa sub-sahariana soprattutto occidentale è l’area dove c’è maggior diffusione della malattia. Altre aree con una certa presenza della malaria sono il Sud-Est Asiatico, in particolare il “triangolo” Cambogia-Thailandia-Vietnam, e l’Amazzonia, per le americhe.

Quali sono i servizi del Centro riguardo alla malattia?

Anzitutto abbiamo un ambulatorio di consulenze pre-viaggio per chi si deve recare in zone a rischio. Per accedervi bisogna rivolgersi alla segreteria del reparto. Si tratta di un servizio fondamentale, perché per certi tipi di viaggio non basta informarsi su Internet ma c’è bisogno di una vera e propria consulenza personalizzata alla luce del tipo di viaggio e delle condizioni di salute del soggetto. Ad esempio nel caso della malaria diamo una serie di consigli da seguire per ridurre i rischi e, se è il caso, indichiamo la profilassi più corretta.. Inoltre, se è il caso, già nella visita di consulenza possiamo procedere con le vaccinazioni più indicate.

E se qualcuno si presenta da voi con sintomi sospetti dopo un viaggio?

Siamo attrezzati per fare il test della malaria 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Infatti nel caso della malaria la diagnosi tempestiva è assolutamente fondamentale. Qualora il test sia positivo o in caso di sintomi acuti procediamo al ricovero nel reparto dove abbiamo 14 posti letto. In generale noi consigliamo a qualunque viaggiatore di fare un controllo in caso di comparsa di febbre elevata nel periodo successivo ad un viaggio in zone a rischio.

matteo.cavejari@sacrocuore.it


Il cancro è un male che "SI può vincere"

Questa mattina il Sacro Cuore Don Calabria ha ospitato la presentazione del libro “Si può vincere”, storie di pazienti che hanno sconfitto il cancro, raccolte da Aiom. Ha partecipato anche l’assessore regionale alla Sanità, Luca Coletto

L’ospedale Sacro Cuore Don Calabria ha ospitato questa mattina la quarta tappa di presentazione nazionale (l’unica nel Veneto) di Si può vincere, il libro dove l’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) ha raccolto 16 storie di pazienti che hanno sconfitto il tumore o vi convivono con una buona qualità di vita. Storie che rispecchiano i numeri del cancro oggi, una malattia non più inguaribile e che si sta avviando verso la cronicizzazione.

“La mortalità diminuisce dell’1% ogni anno” ha detto la dottoressa Stefania Gori, direttore dell’Oncologia di Negrar e presidente eletto dell’Aiom, la società scientifica che rappresenta 2.500 oncologi italiani. “In Italia abbiamo una sopravvivenza a cinque anni più alta d’Europa e oggi nel nostro Paese 3 milioni di persone vivono con una diagnosi di tumore, di cui 1 milione e 900mila persone possono affermare di avere sconfitto la malattia: addirittura oggi possiamo parlare di 700mila pazienti guariti”.

Risultati confortanti anche per il Veneto in cui il 62% delle donne e il 52% degli uomini sconfiggono la patologia. Ogni anno in regione si registrano 31.500 nuovi casi, ma 280mila convivono con il tumore spesso svolgendo una vita normale. “E’ il risultato del progresso delle cure – ha sottolineato l’assessore regionale alla Sanità, Luca Coletto -, ma anche di una cultura della salute che si sta radicando nel territorio attraverso la prevenzione, gli screening, l’informazione sugli stili di vita e l’educazione nelle scuole”.

“La lotta contro il cancro – ha detto il dottor Fabrizio Nicolis, direttore sanitario del Sacro Cuore Don Calabria e presidente della Fondazione Aiom – si sostiene con buone strutture oncologiche. Un tempo si andava a curarsi dove c’era una buona oncologia. Oggi non è più sufficiente: è necessario un ospedale oncologico, che disponga di tutto ciò che è necessario per la diagnosi e la terapia del paziente”.

Un esempio di Cancer Care Center è l’ospedale di Negrar che proprio in virtù delle dotazioni strutturali, tecnologiche e professionali ha potuto adottare un modello organizzativo multidisciplinare che mette in rete tutti i Servizi e le Unità operative interessate dalla patologia oncologica. Il 4 marzo è stato poi attivato un numero verde (800 143 143) per facilitare il percorso di diagnostico-terapeutico del paziente oncologico.

“La cura dei tumori è un ambito molto costoso – ha sottolineato il dottor Mario Piccinini, amministratore delegato del Sacro Cuore Don Calabria -. Economicamente si sostiene con una buona amministrazione, razionalizzando le risorse ed evitando gli sprechi. Noi siamo Centro di riferimento regionale e ospedale accreditato e di conseguenza agiamo in piena sintonia con la programmazione della Regione”

Alla conferenza stampa ha portato la testimonianza la signora Marta Todeschini, alla quale nel 2013 è stato diagnosticato un tumore al seno. “Con la diagnosi la mia vita ha subito una repentina virata – ha raccontato -. Ma mi sono affidata con fiducia ai medici, vivendo anche serenamente il mio percorso di cura che si è concluso nel luglio del 2014. Subito dopo, a settembre, ho ripreso il mio lavoro di insegnante e ho ripreso in mano anche la mia vita. Se c’è un messaggio che voglio dare a tutti coloro che stanno vivendo un’esperienza come la mia è proprio questo: dal cancro si può guarire, ci vuole pazienza e anche una certa dose di buona volontà”.

La signora Marta non compare tra le storie raccontate nel libro, in cui sono descritte le vicende di pazienti, provenienti da molte parti d’Italia, che hanno sconfitto il cancro grazie anche a una nuova arma: l’immunoterapia. La nuova terapia contrasta la malattia attraverso la stimolazione del sistema immunitario.

“Se un batterio, un virus o un antigene tumorale invadono l’organismo – ha spiegato la dottoressa Gori – il sistema immunitario si attiva per espellere il corpo estraneo e poi si spegne. Nel cancro, le cellule maligne possono evadere attraverso vari meccanismi il controllo immunitario, arrestando la risposta immune e continuando a replicarsi. Con l’immunoterapia è quindi possibile bloccare uno dei meccanismi di disattivazione e mantenere sempre accesa la risposta difensiva per contrastare il tumore”.

Sono terapie che comportano benefici dopo alcuni mesi, ma poi durano tutta la vita. “Il melanoma si è dimostrato il candidato ideale per l’applicazione dell’immunoterapia – ha concluso la presidente dell’Aiom – ora stiamo attendendo i risultati sul polmone”.

Il libro Si può vincere è stato curato da Mauro Boldrini, Sabrina Smerreri e Paolo Cabram, con la prefazione del ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Edito da Guerrini e Associati, i proventi della vendita (costo 14,50) sono destinati alla Fondazione Aiom.

elena.zuppini@sacrocuore.it


"Si può vincere": storie di vittoria contro il cancro

Venerdì 22 aprile il “Sacro Cuore Don Calabria” ospiterà la presentazione veneta di “Si può vincere”, storie di persone che hanno sconfitto il cancro raccolte in un libro dall’Associazione italiana di oncologia medica

Venerdì 22 aprile l’ospedale Sacro Cuore Don Calabria ospiterà la presentazione del libro Si può vincere, storie di pazienti che hanno sconfitto il cancro, raccolte dall’Associazione italiana di oncologia medica. Sedici vicende di una buona qualità di vita nonostante il cancro e anche di guarigione, grazie a una nuova arma: l’immunoterapia. Il libro si avvale dell’introduzione del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, e quella di Verona è la decima tappa di un tour di presentazione nazionale, l’unica nel Veneto.

All’incontro – che si tiene alle 11 nella sala del Ciclotrone – interverrà l’assessore regionale alla Sanità, Luca Coletto, la dottoressa Stefania Gori, presidente eletto dell’Aiom e direttore dell’Oncologia medica di Negrar, il dottor Fabrizio Nicolis, presidente della Fondazione Aiom e direttore sanitario del “Sacro Cuore Don Calabria”, e il dottor Mario Piccinini, amministratore delegato dello stesso ospedale.

Si può vincere è a cura di Mario Boldrini, Sabrina Smerrieri e Paolo Cabra. I proventi delle vendite sono destinati alla Fondazione Aiom.


Malattie infiammatorie dell'intestino: incontro tra medici e... Amici

L’annuale appuntamento tra specialisti e l’Associazione malattie infiammatorie croniche dell’intestino si terrà questo sabato 16 aprile nella sala convegni Perez. Al centro della mattinata il ruolo dell’anatomopatologo

Come da tradizione, anche quest’anno, si rinnova l’incontro promosso dal Centro multispecialistico per le malattie retto-intestinali dell’ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, il cui responsabile è il dottor Andrea Geccherle, e l’Associazione nazionale per le malattie infiammatorie croniche dell’intestino (Amici). Un appuntamento creato per fornire ai pazienti notizie e novità sulla patologia e sulle nuove strategie terapeutiche. L’incontro si terrà sabato 16 aprile a partire dalle 9.30 nella sala convegni del nosocomio calabriano. Il programma in allegato.

Sono circa 200mila le persone che in Italia soffrono di malattie infiammatorie croniche dell’intestino, in particolare di colite ulcerosa e del morbo di Cronh. Duemila solo nel Veronese, con un’incidenza annua di 80 nuovi casi ogni milione di abitanti. Ad essere colpiti sono soprattutto soggetti giovani con gravi ripercussioni sulla vita quotidiana, lavorativa ed affettiva.

La maggior parte dei pazienti impiega un tempo variabile da 1 a 10 anni prima di avere una diagnosi appropriata. Questo comporta un ritardo nel trattamento con farmaci di ultima generazione, quelli biologici, in grado di controllare la terapia, evitare le complicazioni chirurgiche e in alcuni casi portare alla guarigione.

Ma oltre ai farmaci, l’approccio vincente per la cura delle malattie infiammatorie croniche dell’intestino, rimane quello multispecialistico. Il Centro di Negrar – che segue circa 1.500 pazienti, con un circa 80 nuovi casi all’anno – comprende un team di specialisti per il trattamento delle complicanze su più organi e apparati che derivano dalla colite ulcerosa e dal morbo di Crohn. Tra questi anche l’anatomopatologo, il cui ruolo ha poca visibilità anche agli occhi del paziente.

L’esame istologico rappresenta ancora oggi uno dei momenti fondamentali per la diagnosi della malattia di Crohn e della colite ulcerosa nonché nell’escludere altre forme di colite e nell’individuazione di lesioni pre-cancerose.

Un primo punto fondamentale da considerare è che la diagnosi iniziale viene effettuata su materiale bioptico, ossia su frammenti di mucosa colica o intestinale che vengono prelevati nel corso dell’esame endoscopico; altro elemento importante è il vasto campionamento dei tratti esplorati in modo da fornire il maggior numero di biopsie possibili da esaminare compatibilmente con le condizioni del paziente e dello stato dei tratti esaminati.

L’esame istologico fornisce inoltre indicazioni sullo stato di malattia. La condizione patologica, infatti, è suddivisibile in tre fasi morfologiche e cliniche: una fase attiva, una fase di risoluzione e una di remissione o quiescenza in cui da una condizione di severa infiammazione si passa ad un ritorno verso la normalità. Tuttavia anche in questa terza fase permane un severo disturbo architetturale del tessuto pur in presenza di un ritorno ad una normale attività mucipara da parte degli elementi ghiandolari.

Fondamentale è il riscontro istologico di “displasia” una condizione suscettibile di evoluzione in senso neoplastico ossia tumorale. È da sottolineare che l’individuazione sicura della displasia è estremamente difficile, talora soggettiva e non va mai posta nelle fasi attive della malattia, molto è basato sull’esperienza del patologo.


Malattie trasmesse dalle zecche: cosa fare?

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Venerdì 15 aprile in Sala Perez oltre 140 esperti provenienti da tutto il Triveneto si confrontano sulle problematiche connesse ai morsi di zecca. L’incontro è organizzato dal Centro per le Malattie Tropicali

Quali malattie può portare un morso di zecca? Come si fa ad individuarle? E come va gestito un paziente con una problematica di tal genere? Sono questi alcuni dei temi che verranno affrontati venerdì 15 aprile al Sacro Cuore, in occasione del convegno intitolato “Le malattie trasmesse dalle zecche in area locale e tropicale” (vedi programma allegato).
L’incontro, organizzato dal Centro per le Malattie Tropicali diretto dal dott. Zeno Bisoffi, vedrà la partecipazione di oltre 140 esperti del settore provenienti da diverse strutture sanitarie del Triveneto. Proprio il reparto di Malattie Tropicali del Sacro Cuore, insieme all’ospedale di Belluno, è centro regionale accreditato per le malattie rare infettive, tra cui quelle trasmesse dalle zecche.

Un problema in crescita
I morsi di zecca, e le malattie correlate, rappresentano un problema sempre più frequente per due motivi. Da un lato il cambiamento del clima sta favorendo una maggiore proliferazione di questo insetto, da sempre presente soprattutto nelle zone montane e rurali del Veneto, Friuli e Trentino Alto Adige. Dall’altro lato aumenta il numero di viaggiatori che si recano in Paesi tropicali dove sono endemiche alcune malattie trasmesse dalle zecche.
Le zecche portano malattie diverse a seconda della zona in cui si trovano – dice la dott.ssa Anna Beltrame, responsabile scientifica del convegno – in genere si tratta di malattie rare che presentano sintomi molto variabili, il che ne rende difficile l’individuazione specialmente se il paziente non viene seguito in modo adeguato. Per questo è fondamentale individuare un protocollo condiviso e uniforme per la gestione di questi casi“.

Quali malattie?
Le zecche possono trasmettere batteri, virus e parassiti responsabili di vari tipi di malattia. Tra le infezioni più frequenti causate dal loro morso in Italia ci sono la malattia di Lyme e la infezione da TBE (Tick-Borne Encephalitis) virus che in alcuni casi può avere delle gravi complicanze neurologiche. Riguardo alla malattia di Lyme, in Veneto sono stati segnalati 46 casi nel 2015, concentrati soprattutto in provincia di Belluno. Per la TBE i dati epidemiologici parlano invece di 159 casi in Italia tra il 2001 e il 2010 (dati riportati da European Centre for desease prevention and control, 2012). Per entrambe le malattie gli esperti sono concordi nell’affermare che i dati sono sottostimati. Dai Paesi tropicali i turisti possono invece importare patologie come la rickettsiosi, la tularemia e altre.

I sintomi e la gestione medica
Quando un paziente arriva dal medico in seguito a un morso di zecca, la prima cosa da fare è rimuovere la zecca. “Questa operazione va fatta senza usare nessun tipo di sostanza, perché così è meno probabile che la zecca rigurgiti i suoi germi infettando il paziente“, dice la dott.ssa Beltrame.
Successivamente è necessario fare un periodo di osservazione clinica, per valutare se l’infezione c’è stata o no. I principali sintomi da valutare: la comparsa di un’eruzione cutanea nella zona del morso (entro 7 giorni), probabile segnale di Lyme; la presenza di altri disturbi quali febbre, malessere, dolori articolari; l’accentuarsi di sintomi neurologici che possono indicare TBE (entro un mese dal morso).
Il passo seguente, nella gestione medica del morso di zecca, è l’invio del paziente a fare indagini sierologiche dopo 4-6 settimane per accertarsi che non ci sia stata infezione. Nel caso di morsi di zecca avvenuti in zone tropicali, inoltre, è fondamentale che gli esami siano effettuati presso centri di riferimento per le malattie tropicali.

Il convegno
Nel convegno la tematica verrà affrontata con un approccio multidisciplinare. Dopo un’introduzione sulle caratteristiche delle zecche e le modalità di estrazione delle stesse, si effettuerà l’aggiornamento dei dati epidemiologici delle varie patologie correlate, con un approfondimento delle loro manifestazioni cliniche, delle indagini e delle terapie disponibili. La parte finale sarà dedicata alla prevenzione e alla proposta di uno schema uniforme di gestione dei pazienti affetti da questa problematica.

matteo.cavejari@sacrocuore.it